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Mal di Spagna

17 maggio 2011

Insomma ieri notte sono tornata da Granada. Penso che le migliaia di elettori di Pisapia abbiano pensato a me, dentro le urne: si saranno detti “Se non diamo un minuscolo alito di svolta a questo paese a questo giro  Anna potrebbe non sopravvivere al ritorno in Italia”. E probabilmente è vero. Avevo bisogno di una buona notizia, di un piccolo embrione di speranza pe noartri.

Perchè a me tornare dalla Spagna ogni volta  mi uccide dentro, mi fa sentire di aver sbagliato paese dove nascere e dove decidere di rimanere. E’ vero che la Spagna è povera e sostanzialmente agricola, piena di disoccupati peggio che da noi, addirittura a Granada c’è la fila per lavorare anche solo nei ristoranti e nei bar. Inoltre gli spagnoli hanno un ridicolo nazionalismo linguistico (mica c’hanno il mouse loro, hanno il ratòn!)  una cucina rozza e pesante, la corrida e il re. Ma tutto il resto dei miei brevi soggiorni spagnoli è sempre stato un inno a godersi la vita: sarà la vacanza, la movida, gli orari, la gente incontrata per strada, la bellezza in ognuno dei posti che ho visto. Sarà l’adolescenza che si risveglia a certe latitudini, ma qualche volta ho anche pensato di trasferirmici, magari a Madrid.

In genere queste pulsioni migratorie passano perchè le responsabilità e la routine mi distraggono in fretta. Ma stavolta è diverso: la voglia di scappare si sta attenuando perchè ho la bella sensazione che delle brave persone siano state premiate alle elezioni. E che quindi ci sia ancora la speranza che l’Italia faccia quello che ha tutte le potenzialità per fare: diventare un posto dove è bellissimo vivere. Anche più che in Spagna.

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Concordato 2.0

23 febbraio 2011

L’altra mattina mi stavo dedicando al macabro e periodico rito della depilazione e, a causa della considerevole quantità di bestemmie che questa procedura comporta, ho iniziato a pensare alla religione cattolica. C’è un problema tra me e i cattolici. Infatti formalmente la pensiamo nello stesso modo su tante cose, ma per ragioni completamente opposte. Ad esempio la sospensione dell’idratazione forzata ai pazienti in coma è barbara per entrambi: io passerei all’eutanasia, loro a una paziente attesa che le piaghe da decubito si mangino vivo il paziente. Punti di vista. Altro esempio più leggero: l’inferno. Secondo me Berlusconi e Andreotti non ci andranno perchè l’inferno non esiste, secondo molti cattolici perchè sono brave persone. E’ inutile dire poi che secondo me gli omosessuali non dovrebbero sposarsi in chiesa perchè nessuno dovrebbe farlo, i cattolici perchè… non lo so perchè, probabilmente li ritengono creature contronatura. Ma come si fa ad andare avanti così??? Non si può, è ora di arrendersi. Ed ecco la mia idea fantastica, un’idea rivoluzionaria di pace, libertà, autodeterminazione.

Tutti i cattolici vanno a vivere nella Città del Vaticano fondando uno stato integralista cattolico e adottando per una buona volta il Vangelo come costituzione e l’Antico Testamento come codice penale. E io e tutti gli altri che non hanno bisogno di ingerenze ecclesiastiche per essere governati ce ne restiamo a casa nostra, in un paese che, almeno sulla carta costituzionale, è nato e resta laico.

Certo, per un po’ l’Italia si svuoterebbe, ma, a parte il fatto che se non altro non troverei traffico sul raccordo, secondo me il calo demografico non durerebbe a lungo. Infatti, anche nella nuova Repubblica Vaticana, la gente inizierebbe a voler divorziare, abortire, andare a mignotte e farsi le canne, con la differenza che lì non sarebbe possibile per davvero. Vietato per legge divina, mica cazzi. E’ così il problema degli sbarchi clandestini da oltretevere diventerebbe rapidamente un’emergenza sociale. Ma in tal caso voterei volentieri per Maroni, e farei a modo suo. E cioè: le chiese ormai vuote non diventerebbero biblioteche come fecero i comunisti, ma centri di prima accoglienza dove stipare i cattolici transfughi con i loro miliardi di figli nati per mancanza di contraccettivi, in attesa di identificarli e rispedirli al loro paese. Potrei anche arrivare a destinare il mio 8×1000 per oliare un accordo bilaterale tra Italia e Vaticano per impedire gli sbarchi. Del resto la diplomazia è compromesso.

