Archive for the ‘Femminezza in vari gradi’ Category

La fine della saga?

20 ottobre 2014

Ho voluto far passare un po’ di tempo prima di annunciare al mondo (che non aspettava altro che sapere COME STO, sicuramente) che NON ho un cancro.

E, a quanto pare, neanche un tumore.
(Qui potete trovare il Cap. 1 e qui il Cap. 2 di questa divertentissima storia!)

Ma come è potuto accadere che uno stuolo di dottori mi abbiano fatto temere il peggio, per mesi, tutti allo stesso modo e con la stessa convinzione?
E’ andata così: mi hanno operata, e dopo un paio (forse 3) di settimanelle di spasmodica attesa del risultato istologico, il chirurgo ha chiamato mia madre (MIA MADRE, Cristo, ma perché? Mica ho 14 anni!) per dirle che si trattava di “un semplice ascesso”.
Un ASCESSO? Ma non è quella roba che viene ai denti???? Come cazzo è possibile un ASCESSO in una TETTA?
Ecco, questa è più o meno la spiegazione che mi do, quando penso a come sia possibile che una ventina tra infermieri, dottori e tecnici di laboratorio mi abbiano fatto prendere ‘sto coccolone senza pari.

Quindi, tutto a posto?
Diciamo che la reazione primaria di tutti è stata: “WHEW, che sollievo!”.
Di tutti tranne che la mia.
Ho avuto un’infezione, generata da non si sa cosa, che in pochissimi mesi ha devastato la mia povera tetta destra.
Tutti si comportano come se io avessi scampato un cancro.
Ma la realtà, dal mio punto di vista, è che non ho scampato proprio un bel niente, anzi: ho avuto un’infezione che mi ha provocato un ascesso.
E una tetta martoriata, diversa dall’altra e per di più ricucita a grandi punti.
La cicatrice se ne andrà? Non penso proprio. Si vedrà un po’ di meno? Speriamo. Ma non cambia molto.
Mentre tutti quelli che mi benvogliono (giustamente) tiravano sospiri di sollievo e si congratulavano, io mi guardavo allo specchio e vedevo una tetta deforme.

Ora, vi chiederete (o, almeno io, me lo son chiesta): da quando in qua te ne frega qualcosa di che aspetto abbiano le tue tette?
Tra l’altro sono anche minuscole, non è certo una parte del corpo su cui hai mai fatto molto affidamento, o men che meno mostrato in giro!
Quindi?
Quindi boh.
Quindi man mano che levavo le bende, poi i cerottoni, poi i punti e alla fine i cerottini, mi faceva sempre meno schifo guardare, ma mi intristiva sempre di più cosa vedevo.

E la gioia di non avere un cancro, in realtà non l’ho mai provata.
Forse perché, già dalla biopsia, ho cominciato a soffrire di un dolore cronico, quel dolore che se fosse comparso subito avrebbe fatto stare tutti più tranquilli (l’assenza di dolore è generalmente uno degli indizi più forti per l’individuazione di un tumore).
Ecco perchè mia madre e mia zia non mi hanno vista esultare col risultato pulito della biopsia.
Ed ecco perchè non ho esultato neanche al risultato dell’istologico finale: perché lo sapevo già.
Certo sarebbe stato stupido andare in giro a dire “No regà tranquilli che lo so già che non è un tumore”, son cose che non si fanno. Quantomeno per scaramanzia.
E quindi non l’ho fatto, ma la verità vera è che pochi giorni dopo la biopsia, avevo già smesso di pensare a chemioterapie e simili (roba che aveva abbondantemente occupato i miei pensieri per un paio di settimane), e ho comprato uno shampoo nuovo (altra cosa che non facevo, sempre per scaramanzia).
O forse l’ho fatto solo per “pensare positivo”, come mi diceva il mio vecchio doc tutti i giorni in cui mi vedeva… Non lo so, fatto sta che per me, il risultato finale di tutta questa storia, non è stato affatto positivo come tanti possono pensare.

Io non ho “evitato”, “sfangato”, “debellato” nessun cancro. Semplicemente, non ce l’avevo e non ce l’ho mai avuto.
Io mi sono presa un’infezione, dal nulla, che mi ha lasciato sfregiata, e in questo purtroppo non ho trovato nulla da festeggiare, anzi.
Mi ritrovo ancora con la paura che l’infezione non sia del tutto guarita e che prima o poi possa ripresentarsi.
Mi ritrovo con dei dolori lancinanti quando sta per piovere, e dopo un mese e mezzo dall’operazione, mi ritrovo ancora impaurita dal dormire a pancia in giù, il che per me è un dramma, perché non riesco a dormire in nessun’altra posizione che vi posa venire in mente.
No, manco de lato, nada.

