Mi lamento, ma che mi lamento?

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Sto sempre qua a dire che non succede mai un cazzo, che mi annoio a morte, vorrei ordinare un’inondazione, una catastrofe, Bruce Willis.
Poi un tizio sull’autobus mi invita a fare colazione e io gli dico di no, grazie, già fatto.

Avrà avuto dieci anni più di me, barba di 3 giorni, abbronzato, vestito una cifra casual, a metà tra un barbone e una persona molto sportiva che se ne fotte del giudizio altrui.
Ma profumava di buono, quando si è avvicinato.

Adesso sto seduta in ufficio e dico maccheccazzo: non era certo l’uomo della mia vita, era vecchio anche se affascinante, ma che mi costava perdere mezzora della mia vita per conoscere una persona nuova?
E magari adesso starei scrivendo un post su un affascinante signore che mi aveva offerto la colazione, invece di stare scrivendo un post su una delle mie millemila occasioni mancate per deragliare mezzora dalla mia vita incasellata.

Caro signore che sei sceso alla fermata prima della mia, la prossima volta che incontri una giouvin donzella col grugno del lunedì mattina non ti scoraggiare ed offrile di nuovo la colazione: ti andrà meglio.
Promesso.

[Silently]

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7 Risposte to “Mi lamento, ma che mi lamento?”

  1. m Says:

    Mannaggia.

  2. Silently Says:

    Così m’imparo!

  3. m Says:

    Che ti serva di lezione.

  4. eddie Says:

    con la fatica che faccio ad arrivare a fine mese, se qualcuno mi offrisse la colazione accetterei subito, pure se fosse il papa, o lo strangolatore di boston.

  5. Francesco Says:

    O magari … era un serial killer …

  6. Dick Basstardly Says:

    Ieri rientravo a Roma in treno. Entrato nello scompartimento dove avevo il posto, mi son seduto e ho cominciato a leggere. La ragazza di fronte a me era bella, ma non so quanto bella, semplicemente mi piaceva. Leggeva Elsa Morante.
    Cercavo il suo sguardo, ma credo che per tutta la prima ora di viaggio non si sia affatto accorta di me. Allora ho aperto il mio quadernetto che porto sempre con me e le ho scritto un haiku e una poesia. Poi ho messo via e ho continuato a leggere il mio libro di Pavese.
    Nella seconda ora è andata un po’ meglio. Si è accorta di me e ogni tanto ci scambiavamo uno sguardo tra il benevolo e l’indifferente.
    Arrivati a Roma, tra il binario e la metro, le ho rivolto la parola. Inaspettatamente lei mi ha sorriso e abbiamo parlato un po’ ed è stato davvero piacevole. Ci siamo salutati senza lasciarci un contatto.
    Quando ormai era troppo tardi mi sono ricordato di quello che avevo scritto per lei.
    Che stupido che sono stato! Mi sarebbe piaciuto farglielo leggere. Un’occasione sprecata.
    Stupido! Stupido! Stupido!

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