E farei grandi cose con tutti i miliardi di euro fino ad oggi buttati in sgravi fiscali e finanziamenti alle scuole private col solo scopo di leccare le terga ai preti.  Costruirei ponti, strade, infrastrutture, metropolitane, distribuirei capillarmente e gratuitamente la banda larga, costruirei centri di ricerca sulle cellule staminali, svuoterei Corviale e metterei le famiglie disagiate a vivere nelle canoniche, commuterei gli stipendi dei professori di religione in stipendi per professori di educazione civica, darei il permesso alla gente di Cesano di smontare a martellate le antenne di RadioMaria e proclamerei quel giorno “Festa nazionale della salute”. Sarebbe bellissimo, specie per me e Uber, che la vediamo un po’ così

[Anna]

Giù dal piedistallo

19 febbraio 2011

Ho una semiamica, C., una di quelle ragazze a cui voglio bene per le belle serate passate insieme, ma mai una vera amicizia, dove per me l’amicizia è equiparata ad un rapporto di parentela non di sangue. Il padre di C. un mese fa ha chiamato in ufficio, ha abbandonato la sua macchina dalla parti della Magliana ed è sparito nel nulla. C. ha passato le settimane successive a distribuire voltantini, è andata a Chi l’ha visto, ha risposto a decine di segnalazioni, tutte apparentemente affidabili, tutte concordi in varie zone di Roma. Poi giovedì hanno trovato il corpo di suo padre nel Tevere. Mi dicono che il tam tam su Facebook è stato impressionante, tanto che a nessuno è venuto in mente di avvisarmi, visto che io l’account su Facebook non ce l’ho. L’ho saputo oggi, dopo più di un mese, praticamente per puro caso. Inutile dire quanto sia stato triste il pomeriggio che ho trascorso a casa sua, con un viavai infinito di parenti ed amici, un’allegria con gli occhi lucidi, un elefante nelle piccole stanze di un’umile casetta dalle parti di San Paolo.

Ecco, è ora che io mi rassegni al fatto che le persone comunicano tramite questo cazzo di Facebook, e che finchè ne resterò fuori perderò pezzi della vita delle persone che magari non sono le più importanti, ma che a cui comunque tengo. O magari anche piccoli pezzi della vita che delle persone che per me sono le più importanti, tipo l’ennesimo botto che quel disastro di Silently ha fatto con la macchina, non so bene quando, non so bene con quali conseguenze della sua povera macchina. Anche questo divulgato su Facebook a quanto mi dicono e di cui io ovviamente non sapevo niente. Ho sempre odiato i cellulari, Facebook, Twitter e MSN, mi limito ad usare il telefono di casa e la chattina di Gmail, ma è evidentemente tempo di abbandonare questa posizione, un po’ snob e un po’ no. Sia io dunque la benvenuta su Facebook, che mi aiuta a connettermi e rimanere in contatto con le persone della mia vita.

Il Nano di Oz

17 febbraio 2011

Ho iniziato a scrivere questo post in piena grafomania post Annozero: a volte mi capita, quando lo guardo da sola. Ma stasera era una puntata scialba, che è partita sentendosi già sconfitta da Benigni sul canale accanto, quindi mi è rimasta solo un po’ di tristezza da oh tempora oh mores che mi prende quando si parla delle mignotte di Berlusconi.

Poi non so come mi è venuta in mente un’analogia con una storia che mi è sempre piaciuta tanto, quella di Dorothy nel Mago di Oz. Perchè se dovessi personificare l’Italia non mi verrebbe in mente la pupazzetta di Ballarò, nè Sofia Loren, ma solo questa contadinotta del Kansas di fine ottocento.

