Emmy and me

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Quando ero una tenera studentella al terzo anno di matematica, una donna di nome Emmy Noether assurse al mio piccolo olimpo personale.
Il mio intento di questa oziosa domenica sera è comunicare al mondo il perché.

Emmy è nata esattamente 100 anni prima di me, ma anche se i suoi anni ottanta non sono stati i miei, è stata più sfortunata in molti altri aspetti.
Le sue sfighe si possono riassumere nel fatto di essere donna, ebrea e matematica nella Germania degli inizi del novecento. Il che equivale più o meno ad essere donna, musulmana e matematica nella Padania di oggi.

La vita di Emmy sembrava destinata all’insegnamento dell’inglese e del francese, ma un bel giorno si iscrisse alla facoltà di matematica, dove insegnava suo padre. Una bella alzata di testa che segnò l’inizio di una serie infinita di mortificazioni, che di fatto spiegano il perchè si sia dovuto aspettare il novecento per avere una grande matematica donna.

Affinché le fosse chiaro dal primo giorno che la matematica non è uno sport per femminucce, Emmy venne costretta a seguire le lezioni solo in qualità di auditrice. Cioè per sport, appunto: senza un voto, senza un esame e solo previa esplicita autorizzazione del professore.
Io li avrei esplicitamente autorizzati ad andarsene a quel paese, quei di maschilisti di merda. Ma Emmy fu in grado di applicare la propria intelligenza alla diplomazia oltre che allo studio, e così riuscì faticosamente a laurearsi e ad accedere al dottorato di ricerca.
Anche allora serviva scrivere una tesi per completare il dottorato, e come tutti i neodottori dei cento anni successivi, Emmy non esitò a definire la sua tesi “una merda” (sic!).

Merda o no, i suoi lavori immediatamente successivi hanno stabilito delle relazioni fondamentali tra l’algebra e la fisica, tanto da portare Einstein a definire Emmy la più grande matematica della storia. Non che con l’oscurantismo maschilista del tempo ci fosse questa grande concorrenza in fatto di matematiche, ma immagino sia una cosa che fa sempre piacere sentirsi dire.

Forse proprio motivata dal suo crescente prestigio internazionale, lavorò gratis per un sacco di anni (ne abbiamo di cose in comune io ed Emmy) per un paio di università tedesche. Seguiva gli studenti, pubblicava articoli, vinceva premi convivendo con l’umiliazione di insegnare in qualità di assistente di uno pseudonimo.

Nonostante tutto, questa fricchettona degli anni trenta, intollerante alle critiche quanto generosa e materna con gli studenti, finalmente riuscì strappare una posizione e un misero stipendio all’università. Ma ne venne rimossa dopo alcuni anni in quanto ebrea, durante l’epurazione nazista. Emmy non si lasciò intimidire, e continuò a lavorare e a ricevere gli studenti nella sua misera casetta. Quando uno di loro si presentò con l’uniforme nazista, in Emmy il senso del ridicolo prevalse sulla paura, e nessun biografo è riuscito a stabilire se si sia mai stancata di prenderlo per il culo.

A quel tempo l’America aveva già iniziato il rastrellamento dei cervelli europei, altrimenti detto rifugio politico. Ammirevole, se poi non li avesse messi praticamente tutti a costruire la bomba atomica.
Ma vabbè, sta di fatto che Emmy scampò alla persecuzione rifugiandosi negli Stati Uniti, e per la prima volta ebbe lo stipendio e la posizione che meritava. Tutto sembrava andare bene, quando le trovarono delle cisti all’utero e la operarono d’urgenza nell’aprile del 1935. Pur avendo retto bene l’intervento, Emmy fu colpita da una febbre altissima che la uccise in pochi giorni. Si pensa che ci fu un’infiammazione della parte del cervello che governa la temperatura del corpo.

Bislacca, brillante, forte e volitiva come la sua storia e i suoi colleghi testimoniano, forse Emmy avrebbe apprezzato la squisita ironia dell’essere fregata proprio dal cervello, il supporto fisico di una mente votata all’astrazione, alla scienza, alla bellezza…

…e poi così deliziosamente pieno di idee complicate, sembra incredibile che fosse racchiuso nella testolina di una donna!

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