Le mie morti: Valerio.

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Silvia ma come ti viene in mente di scrivere un post con un titolo del genere?
Cos’è, la giornata della presammale cosmica?

Calma, miei giuovini amici, tutto sarà esplicato.

Ultimamente (negli ultimi… ANNI) non riesco a scrivere molto e, diciamocelo, non è per mancanza di tempo, ma di idee.
Una volta ci tenevo tanto, ai contenuti del mio blog. Non volevo che fosse troppo personale né troppo impersonale, volevo che fosse interessante sotto parecchi punti di vista. Tanti post che scrivevo sono rimasti nel dimenticatoio perché “non abbastanza”.

Oggi, che ho avuto un pomeriggio semi-libero dal lavoro, mi sono ritrovata a pensare alle persone che ho perso nella mia vita, e mi sono accorta che stavo pensando come se stessi effettivamente scrivendo. Allora mi son detta: e perché no?
Devo diventare famosa con un blog, con QUESTO blog? Devo dimostrare qualcosa a qualcuno?

No, e questo è il motivo che mi spinge oggi, miei giuovini amichetti, a scrivere un post su quello che più mi aggrada. Anzi non solo UN post, ma una serie! Ne ho programmati ben 3, uno per ogni persona che, morendo, ha ucciso una piccola parte di me.

Non voglio confondervi, però: queste 3 persone non necessariamente sono state importanti per me quando erano vive.

Mi farò capire meglio col primo esempio: Valerio.

Valerio è morto il 4 maggio 2002 (ho dovuto sfogliare un saaaacco di Moleskine per trovare la data esatta……).
Io mi ero da pochi mesi trasferita a Bologna per l’università, ero nel pieno splendore di feste, musica, studentati e vita da squattrinati fuori sede. Mi stavo ambientando piuttosto bene, dove “piuttosto” vuol dire che mi divertivo come una deficiente.
Conoscevo 2-3 persone nuove al giorno, bevevo come una vecchia alcolizzata senza però risentire degli effetti malefici del post-sbronza (bello avere 20 anni… OH se era bello!), mi innamoravo più volte al giorno, andavo a lezione, studiavo, imparavo a cucinare e a fare le lavatrici… insomma, facevo la studentessa fuorisede, e avevo 20 anni. Mejo de così….

Un giorno di maggio (penso proprio il 4, o forse il 5) mi telefona la mia migliore amica dell’epoca, V., che avevo lasciato a Roma. Mi ricordo che mi chiamò al telefono fisso dello studentato: era un’impresa titanica superare centralini e attese di collegamento corredate da rumori strani, ma nel 2002 telefonare al cellulare costava. Meglio chiamare da casa, lo faceva anche mia madre!
Non mi ricordo cosa mi disse precisamente, ma il succo era: stanotte Valerio è morto nel suo letto.

