Buon Capodanno.

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Non è che c’entri molto, ma ultimamente leggo in giro sui blog e sento persone che parlano di settembre come dei primi di gennaio, gente che si mette a dieta, che comincia corsi, che si ripromette di fare cose che tanto non farà mai ma son convinti che, a settembre, tutto ricominci.
Sono discorsi idioti anche a dicembre, figuriamoci ad agosto, ma comunque.

Poi mi chiama mia sorella e mi dice stasera vieni a cena, che c’è nonna e festeggiamo Capodanno.
Così viene fuori che oggi è Capodanno davvero, Capodanno ebraico per la precisione.
Cade ogni 12 o 13 mesi, che sono di 29 o 30 giorni: il calendario ebraico è lunisolare, calcolato sia col sole che con la luna.
Tipo oggi entriamo nell’anno 5771.

Io non ci ho mai capito un cazzo, nonostante nonna Bianca e la mia bisnonna Celeste (che belle!) siano (state) ebree.
Quindi con decorrenze completamente (per me) imprevedibili, ogni tre/quattro mesi mi veniva presentata una festa a caso in un giorno a caso di un mese a caso e -ehi! Che figo!- si andava tutti a cena dai nonni, noi cuginetti potevamo mangiare a quattro palmenti, giocare a giochi improbabili in camera di zio, saltare sul lettone e fare le scivolate in corridoio col cuscino smontabile della sedia a mezzaluna.
Il Capodanno era sempre roba allegra; lo Yom Kippur, invece, era allegro finchè i grandi non cominciavano a smanettare con la radio del soggiorno cercando di sintonizzarsi su non so quale radiocanale Rai che, ad un’ora imprecisata (per me) del dopocena, trasmetteva in diretta dalla Sinagoga di Roma il suono dello Shofar.
Quello era il momento in cui le mie due nonne potevano interrompere il digiuno della giornata, quindi nella mia testolina di bimba era un momento felice. Poi potevano mangiare di nuovo, yuppie!

Io non so se avete mai avuto l’opportunità di ascoltare il suono dello Shofar.
E’ un corno, piccolo, di montone, tutto ricurvo, che assomiglia al flicorno moderno.
Il suo suono è la cosa più angosciante che mi sia mai capitata di ascoltare nella mia vita, forse grazie anche alla sacralità di quei pochi secondi durante i quali le mie due nonne si commuovevano in maniera per me del tutto incomprensibile, piangevano e si abbracciavano.

Questo è uno dei pochi contatti reali con la religione che io abbia mai sentito.
Sono stata nelle chiese, ai funerali, ai matrimoni etc etc, sia cattolici che ebrei, ma nessun rito di nessuna religione mi ha mai trasmesso il senso di ‘religione’ come lo posso concepire io adesso.

Adesso so che le mie nonne non piangevano tanto per le sorti del loro popolo perseguitato come idea astratta, ma per i parenti persi nel ghetto di Roma, i fratelli, gli zii, persone reali, non ‘un popolo’ a caso.
E questo spiega anche il perchè della commozione di mio nonno, ateo bestemmiatore e odiatore di papi convinto, ma presente durante la deportazione.

Forse l’epifania di questo dolore a me sconosciuto è stata la visita alle Fosse Ardeatine.
Non tanto la storia straziante raccontata dal figlio di una vittima, e neanche la vista del luogo dell’esecuzione e dell’ammassamento dei corpi, i particolari cruenti con cui non sto qui a deliziarvi.
Non ero piccola, avrò avuto almeno 15 anni.
Ciò che ha sopraffatto la mia coscienza di adolescente è stato entrare nell’enorme cripta che contiene le lapidi dei morti, e rendermi conto che 1 lapide su 10 portava il cognome di una delle mie due nonne.

Sono andata fuori tema, maestra: io volevo solo farvi gli auguri di un buon 5771.

[Silently]

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