Ti devo dire una cosa.

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Uno dei primi pensieri su cui la mia mente ha cominciato a vagare è stato: e adesso come lo dico in giro?

Come lo dico a mia madre? A mia sorella? A mia nonna? Alle amiche? E al lavoro?
Come si agisce, come ci si comporta umanamente in queste situazioni?
Ho anche anche chiesto a Google, ma pare che non ci siano manuali operativi per gestire questo tipo di situazione.
Ho pensato, ecco, basta una telefonata? Sono cose che si dicono al telefono? Vabbè, comunque sono cazzi miei, alla fine se lo voglio fare con un piccione viaggiatore lo faccio con un piccione. Se non fosse che mi fanno un po’ schifo.
Poi mi sono immaginata a telefonare a mia madre.

– “Pronto, Madre?”
– “Ciao figlia, COME STAI?”
– “Eh, ti devo dire una cosa….”

Non si fa. Non si dice a una madre di una come me, 30 anni suonati, un preziosissimo lavoro a tempo indeterminato e un preziosissimo fidanzato speriamo a tempo indeterminato con cui convive da 2 anni, TI DEVO DIRE UNA COSA.
Come minimo, comincia a telefonare ai ristoranti per i matrimoni o a comprare pannolini.

E allora? Come glielo dico?
Nella mia mente, elaboravo piani geniali del tipo: ok, adesso faccio una voce triste, e poi aggiungo velocemente tidevodireunacosaBRUTTA, così, per non dare il tempo a nessuno di pensare che la notizia in questione possa essere in qualche modo positiva, per spegnere sul nascere qualsiasi speranza di matrimoni e gravidanze. Non mi viene in mente altro che possa essere anticipato da un TI DEVO DIRE UNA COSA.

Che poi, a ripensarci, a mia mamma non volevo neanche dirlo. Cioè, intendo dire non subito. Avrò resistito si e no 48 ore, da quando, uscita dalla doccia, mi sono accorta che la mia tetta aveva chiaramente qualcosa che non andava (si, ho scritto TETTA, non è un refuso. Potrei dire SENO ma oh, mica sono una giornalista. E poi la tetta è mia e la chiamo come mi pare).

Sono riuscita ad andare dal Doc tutta da sola, e la preoccupazione che non mi aveva fatto mangiare moltissimo nei due giorni precedenti si è solidificata quando ho visto la sua faccia cambiare, insieme al suo tono di voce. Una metamorfosi che ho imparato a riconoscere negli ultimi due mesi, e che ancora mi provoca un misto inestricabile di sollievo e di rabbia. Infermieri, caposale, tecnici, dottori, chirurghi che ti trattano con sufficienza e a malapena ti guardano in faccia, finché non la vedono o non leggono i referti. Da lì in poi è tutto un “CARA”, “TESORO”, profonde occhiate di compatimento, mani sulle spalle e sorrisetti rassicuranti, quelli che non sollevano neanche gli angoli degli occhi.
Il mio imperturbabile Doc si turba, comincia a fare delle telefonate per farmi fare un’ecografia. Alle 18. Cerca un tecnico che mi possa fare una ecografia. Stranamente non lo trova, allora mi infila per un appuntamento “di favore” alle 8 del mattino seguente.
Ed è qui che cedo. Vorrei andare da sola, vorrei non far preoccupare nessuno, prendere questo esame che dirà “NON E’ NIENTE” e poi telefonare a tutti dicendo “OH NON SAI CHE COLPO M’E’ PRESO, MA NON ERA NIENTE!”, ma chiamo mia madre, le dico con noncuranza che la mattina dopo devo fare sta stracazzo di ecografia ma che non c’è bisogno che vieni, non ti preoccupare Madre, ti faccio sapere subito dopo, dai.
In realtà non mi sarei mai aspettata di NON trovarla là.
E, infatti, c’era.
Che mi aspettava là davanti da chissà quanto tempo per essere sicura di non perdermi, non avrà dormito un granché la notte. Per fortuna che c’era, perché la seconda metamorfosi mi aspettava nelle vesti di un tecnico insonnolito e scocciato, che diventa gentile e professionale guardando le incomprensibili immagini del mio interno-tetta.

Bisogna controllare, subito, biopsia, ago aspirato, mammografia.
E adesso diventa tutto reale. Adesso è il momento di “TI DEVO DIRE UNA COSA… brutta”. Adesso comincia la giostrina di “non dirlo a nessuno, ok a quella puoi dirlo, si anche a questa, ma a Tizia lo hai detto?”, di gente che si fa sentire dopo anni di silenzio. Al loro “Ciao come va? E’ un po’ che non ci si sente!” rispondo seccamente “Chi te l’ha detto?”.

Ma succedono anche sdrammatizzazioni inaspettate, tipo questa conversazione, durante un aperitivo con le amiche indetto appositamente per sganciare la bomba:
– “E insomma…. VI DEVO DIRE UNA COSA BRUTTA”
– “Oddio sei incinta”
– “No… più brutta!”
– “… Sei incinta di 4 gemelli!”
– “… Se fosse possibile, più brutta….”

E poi magari vi racconterò qualcos’altro nei prossimi post, quindi per ora miei giuovini amichi, dormite sereni che sto un cremino come tutti gli altri giorni.

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Una Risposta to “Ti devo dire una cosa.”

  1. L’innominabile. | ConversazioniMetropolitane Says:

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