Mi rendo conto di quanto il mio punto di vista sia inutilmente disfattista e difficilmente condivisibile: guardandomi dal di fuori, sembrano dei ragionamenti idioti anche a me.

Però comunque mi rode il culo, ecco.

Pensavo sinceramente che sarebbe stata una reazione passeggera, che col tempo il dolore fisico e il dispiacere che provo guardando la povera tetta destra sfregiata sarebbe diminuito.
Per ora non diminuisce, ma ci provo forte ancora un po’ e poi vi faccio sapere, eh?

L’innominabile.

22 agosto 2014

Nel primo capitolo di questa nuovissima e divertentissima saga vi avevo accennato ad un piccolo ed irrilevante problemino con cui sto avendo a che fare.

Ebbene, trattasi di un tumore.

Ormai sono quasi due mesi che vado in giro facendo analisi e visite, ma vi giuro, quanto vero che il mio gatto è un pezzodimmerda, che NESSUNO, nessun dottore, nessun chirurgo, nessun infermiere ha mai pronunciato la parola TUMORE. Tantomeno (NON SIA MAI!!!) la parola CANCRO!

Forse qualcuno, sporadicamente, può aver menzionato METASTASI o CARCINOMA, ma solo nel momento in cui i risultati dell’ago aspirato e della biopsia hanno detto che nella mia tetta non ce ne sono.

Io, invece, per allenarmi all’idea, ho cominciato ad utilizzarle quasi subito. Innanzitutto, ho dovuto scoprire da sola che tumore e cancro non sono assolutamente la stessa cosa. Mi chiedo come avrei fatto se non fossi vissuta nell’era di internet. Probabilmente mi sarei organizzata il funerale da sola subito.

La mia ignoranza è abbastanza strabiliante in questa materia, ma mi chiedo se la colpa sia interamente mia. In questi due mesi mi sono accorta che queste due paroline (a vostro beneficio, ve le ripeto: CANCRO e TUMORE) sono meno pronunciate di SESSO, o di una bestemmia qualsiasi.

E la verità vera è che inizialmente è stato difficile anche per me. E’ difficile mettere volontariamente a disagio le persone, perché è questo che succede: “gli altri” si sentono profondamente fuori posto, è come se si sentissero in colpa. Come se, dopo aver nominato le paroline diaboliche, stessero improvvisamente parlando con un condannato a morte che però non ha nessuna colpa.

Quindi, adesso, facciamo un po’ di chiarezza su questa simpatica storiella: un tumore sono dei tessuti, della ciccia, che crescono in un punto del corpo ma che ne sono estranei. Per esempio: nella mia tetta c’è della ciccia che ha una consistenza diversa da quella che c’è intorno, è tessuto più duro, come se fossero, che ne so, dei muscoli invece che morbida cicceria da tette.

Lo stesso può capitare in qualsiasi (e dico veramente QUALSIASI) parte del corpo. Un mio conoscente, ad esempio, ne ha uno nel cervello da quando è nato. Chiaro che lo tiene sotto controllo, ma se non te lo dice non lo potresti scoprire MAI.

E questa in realtà è l’unica cosa che ho chiara dei tumori. Poi so confusamente che possono essere benigni o maligni (nel qual caso diventano CANCRO, ma un carcinoma non è detto che sia per forza un tumore), e possono crescere nel tempo, anche molto rapidamente, e diventare un problema anche nel caso in cui siano benigni. Da quel poco che ho capito, un tumore benigno lasciato stare potrebbe anche diventare un carcinoma col passare del tempo. POTREBBE, credo.

Ovviamente non fidatevi troppo di quello che sto scrivendo: queste sono le informazioni che ho, e con cui convivo da appena un paio di mesi, e non voglio averne altre. Potrei reperire tonnellate di informazioni molto più accurate, leggere un testo scientifico, ma non lo faccio, perché non mi va.

Assodato che, per ora, la mia tetta non ospita e non produce metastasi, per me va bene così. Anche se permane sempre quella sensazione di “vergogna”. Da quando questa simpatica novità ha allietato la mia altrimenti noiosa vita, ho scoperto che decine di persone hanno avuto un cancro (o un tumore) e io, semplicemente, non lo sapevo. Non lo sapevo perché è una cosa che non si dice.

Effettivamente, pensandoci, è difficile infilarlo in un discorso qualsiasi.

– “Ehi ciao, come va?” – “Da paura grazie, lo sai che c’ho avuto un cancro due anni fa?”

Mi pare quantomeno sconveniente.

Inizialmente, quando ne parlavo in giro con conoscenti o amici, cercavo di parafrasare, ma è quasi impossibile. Anche perché, pensandoci bene, suona molto più spaventoso “Ho qualcosa che mi cresce nella tetta”, “Ho una massa di roba”, “Devo fare qualche controllo”, che “Ho un tumore, ma per ora pare non sia un cancro”. A me sembra molto più rassicurante.