Chi era Valerio?
Nella mia vita, nessuno di importante. Un conoscente, neanche un amico. Non andavamo nemmeno allo stesso liceo. Ci eravamo conosciuti ad una festa di compleanno di un mio compagno di classe, credo giocassero a basket insieme ma non ricordo bene. Lui era con un suo amico, Michele. Io avrò avuto 15-16 anni, forse 17, e lui ne aveva uno in più. A quel tempo io e V. il pomeriggio tornavamo a scuola per suonare: il lungimirante preside ci aveva permesso di improvvisare una saletta per buttarci dentro una batteria sgangherata e un paio di amplificatori messi male, così la scuola diventava il posto in cui ci ritrovavamo il pomeriggio. Quando sentii che Valerio suonava la batteria, lo invitai alla saletta, un pomeriggio.
Era bravo? Non mi ricordo, quindi probabilmente non era proprio John Bonham, ma neanche l’ultimo degli sfigati. Probabilmente sapeva almeno tenere il tempo e non era neanche tanto terribile. Ricordo bene però che era mancino, perché ogni volta che veniva in saletta dovevamo smontare e rimontare la batteria per farlo suonare.
E ricordo molto bene anche quanto mi piaceva! Oltre ad essere molto bello, era anche simpatico e alla mano, mi faceva ridere di gusto (ma questo non è indicativo, le ragazzine a 16 anni ridono anche se gli fai BUH). Non ho mai capito se anche lui avesse dell’interesse per me, perché il primo a farsi avanti fu il suo amico Michele. Io però, infatuata di Valerio (e probabilmente di altri 20 ragazzi più grandi del mio liceo) non ne volli sapere. Ed ecco là che Valerio e Michele non vennero più a suonare con noi.
Ci rimasi male? Ne dubito fortemente… a 16 anni ero molto impegnata a scoprire la vita, il tempo mi scivolava tra i piedi a velocità supersonica, quindi temo che Valerio sia stato presto rimpiazzato nei miei pensieri da altri Danieli, Simoni, Alessandri etc.
Però Valerio era anche mio vicino di casa. Abitava nel palazzo di fianco al mio, quindi non fu del tutto dimenticato per sempre, perché lo incontravo abbastanza regolarmente. Ci si scambiava un “ciao”, un sorriso, e via. Ogni volta che lo rivedevo pensavo “Madonna sei bello”, ma poi moriva là, io non lo cercavo, lui non cercava me. A 16 anni ero convinta di essere un cesso terrificante, antipatica e sgradevole. Solo dopo i 20 ho scoperto di aver avuto anche io qualche ammiratore, ma a quei tempi, ogni parola che mi veniva rivolta da un regazzetto credevo fosse un miracolo divino. Non avrei MAI avuto il coraggio di chiedergli di vederci, figuriamoci, lui così carino e io SCHIFO.
Vabbè, ce li avrete avuti pure voi 16 anni, no?

La storia sarebbe finita qua, ed io probabilmente non avrei mai più sentito parlare di Valerio, se non fosse morto. Sarebbe semplicemente scivolato via in maniera del tutto indolore dalla mia vita e dai miei ricordi, dolcemente, senza lasciare tracce. Se nessuno me ne avesse più parlato, non lo avrei neanche riconosciuto se incontrato per strada, e non mi sarei ricordata neanche il suo nome se qualcuno me l’avesse nominato.

Invece si è ammalato di leucemia.
Leggende narrano che un giorno stava giocando a calcetto, bello come al suo solito, con lo stuolo di ragazzine sbavanti che lo guardavano con le dita aggrappate alla rete, e lui è svenuto ed ha cominciato a perdere sangue dal naso. Dal nulla, così, senza traumi, niente. Svenuto.
In realtà (lo scoprii anni più tardi) non successe mai nulla di così teatrale: tornando da un allenamento di pallanuoto, la madre notò che aveva dei capillari rotti negli occhi.
E io comunque non ho mai saputo niente (per farvi capire quanto eravamo lontani come persone), fino a quella mattina di maggio 2002, in cui V. mi chiamò per dirmi che non c’era più.

