Nel Tevere.

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Le tue ceneri le abbiamo sparse nel tuo Tevere, quello che ti ricordavi tu, vicino all’isola Tiberina, quella parte di Roma che conserva ancora un po’ di parvenza della tua Roma.

Quella Roma di Trilussa con cui giocavate a carte, quella Roma che l’unica macchina nel quartiere ce l’aveva tuo suocero, e c’ha salvato la famiglia dalla deportazione del ghetto grazie ad una soffiata, perché il mio bisnonno era “‘n fio de na mignotta” amico di tutti.

Quella Roma in cui quando nasceva un maschietto in famiglia, gli uomini andavano in giro per tutta la città urlando che era nato “er più ber pisello de Roma” e a farsi un bicchiere di vino in ogni tavernetta che incontravano.
Quella Roma che vi ha guardati storto per anni, quando tu partigiano ateo gran bestemmiatore hai sposato un’ebrea.
Quella Roma che era palazzi e gente e tram e strade e sanpietrini, e non tante lineette gialle su un navigatore satellitare.
Quella Roma lì, che vedevo nelle tue mani e che mi manca anche se non l’ho mai vista, mi manca di riflesso, di ricordo.

Anche io vorrei essere sparsa nell’acqua, ma nel mare, ovviamente. Oceano sarebbe meglio.

Ma comunque non a Roma, che non m’appartiene più e che per me se n’è andata con te.

[Silently]

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