Ecco la storia, più o meno come me la ricordo e con un aiutino di Wikipedia. Dorothy, dopo un esordio condito di smanie adolescenziali, cani e vicine bisbetiche, si trova barricata in camera sua quando un tornado travolge la sua casa e la trasporta in un paese assurdo e fantastico che si apprende rapidamente essere il paese di Oz.  Incidentalmente la nostra contadinotta uccide una donna, la malvagia strega dell’Est, atterrandole sopra con la casa. Ma l’omicidio colposo non è passibile di riprovazione sociale ad Oz, anzi: per magia Dorothy si ritrova ai piedi le scarpe rosse della strega cadavere. Non viene particolarmente turbata dalla cosa, mostrando un pronto senso di adeguamento alla morale del posto. Nel tentativo di tornare a casa, la ragazza intraprende un lungo viaggio verso la corte del Mago, che ha la fama di essere in grado di aiutarla. Dopo mille peripezie e con la compagnia del Leone, dell’Uomo di Latta e dello Spaventapasseri, raccattati uno dopo l’altro sulla strada,  Dorothy riesce ad avere udienza dal Mago, il quale si rivela un imbonitore da quattro soldi. Infatti si tratta banalmente di un tizio qualunque che era piombato nel paese di Oz in mongolfiera anni prima e si era costruito un personaggio sfruttando l’ingenuità degli indigeni. Oltre l’assurdo desiderio di Dorothy di tornare in un posto sfigato come il Kansas, anche il Leone, lo Spaventapasseri e l’Uomo di Latta hanno dei sogni infranti dalla VannaMarchità del mago: infatti i tre si erano imbarcati mossi dal desiderio rispettivamente di coraggio, intelligenza e di un cuore. Alla fine del film tutti i personaggi scoprono di aver sempre avuto dentro di sè le risorse che li avevano spinti dal Mago, e il lungo viaggio non era stato altro che un percorso verso la consapevolezza delle proprie capacità. In particolare Dorothy riesce a tornare a casa battendo semplicemente tre volte i tacchi delle scarpe della strega morta, dimostrando che a volte il crimine paga. La storia si chiude con l’ipotesi che fosse tutto un sogno, cosa che nel 39, anno di uscita del film, deve essere sembrata tremendamente geniale ed originale agli sceneggiatori.

Ecco, la mia Dorothy è questo nostro paese affascinante, intemperante, non innocente e non cattivo, che si è mosso per anni verso un’idea truffaldina di benessere, facilità del vivere, finta felicità e arrivismo impersonata da Silvio Berlusconi. Ma la sensazione è che questo ingorgo di zoccole, processi, scandali stia accelerando un processo: presto il trucco sarà svelato, e il mago si rivelerà solo un uomo qualsiasi atterrato con la sua mongolfiera di soldi mafiosi in questo sciocco paese. E in quel bel giorno tutti noi scopriremo di avere già dentro di noi le risorse per tornare a casa.

La nausea

6 febbraio 2011

Ci sono manifestazioni della natura che sembrano finalizzate esclusivamente ad infastidire il prossimo: le pornomamme alla guida dei suv, i suv, le zecche, l’uvetta nel panettone, Carlo Giovanardi, Daniela Santanchè, i virus intestinali. Proprio uno di questi ultimi mi ha costretto abbracciata alla tazza del cesso per buona parte del weekend, scossa da brividi, dolori alle articolazioni, febbre, nausea. Ieri sera stavo così male che è bastato che un personaggio di un film dicesse “olive ascolane” per farmi scappare al bagno per tipo la quarta volta. Tanto per chiarezza non è stato Giovanardi a farmi tutto questo, ma proprio un virus. E poi, ora che ci ripenso, nella mia personale top five di personaggi orribili della politica Gaetano Quagliariello questa settimana è in crescita e scala anche Giovanardi, dando alla classifica dei cinque personaggi più irritanti della scena politica il seguente assetto:

 

Daniela Santanchè

Gaetano Quagliariello

Carlo Giovanardi

Daniele Capezzone

Ruby Rubacuori

 

(NdAnna Berlusca è tipo la legge zero della robotica, una specie di default quindi neanche lo cito).

 

Visto che siamo in temi nauseabondi e che è un po’ che non scrivo, vorrei spendere due parole anche sulle manifestazioni post-femministe previste per i prossimi giorni. Anzi facciamo un bel test: viene assegnato un punto per ogni donna di vostra conoscenza che rientra in una delle seguenti categorie.

 

Donna che è stata colpita da un uomo.

Donna che è stata colpita dal proprio uomo e non l’ha lasciato su due piedi né l’ha denunciato (mezzo punto).