Come reagii sul momento? Non me lo ricordo. Piansi? No, non lo conoscevo abbastanza. Lì per lì però fui presa da quella smania di protagonismo tipica dell’adolescente, dovevo chiamare tutti, informare tutti, volevo che tutti sapessero che lo conoscevo, e poi ero lontana da casa da qualche mese, mi sentivo un po’ persa perché non potevo parlarne con qualcuno che potesse condividere con me almeno il contesto o gli amici in comune. Potevo solo raccontare e fare la vittima, e darmi un tono un po’ mesto.
Ma questa mia reazione superficiale durò molto poco. Non ricordo con esattezza il decorso dei miei pensieri, non ci furono rivelazioni improvvise, ma dal 5 maggio 2002 io cambiai completamente. Mi feci il mio primo tatuaggio, e un piercing sulla lingua. Ricordo che il mio pensiero era sempre: Valerio non può più farlo.
Ma la mia non era tristezza: era una pura e semplice considerazione. Cambiai totalmente il mio atteggiamento nei confronti delle persone. Smisi di rispondere in maniera acida a chiunque, per dimostrare quanto ero intelligente. Che bisogno c’era? Cominciai a chiedere scusa quando sbagliavo. Cominciai a non essere più in grado di dire bugie.
Qualcuno potrebbe obiettare: avevi 20 anni, avevi cambiato città, eri al primo anno di università, era pure ora che crescessi!
E’ vero. Probabilmente questo cambiamento, che mi ha reso la persona che sono ora, invece dell’acida adolescente che doveva sempre e per forza aver ragione, sarebbe avvenuto indipendentemente dalla morte di Valerio.
Ma forse la transizione sarebbe stata più lenta e tardiva, e questo non lo saprò mai. In quel momento storico della mia vita, io per mesi e mesi ho avuto la sua scomparsa come punto di riferimento di ogni mio singolo comportamento.
La sua morte, infatti, alla fine la piansi, con un ritardo di qualche mese. Un ragazzo di 21 anni. Mai bevuto né fumato, a quanto si diceva in giro (ma io non ci ho mai creduto). Bello, gentile, simpatico. E poi, dopo tutto quel tempo in cui avevo condiviso la sua presenza, adesso mi sembrava di averlo sempre avuto vicino, lo sentivo come una guida spirituale, o perlomeno qualcuno che mi camminava vicino in silenzio e giudicava le mie azioni e le mie parole.

Io, V. e I., un’altra amica in comune, lo andavamo a trovare al cimitero di Ostia Antica, ogni tanto. Quando stavamo lì, sedute davanti alla sua tomba, ci fumavamo una sigaretta e ridevamo. Gli raccontavamo le cose come se lui fosse lì davanti a noi, gli dicevamo “Ti ricordi che palle girarti la batteria ogni volta, Valè?”

Gli scrissi anche una cosa che gli sarebbe una cifra piaciuto essere una poesia, e gliela lasciai lì, sulla tomba che condivideva con il nonno. Un’opera non degna di essere pubblicata, MAI e in nessun luogo, ma per farvi capire cosa mi frullava in testa in quel periodo, mi umilierò citandone il finale:
….userò il tuo ricordo per ricordarmi di
v i v e r e
al quadrato
anche per te
che nonostante i tuoi sforzi
non hai potuto.
Tu vivi ancora in tutti quelli che come me
amano la vita
e che dalla tua lotta per lei
hanno imparato a rispettarla e a difenderla.

Ti prometto che lotterò per la mia vita
con le unghie e con i denti
come se fosse
la tua”.

Tralasciando la forma, questo è quello che ha significato per me la morte di Valerio, in quel periodo caotico della mia vita: la morte della “vecchia” Silvia, della sua fastidiosa parte adolescente.

All’inizio avevo accennato al fatto che non volevo trattare di persone importanti per la mia vita, e spero che ora sia chiaro cosa intendevo.
La mia bisnonna Celeste è stata parecchio più importante di Valerio, ma non ne parlerò nei miei prossimi due post, che invece riguarderanno (in rigoroso ordine temporale), Luciano e Aldo.

Bè, dai, non è stato così triste come poteva sembrare dal titolo, no?

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3 Risposte to “Le mie morti: Valerio.”

  1. fmonaca Says:

    Eh invece si, e’ triste! Uff …

  2. Le mie morti: Luciano. | ConversazioniMetropolitane Says:

    […] Com’è facilmente intuibile, dopo l’inevitabile rottura ci perdemmo di vista, molto prima che io mi trasferissi a Bologna. Probabilmente già nel 2000 non ci sentivamo più da un po’ di tempo. E da qui, comincia il mio periodo felice, lo spiccare il volo (… ok, fuggire a gambe levate) dal nido per il trasferimento in un’altra città, ed il mio passaggio dall’adolescenza verso la vita post-adolescenziale di cui abbiamo già parlato. […]

  3. Le mie morti: il capitolo conclusivo che non ho scritto | ConversazioniMetropolitane Says:

    […] allietare le vostre giornate, avevo già deposto un paio di articoletti a dir poco allegrotti, uno qui e l’altro qui, e ve ne avevo promesso un […]

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