Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 6 di ???

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Come scrivere una tesi di dottorato e soprattutto cosa scriverci dentro.

Scrivere una tesi di dottorato è un’opera titanica la cui maggiore difficoltà consiste nel non sapere bene cosa ci si deve mettere dentro. Abbiamo dei risultati scientifici, magari abbiamo anche scritto un paio di articoli, ma una tesi si presenta come qualcosa di molto più ampio, più confuso, più difficile. E siamo tutti soli ad affrontarla.

Iniziamo col capire quali sono gli obbiettivi, in realtà nel loro aspetto più politico e filosofico che scientifico. Innanzitutto una tesi di dottorato è un libro. E condivide con tutti i libri del mondo lo stesso obbiettivo, ossia la benevolenza del lettore. Per ottenerla dobbiamo fare tre cose: scrivere cose corrette (siamo ricercatori seri, noi), scriverle in maniera chiara (siamo didatti), scriverle in una forma comoda e piacevole da leggere (siamo autori di un libro). Anche la prosa più arida, ossia la trattazione scientifica, mette in relazione il nostro lettore con noi: se lo inganniamo, lo confondiamo o lo annoiamo, ci odierà. Visto che poi il nostro lettore è uno che deve scrivere un report sul nostro lavoro, meglio evitare. Iniziamo col dire cosa ci si aspetta dai primi due capitoli della tesi.

Introduzione. L’obbiettivo di questo capitolo è quello di convincere il lettore a leggere il resto. Quello che potrebbe portare il nostro lettore a chiudere il libro è: l’argomento non è interessante, l’argomento è incomprensibile, l’argomento è noioso. Nell’introduzione bisogna disinnescare queste insinuazioni dicendo tre cose

  1. quello di cui ci occupiamo è inserito in un contesto molto ampio (gli accademici sono dei conservatori innamorati del mainstream)
  2. ha molte applicazioni pratiche e teoriche, (mica stiamo scrivendo 120 pagine di pippe mentali)
  3. il nostro contributo è significativo. (siamo dei fichi)

Per farlo abbiamo il diritto/dovere di cedere il rigore per la chiarezza, (senza scrivere stupidaggini però: un conto è essere semplici un conto è essere approssimativi) e di utilizzare la retorica e l’ironia. Usiamo poche formule, poche notazioni, molte chiacchere. Alla fine dell’introduzione c’è sempre una sezione in cui si dice grosso modo cosa si fa in ogni capitolo: serve a garantire il diritto inalienabile di saltare le parti noiose.

Stato dell’arte. Qui si danno al lettore tutti gli strumenti per capirci. Lo stato dell’arte si divide in due categorie di argomenti. Quelli di pertinenza del nostro lavoro servono ad inquadrare le nostre soluzioni nel contesto scientifico degli ultimi anni: il nostro obbiettivo è farci riconoscere il giusto. Dobbiamo portare chi ci legge a capire che il problema che affrontiamo non è banale, e infatti ci lavora un sacco di gente, e che anche noi abbiamo qualcosa da dire.

Nello stato dell’arte devono esserci anche gli strumenti teorici di non diretta pertinenza del contesto in cui lavoriamo. Se andiamo a pescare un teorema di un’altra teoria, va messo qui. Mai dare per scontato che chi ci legge ne sappia quanto noi, mai costringerlo ad aprire un altro libro per capirci. Altrimenti, nel farlo, chiuderà il nostro.

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