L’anteprima romana di ‘Nine’.

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PREMESSO che di Fellini non so praticamente niente, che non ho visto ‘8 e mezzo’, che io capisco di cinema quanto Valeria Marini capisce di astrofisica, Berlusconi di barzellette, i Tokio Hotel di musica e potrei andare avanti per ore ma lasciamo perdere;
CONSIDERATO che non avevo mai assistito ad una prima nazionale con tanto di red carpet, e che avevamo dei biglietti imbarazzanti (del tipo che saranno rimaste due poltrone vuote dietro a Sophia Loren con i nostri nomi mentre noi sedevamo vicino ai ballerini, come ha saggiamente notato Sumire), e che siamo passate sul red carpet dietro alla Loren intervistata mentre una selva impressionante di flash illuminavano il signor Remo Remotti,
SI DELIBERA di tentare di esprimere un profano giudizio sul film.

Innanzitutto, è un musical di produzione americana. E vabbè.
Secondopoi, è un musical di produzione americana ambientato nella Roma anni 60′. E vabbè.
In ultimo, c’è un affascinantissimo Daniel Day-Lewis che si appropria del personaggio Fellini, si infila nel suo costume. Che però gli sta un po’ larghino, ma non è colpa sua (che è bravissimo e bellissimo -serio-)
Poi ci sono luci, paillettes, ballerini/e, gente che canta, che urla, che si dimena forsennatamente intorno al protagonista Guido Contini, l’alter ego (secondo il regista Rob Marshall) di Fellini.
E che macchiette che diventiamo, noi italiani. Guido Contini è lo stereotipo dell’italiano creativo intellettualoide, che appena vede una gonnella non può resistere a correrle dietro, poi però quando la moglie lo lascia soffre come una cane, che quasi quasi ti fa pena davvero, come se non fosse colpa sua; lui è un artista, è creativo, è italiano, si deve compatire, non ci può mica fare niente.
E le sue amanti che gli cantano di essere italiano quando se le porta a letto, ‘chè l’italiano solo quello sa fare, con le sue cravattine strette e gli occhiali da sole anche di notte; che vuole tutto senza rinunciare a niente, calpestando i sentimenti altrui, e poi soffrendo per averlo fatto.

E’ comunque un film di intrattenimento, come dice Sumire. E in effetti ti intrattiene, su questo niente da eccepire.
Una selva di personaggi famosissimi: La Loren, Penelope Cruz, la bellissima Marion Cotillard e la superlativa Judi Dench, e Kate Hudson in forma strabiliante, Fergie un po’ meno, e poi Nicole Kidman, che ormai per me non è più un personaggio in un film; qualsiasi ruolo rivesta, è sempre Nicole Kidman.
Stesso problema con la Loren; difficile immaginarle ancora attrici; sono personaggi puri, impossibili per me da calare in qualsiasi ruolo.
E poi gli italiani, tra cui spicca ovviamente Elio Germano, anche lui presente in sala come Remo Remotti e altri che sicuramente non ho riconosciuto.

Marshall introducendo il film ci avvisa che la proiezione sarà in lingua con i sottotitoli, il che ci ha rese felicissime.
Finchè non sono comparsi i sottotitoli, così approssimativi e vaghi che ad un certo punto ho  preferito non leggerli più e perdermi qualche parola.
In compenso ho potuto notare che la parlata degli attori tutti, nessuno escluso, era un inglese con un forte accento italiano, tanto per rimarcare un po’ la visione macchiettistica dell’italiano.
Esempio: hanno tutti questo grottesco accentucolo italiano ostentato, però nessuno ha insegnato loro a pronunciare i nomi propri.
Luisa è Luisa, non Lu-iii-sssa, e Guido è Guido, non Ggguiii-ttoooo.
Eh!

[Silently]

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