Donna che ha subito una discriminazione sessuale sul lavoro.

Donna palpeggiata sull’autobus nell’indifferenza generale.

Donna che non guida la macchina del marito.

Donna che ha ricevuto battute pesanti sul posto di lavoro.

Donna che ha ricevuto battute pesanti sul posto di lavoro e si è sentita umiliata e colpevole per questo motivo (mezzo punto).

Donna vittima di violenza sessuale.

Donna che ha dovuto rinunciare alla carriera per curare la famiglia.

Donna che ha dovuto affrontare da sola l’handicap di un figlio perché il marito è scappato.

Donna colpevolizzata per le proprie relazioni sessuali antecedenti il matrimonio.

 

Risultati:

 

Da 0 a 3 punti. Le donne non parlano con te: un lungo percorso dentro il tuo cuore e la sospensione dell’abbonamento a Max ti porterà probabilmente a capirne il motivo.

 

Da 4 a 20 punti: ti rendi conto perfettamente che l’ipocrisia di bruciare reggiseni sotto Arcore è energia sottratta a proteste molto più mirate e di interesse comune. Rimangio quanto appena scritto nei confronti delle persone la cui protesta sia stata congiunta recentemente ad una delle seguenti attività:

1- attenta lettura delle testimonianze di Spatuzza,

2- lettura del testo della legge bavaglio e puntuale riscontro nel programma elettorale del pd del 2008,

3- lettura anche superficiale e parziale del testo della riforma universitaria (è un casino incomprensibile),

4- protesta davanti al parlamento per aver negato l’autorizzazione a procedere contro Cosentino,

5- protesta contro una qualsiasi delle altre cose orripilanti di cui si è macchiata la nostra classe dirigente.

 

Da 21 a 30 punti: leggere la posta del cuore di Grazia non conta.

 

Oltre i 41 punti: Lavori per il telefono rosa (o almeno lo spero tanto).

 

 

 

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (Special edition: the day after)

15 dicembre 2010

Oggi niente sequel sui consigli per la stesura della tesi. Oggi il rischio è che tra dieci anni non ci sarà più un dottorato a minacciare la nostra sopravvivenza, economica e psicologica. Forse non ci saranno più università pubbliche a finanziarli, forse neanche più la laurea avrà valore legale. Quindi alla fine chi se ne frega della tesi, almeno per oggi.

Ieri il famoso 14 dicembre 2010 sono entrata in aula, avevo lezione. E’ stato come entrare in una di quelle bolle di Natale, che se le scuoti nevica. Tutto si muove lentamente lì dentro, la gravità è attutita da un viscoso liquido trasparente. A volte le aule dell’università sono come un sacco amniotico: del mondo circostante arrivano solo vaghi clamori.

I miei studenti, mentre tanti loro colleghi erano in piazza, mi aspettavano come niente fosse. E io avrei voluto prendere un grosso martello e spaccare quella bolla di vetro e farli defluire fuori

“Voi cosa cazzo ci fate qui? Andate a manifestare, andiamo a manifestare! Vi rendete conto che tra un anno magari questo corso non esisterà più?”

“Appunto”, mi avrebbero probabilmente risposto.

Ed è tutto qui, il problema. Siamo ancora un paese di pieno di troppi pollicini che invece di assaltare il forno, raccolgono briciole nella speranza di tornare a casa. Io come tanti altri assegnisti precari, che curiamo amorevolmente le nostre effimere carriere, siamo più pollicini di tutti, perchè le nostre briciole sono così in basso, che una settimana sui tetti è un lusso che non osiamo concederci.

E quindi ieri sono montata sulla cattedra e ho fatto la più bella lezione del corso. Perchè se si deve suonare mentre la barca affonda, allora tanto vale che la musica sia la migliore.

L’amorale

14 dicembre 2010

Ciao, piacere: mi presento, anche se tutti voi mi conoscete già tramite le mie opere. No, non sono dio e neanche Anna.  Sono un assassino.  Ammazzo perlopiù giovani donne, bambini, persone simpatiche e famose.

Mi avete visto nel ruolo del cacciatore che spara alla mamma di bambi. La mia parte più importante è stata quella dello psicopatico di Seven, che in realtà ho accettato non per il sadismo del mio personaggio. Ma solo perchè faccio morire Brad Pitt.

