Di culi, matrigne e pensioni.

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Le donne della generazione prima della mia, le post-sessantottine per capirci, hanno ottenuto con le loro battaglie il grande diritto di farsi il culo al lavoro come e quanto gli uomini; con la piccola clausola di continuare a farsi il culo come e quanto prima a badare alla gestione della casa e dei figli.
Una vita divisa tra il lavoro, la spesa e i figli con l’obbligo dell’eccellenza per compensare il peccato originale, alias i 6-9 mesi di maternità per ognuno dei marmocchi (in media 1.47, non oso pensare alle cure che richieda lo 0.47).
Sembra incredibile anche a me, ma il nostro stato dà atto alle donne del loro culo al quadrato: la normativa vigente le manda in pensione 5 anni prima degli uomini. Se vogliono. Se non vogliono, possono continuare tranquillamente ad occupare posti di lavoro e il futuro dei giovani proprio come gli uomini.

Ora, pare che questo diritto verrà cancellato per ordine della matrigna cattiva la Comunità Europea, mentre i nostri poveri poveri governanti non possono che subire impotenti questo scempio. Loro, che maturano il diritto alla pensione dopo due anni in parlamento. E infatti le legislature -anche le più traballanti- durano spesso (se mi ricordo bene addirittura sempre) almeno due anni.

Ora, la questione per la sottoscritta è puramente accademica, visto che io e tutti i miei coetanei in pensione non ci andremo mai, nè a 60 nè a 65 nè a 100 anni.
Ma vale la pena riportare in maniera approssimativa e sprezzante il contenuto di un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, che candidamente spiega come in realtà nessuno in Europa ci ha detto che le donne devono andare in pensione a 65 anni. E infatti la cosa veramente bislacca è che questa super-imposizione europea riguarderebbe solo le donne del pubblico impiego, non quelle che lavorano nel privato. Le private a 60 anni, le statali a 65 : il tutto con estrema urgenza (decine di migliaia di euro di ammenda per ogni giorno di ritardo) e, udite udite, nel nome della parità dei trattamenti. Ancora più bislacco.

A quanto ho capito la soluzione dell’arcano sarebbe questa, ma invito chiunque a correggermi e ad informarmi meglio se sbaglio. Di fatto all’Europa non gliene frega niente di quando mandiamo le nostre impiegate statali in pensione, anche gli altri paesi hanno un coefficiente culo-così-nella-vita-come-nel-lavoro che le manda a riposo prima. Ma quello che non ci spiegano è che i nostri statali non vanno veramente in pensione. Da un punto di vista legale-fiscale-pastorale-addominale-arale, quella che i nostri nonni ritirano traballando all’ufficio postale non è la pensione. E’ uno stipendio pagato da un ente diverso. Non sono pensionati, sono lavoratori out of order.
E allora dal punto di vista della Comunità Europea, se improvvisamente una sessantenne la paghi meno di un sessantenne questo non è carino. E infatti i privati e le private che hanno uno status di pensione come si deve, non hanno questo problema. Gli statali sì.

Io non oso pensare da quale accrocco politico sia nato questo casino alla famo-finta-che-stai-in-pensione.

Ma stando al Fatto Quotidiano le nostre mamme statali andranno in pensione 5 anni dopo non perchè l’Europa glielo ha imposto, ma perchè chi ci governa ha shackerato tutto nella disinformazione generalizzata per farcelo credere, fare cassa e bastonare queste fannullone sanguisughe. Del resto se ne stessero a casa a guardare forum e a comprare batterie di pentole a mondial casa, queste sgallettate.
Una micro-riforma delle pensioni degli statali, un dl transitorio per prendere un po’ di tempo e sarebbe passata la paura.

Ma ormai lo sa anche un bambino, anche 47 centesimi di un bambino lo sanno, che per loro la paura e la narcosi sono le uniche opzioni.

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2 Risposte to “Di culi, matrigne e pensioni.”

  1. Maurizio Says:

    La differenza pubblico/privato mi aveva colpito ma non la capivo…grazie. Ribadirei il concetto: parlamentari e senatori 2 anni (cioè manco doppia cifra) e hanno la pensione da parlamentari senatori (dubito siano 650 euro al mese)

  2. Anna Says:

    Dopo aver letto il tuo commento mi sono messa alla ricerca di fonti documentate sulle pensioni dei parlamentari. Un’impresa disperata! (Specie lo schifo di connessione di questo albergo!)
    Pare che una buona soluzione sia La Casta, libro del 2007 ma con seconda edizione nel 2008, di G.A. Stella e S. Rizzo, che a quanto pare fa una trattazione seria e attendibile dei privilegi dei politici.
    Credo che sarà il mio prossimo graditissimo auto-regalo :)

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