Io sono un po’ così, sono cattivo, perfido oltre l’inaccettabile, sono il migliore in questo. Desto sentimenti puri. Sono libero dai distinguo, dalle ipocrisie, dal garantismo. Mi volete morto, violentemente, subito. Tutti. Perchè, come la Rinascente, ho un prodotto pensato per ognuno di voi.

Se volete capirmi un po’ senza finire in galera – io non finisco mai in galera, ma voi sì – provate così. Date in pasto un inerme topino bianco ad un serpente in un terrario. Osservate l’orrore della scena e godete del silenzio del vostro cuore. Non c’è colpa. Non c’è peccato nell’assecondare la naturale voracità di un grasso serpente domestico.
Questa è l’essenza di quello che mi fa amare il mio lavoro. Di fatto uccidere senza colpa è come essere degli dei.

Inoltre, il mio lavoro ha anche un ritorno sociale. E’ molto apprezzato. Dai media, da chi guarda gli speciali di cronaca nera, da chi costruisce i plastici di Porta a Porta. Io rilancio l’economia dei paesini in cui colpisco. Io celo gli scandali dei potenti.

Ma soprattutto io do ragione a tutte le convinzioni di ciascuno di voi. Ciclicamente.

Ad esempio in questo momento l’estetica berlusconiana va molto, e io lancio sul mercato un paio di ragazzine post-puberali con un velo di trucco. Una volta do ragione ai leghisti, e colpisco una retriva periferia del sud. Una volta do ragione agli xenofobi, e la mia arma è un marocchino. Ai tempi delle fobie da nuovo millennio, ho ammazzato tramite sette sataniche. E poi omicidi tra vicini, tra fidanzatini, tra fuorisede, omicidi nella metro. Omicidi compiuti da padroni di cani, in gloria a chi detesta pestarne le merde per strada.

Il mio campionario è vastissimo. Alcuni prodotti sono più raffinati, e infatti tirano poco. Sono le morti bianche, le morti di malasanità, le morti in guerra. Per comunisti, assistenzialisti, pacifisti. E visto che valgono poco, io mi butto sulla quantità, come i cinesi.

Ma sono tutte opera mia. Ne sono così orgoglioso. Sono così variegate, così apparentemente casuali, così irriconoscibili. Eppure la mano dell’artista si vede, se la cercate. Il segreto è nelle strumentalizzazioni. Se una morte porta consensi e denaro, allora la dovete a me.
Inoltre nella mia narrazione ho l’efficacia del teatro: unità di azione, di tempo, di luogo. Le mie vittime e i miei carnefici non sono lontani, vanno cercati sotto il letto di ognuno di voi.

Invece le tragedie oscure, inutili, lontane, non sono opera mia. Mica sono l’angelo della morte. Quelle o sono di qualche collega all’estero, o non sono del giro. I genocidi di etnie sconosciute, le epidemie malariche, la fame nel mondo, gli stupri di massa, non fanno per me.
Questa roba alla current tv non sono topini vivi, è chappie di seconda scelta. E voi miei cari siete serpenti raffinati.

Ho sentito che in questo blog l’anticlericalismo tira, quindi in onore dei miei ospiti ho pensato di articolare il mio prossimo progetto così: dodici orfanelli vengono tenuti in stato di schiavitù in un istituto cattolico. Il fronte laido e avido della chiesa si ingozza con l’otto per mille mentre i piccoli vengono affamati e molestati sessualmente. Siamo su un blog creative commons, quindi direi niente pedopornografia online: le inarrestabili polemiche su internet non vi piacerebbero.
Meglio qualche morticino: le prime tre vittime occultate nel cortile, si teme per la possibilità di altre. Potrei infilarci anche una mamma in carcere a cui è stato tolto l’affidamento di una delle vittime, una femminuccia di tre anni e mezzo che ha perso il diritto di essere detenuta con la madre da appena sei mesi. Ma non lo so, ultimamente Pannella mi sta un po’ sul cazzo.

Comunque, il canovaccio è questo. Devo giusto rifinire i dettagli, capire che fare coi radicali e trovare una location.

Vi farò sapere. Come sempre.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 6 di ???

8 dicembre 2010

Come scrivere una tesi di dottorato e soprattutto cosa scriverci dentro.

Scrivere una tesi di dottorato è un’opera titanica la cui maggiore difficoltà consiste nel non sapere bene cosa ci si deve mettere dentro. Abbiamo dei risultati scientifici, magari abbiamo anche scritto un paio di articoli, ma una tesi si presenta come qualcosa di molto più ampio, più confuso, più difficile. E siamo tutti soli ad affrontarla.

Iniziamo col capire quali sono gli obbiettivi, in realtà nel loro aspetto più politico e filosofico che scientifico. Innanzitutto una tesi di dottorato è un libro. E condivide con tutti i libri del mondo lo stesso obbiettivo, ossia la benevolenza del lettore. Per ottenerla dobbiamo fare tre cose: scrivere cose corrette (siamo ricercatori seri, noi), scriverle in maniera chiara (siamo didatti), scriverle in una forma comoda e piacevole da leggere (siamo autori di un libro). Anche la prosa più arida, ossia la trattazione scientifica, mette in relazione il nostro lettore con noi: se lo inganniamo, lo confondiamo o lo annoiamo, ci odierà. Visto che poi il nostro lettore è uno che deve scrivere un report sul nostro lavoro, meglio evitare. Iniziamo col dire cosa ci si aspetta dai primi due capitoli della tesi.

Introduzione. L’obbiettivo di questo capitolo è quello di convincere il lettore a leggere il resto. Quello che potrebbe portare il nostro lettore a chiudere il libro è: l’argomento non è interessante, l’argomento è incomprensibile, l’argomento è noioso. Nell’introduzione bisogna disinnescare queste insinuazioni dicendo tre cose

  1. quello di cui ci occupiamo è inserito in un contesto molto ampio (gli accademici sono dei conservatori innamorati del mainstream)
  2. ha molte applicazioni pratiche e teoriche, (mica stiamo scrivendo 120 pagine di pippe mentali)
  3. il nostro contributo è significativo. (siamo dei fichi)

Per farlo abbiamo il diritto/dovere di cedere il rigore per la chiarezza, (senza scrivere stupidaggini però: un conto è essere semplici un conto è essere approssimativi) e di utilizzare la retorica e l’ironia. Usiamo poche formule, poche notazioni, molte chiacchere. Alla fine dell’introduzione c’è sempre una sezione in cui si dice grosso modo cosa si fa in ogni capitolo: serve a garantire il diritto inalienabile di saltare le parti noiose.

Stato dell’arte. Qui si danno al lettore tutti gli strumenti per capirci. Lo stato dell’arte si divide in due categorie di argomenti. Quelli di pertinenza del nostro lavoro servono ad inquadrare le nostre soluzioni nel contesto scientifico degli ultimi anni: il nostro obbiettivo è farci riconoscere il giusto. Dobbiamo portare chi ci legge a capire che il problema che affrontiamo non è banale, e infatti ci lavora un sacco di gente, e che anche noi abbiamo qualcosa da dire.

Nello stato dell’arte devono esserci anche gli strumenti teorici di non diretta pertinenza del contesto in cui lavoriamo. Se andiamo a pescare un teorema di un’altra teoria, va messo qui. Mai dare per scontato che chi ci legge ne sappia quanto noi, mai costringerlo ad aprire un altro libro per capirci. Altrimenti, nel farlo, chiuderà il nostro.

Tesi, antitesi, sintesi.

1 dicembre 2010

Alzheimer. Demenza. Smarrimento. Decadenza. Malattia. Piaghe. Umiliazioni. Paure. Immobilità. Allucinazioni. Catetere. Solitudine.

Orrore. Paura. Ribrezzo. Razionalizzazione. Studio. Distacco. Abbandono. Fuga. Dolore. Disperazione.

Lutto.

Abbiamo sepolto un pezzo alla volta. Il primo è stato la memoria. Poi l’intelligenza, uno sguardo vigile trasformato in uno sparuto, permanente, smarrimento. Poi le passeggiate, le cene, le parole. Poi la dignità. Poi la pelle, poi gli occhi, poi la carne. Ci sono voluti anni. Un lutto persistente, rateizzato, anticipato. Un pezzo alla volta.

La bara, i fiori, le telefonate sono arrivati dopo ed erano così umili, tardivi, consolatori.

E ora che tutto è finito, il tempo si muove lento come in un pantano. Mi ci sono volute ore per piangere. Giorni per parlare con gli amici. Mi ci è voluta una settimana per convincermi che non sono una ricercatrice inutile, visto che non mi occupo di medicina. Non so quanto mi ci vorrà per smettere di pensare alla vecchiaia, alla malattia mentale, alla morte. Penso che mi ci vorrà una vita intera per smettere di temerle.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 5 di ???

18 novembre 2010

Money money money

La cosa più scomoda della posizione di un dottorando è la sua ambiguità:  infatti un dottorando è uno studente, ma al tempo stesso un lavoratore. Questo lo rende carico di responsabilità, ma con la continua frustrazione di essere perennemente l’ultima ruota del carro… Inoltre il dottorato è una fase transitoria, al termine della quale è molto frequente passare diversi mesi a spasso. Questo aggiunge all’incertezza lavorativa quella economica.  E l’incertezza economica è il vero motivo per cui le università italiane si svuotano: la gente non ce la fa, o emigra o si mette a lavorare nel privato. Per questo motivo è importante arrivare alla fine del dottorato non solo con i conti in pari, ma anche con dei piccoli risparmi che permettano di tirare avanti qualche mese, perchè la ricerca in italia è roba da ricchi. O da schiavi.

Dottorandi senza borsa.

Avete vinto il concorso del dottorato ma non siete arrivati entro la prima metà o peggio (le borse disponibili devono essere almeno quanto la metà dei posti) Questo vi dà la fantastica opportunità di lavorare per almeno tre anni e mezzo gratis, alla modica cifra di una tassa universitaria che oscilla tra i 500 e i 1400 euro annui…
E chi sta meglio di voi? Vediamo subito come porre rimedio a questo tragico colpo di fortuna. Innanzitutto, presentiamo la fata turchina della nostra favola, il coordinatore del dottorato. Il coordinatore del dottorato è una figura buona e caritatevole che si smazza tutte le rogne dei dottorandi, tipicamente a titolo gratuito. Solo una grande passione e una fede nel suo compito può giustificare questo onere autoinflitto, quindi in genere il coordinatore è una figura di riferimento importante. Almeno all’inizio.
Pertanto se siete senza borsa il consiglio è quello di andare a bussare dal coordinatore e chiedere le seguenti cose: chi nel corpo docenti può rimediarvi una borsa privata (sì, esistono per davvero) e l’esonero delle tasse (sì, esiste pure lui). Infatti il consiglio di dipartimento può dispensarvi dal pagare le tasse con una delibera apposita.  Siccome le iscrizioni scadono a dicembre e il consiglio si riunisce al più una volta al mese, questa è una delle prime cose che vanno fatte appena semi-vinto il concorso.

Dottorandi, eterni studenti.

I dottorandi sono studenti universitari. Pertanto: hanno diritto a mense, accesso ai centri sportivi e ricreativi universitari (sì, esistono), accessi nelle biblioteche, convenzioni universitarie con cinema e teatri, sconti sui mezzi pubblici. Credo che la questione degli alloggi sia più delicata, informatevi.
Ricordatevi che se siete borsisti questo vi colloca nella fascia contributiva più bassa: infatti non siete più a carico di mammà e papà e quindi la vostra borsa da circa 12000 euro netti (che non è uno stipendio, quindi non va dichiarata) non si cumula con il loro (o il vostro) reddito. Fatelo presente ogniqualvolta serve, tipo per la mensa. Veementemente.

Dottorandi, un popolo cosmopolita.

Durante un dottorato si viaggia molto: ci sono le conferenze, le visite a professori all’estero, le scuole estive. E tutte queste cose costano tanti soldi. Una conferenza, per esempio, ha generalmente un costo di iscrizione, poi ci sono le spese di viaggio, vitto e alloggio, la social dinner. La professionalità di un dottorando si vede nella sua non-disponibilità nel mettere questi soldi di tasca propria. Chi ce li dà? Loro:
1. scrivere agli organizzatori della conferenza e chiedere se è previsto “a financial support for students”. In genere così spese di conferenze e alloggio si riducono, se non si annullano del tutto. Lo stesso vale per i professori che visistate: potete provare a chiedere di essere invitati a spese loro.
2. attingere al fondi di mobilità per le missioni dei dottorandi, previa autorizzazione del coordinatore di dottorato.
3. in genere i fondi di mobilità sono ridicoli, bastano per una conferenza l’anno. Quando finiscono non esitate a chiedere soldi al vostro professore, specie se lui non va alla conferenza: del resto le può sempre considerare come spese di rappresentanza ;)
4.prenotate con largo anticipo, appena decidete di andare, per abbattere spese di viaggio e alloggio. Booking.com è un ottimo riferimento per trovare alberghi dalle parti delle università.
5. I giorni trascorsi all’estero danno diritto ad un incremento del 50% della borsa e sono cumulabili. Quindi se state fuori 15 giorni in un anno sono circa 250 euro riguadagnati. Ricordatevi sempre di farvi fare l’autorizzazione per la missione dal coordinatore e di richiedere un attestato di partecipazione in cui sono indicati i giorni di arrivo e di partenza. Se andate da un professore, basterà una sua dichiarazione in carta intestata in inglese.

Dottorandi, grandi lavoratori pubblici.

Una fonte di guadagno extra ma fondamentale sono i tutoraggi e i corsi in codocenza (ossia una parte del corso, tipicamente un terzo delle ore frontali previste, viene affidata a voi). La paga è bassa e arriva anche dopo molto tempo, ma: innanzitutto non si butta niente, secondo la didattica fa curriculum e terzo la didattica rafforza la vostra posizione all’interno del dipartimento. Può succedere che la soddisfazione di un professore per un bravo assistente si trasformi in aperto appoggio politico durante la discussione della tesi o futuri concorsi. Per accedere a queste posizioni bisogna fare un concorso pubblico, ma la cosa migliore è contattare preventivamente il titolare del corso, perchè la didattica è una questione delicata e i professori vogliono essere sicuri di avere accanto persone valide (e anche un po’ sottomesse). Cosa che un bel curriculum da solo non necessariamente può garantire.

Dottorandi, grandi lavoratori privati.

Le ripetizioni sono un classico intramontabile per sopravvivere ad un dottorato, specie senza borsa o a borsa finita. A seconda dei periodi potete dedicare senza rimorso alcuno dalle 4 alle 8 ore settimanali a questa nobile attività e ricordatevi:
1. chiedete un compenso adeguato. Infatti avete studiato almeno quanto uno psicologo (da 50 euro ai 100 euro a seduta), infinitamente di più di un’estetista (dai 30 ai 40 euro l’ora per un massaggio), decisamente di più di uno studente universitario (10-15 euro l’ora per ripetizioni alle superiori) . Svalutare il vostro lavoro è una mortificazione inutile e controproducente. La gente pagando ha la tranquillizzante sensazione (giusta) di ricevere un servizio di qualità. A volte un compenso giusto è un buon biglietto da visita.
2. potete denunciare sulla vostra dichiarazione dei redditi quello che guadagnate con le ripetizioni. Esiste una soglia al disotto della quale quello che guadagnate non va denunciato, al di sopra basta rilasciare una ricevuta e accluderne copia al modello unico.
3. evitate imbarazzanti questioni deontologiche. Niente lezioni a gente del vostro dipartimento. Tutto il resto del mondo vi aspetta!

Esiste inoltre tutto un mondo di corsi appaltati alle università da altri enti pubblici e privati. In genere sono faticosi ma ben pagati, quindi è un circuito nel quale vale la pena cercare di inserirsi.

Dottorandi, gente che sa aspettare.

Se avete pianificato un periodo di alcune settimane all’estero alla scadenza della vostra borsa di dottorato, avete diritto a recuperare l’incremento del 50% della borsa chiedendo una sospensione della borsa con riattivazione alla partenza. Se ad esempio dovete stare fuori 4 mesi, a 6 mesi dalla partenza iniziate a fare domanda, rivolgendovi all’ufficio dottorato della vostra università.
Certo, avete fatto la fame per 4 mesi in Italia, ma questo investimento vi restituirà al ritorno un guadagno netto di circa 2000 euro. Questo ovviamente presuppone che voi siate in grado di stare 4 mesi senza borsa e campare all’estero con solo 1000 euro al mese, cosa non da tutti. Solo da ricchi. O da schiavi.