E per ora spero di avervi rassicurato abbastanza, anche se, miei giuovini virgulti, ovviamente la storia non finisce qui (non c’ho mica un raffreddore)!

Ti devo dire una cosa.

19 agosto 2014

Uno dei primi pensieri su cui la mia mente ha cominciato a vagare è stato: e adesso come lo dico in giro?

Come lo dico a mia madre? A mia sorella? A mia nonna? Alle amiche? E al lavoro?
Come si agisce, come ci si comporta umanamente in queste situazioni?
Ho anche anche chiesto a Google, ma pare che non ci siano manuali operativi per gestire questo tipo di situazione.
Ho pensato, ecco, basta una telefonata? Sono cose che si dicono al telefono? Vabbè, comunque sono cazzi miei, alla fine se lo voglio fare con un piccione viaggiatore lo faccio con un piccione. Se non fosse che mi fanno un po’ schifo.
Poi mi sono immaginata a telefonare a mia madre.

– “Pronto, Madre?”
– “Ciao figlia, COME STAI?”
– “Eh, ti devo dire una cosa….”

Non si fa. Non si dice a una madre di una come me, 30 anni suonati, un preziosissimo lavoro a tempo indeterminato e un preziosissimo fidanzato speriamo a tempo indeterminato con cui convive da 2 anni, TI DEVO DIRE UNA COSA.
Come minimo, comincia a telefonare ai ristoranti per i matrimoni o a comprare pannolini.

E allora? Come glielo dico?
Nella mia mente, elaboravo piani geniali del tipo: ok, adesso faccio una voce triste, e poi aggiungo velocemente tidevodireunacosaBRUTTA, così, per non dare il tempo a nessuno di pensare che la notizia in questione possa essere in qualche modo positiva, per spegnere sul nascere qualsiasi speranza di matrimoni e gravidanze. Non mi viene in mente altro che possa essere anticipato da un TI DEVO DIRE UNA COSA.

Che poi, a ripensarci, a mia mamma non volevo neanche dirlo. Cioè, intendo dire non subito. Avrò resistito si e no 48 ore, da quando, uscita dalla doccia, mi sono accorta che la mia tetta aveva chiaramente qualcosa che non andava (si, ho scritto TETTA, non è un refuso. Potrei dire SENO ma oh, mica sono una giornalista. E poi la tetta è mia e la chiamo come mi pare).

Sono riuscita ad andare dal Doc tutta da sola, e la preoccupazione che non mi aveva fatto mangiare moltissimo nei due giorni precedenti si è solidificata quando ho visto la sua faccia cambiare, insieme al suo tono di voce. Una metamorfosi che ho imparato a riconoscere negli ultimi due mesi, e che ancora mi provoca un misto inestricabile di sollievo e di rabbia. Infermieri, caposale, tecnici, dottori, chirurghi che ti trattano con sufficienza e a malapena ti guardano in faccia, finché non la vedono o non leggono i referti. Da lì in poi è tutto un “CARA”, “TESORO”, profonde occhiate di compatimento, mani sulle spalle e sorrisetti rassicuranti, quelli che non sollevano neanche gli angoli degli occhi.
Il mio imperturbabile Doc si turba, comincia a fare delle telefonate per farmi fare un’ecografia. Alle 18. Cerca un tecnico che mi possa fare una ecografia. Stranamente non lo trova, allora mi infila per un appuntamento “di favore” alle 8 del mattino seguente.
Ed è qui che cedo. Vorrei andare da sola, vorrei non far preoccupare nessuno, prendere questo esame che dirà “NON E’ NIENTE” e poi telefonare a tutti dicendo “OH NON SAI CHE COLPO M’E’ PRESO, MA NON ERA NIENTE!”, ma chiamo mia madre, le dico con noncuranza che la mattina dopo devo fare sta stracazzo di ecografia ma che non c’è bisogno che vieni, non ti preoccupare Madre, ti faccio sapere subito dopo, dai.
In realtà non mi sarei mai aspettata di NON trovarla là.
E, infatti, c’era.
Che mi aspettava là davanti da chissà quanto tempo per essere sicura di non perdermi, non avrà dormito un granché la notte. Per fortuna che c’era, perché la seconda metamorfosi mi aspettava nelle vesti di un tecnico insonnolito e scocciato, che diventa gentile e professionale guardando le incomprensibili immagini del mio interno-tetta.

Bisogna controllare, subito, biopsia, ago aspirato, mammografia.
E adesso diventa tutto reale. Adesso è il momento di “TI DEVO DIRE UNA COSA… brutta”. Adesso comincia la giostrina di “non dirlo a nessuno, ok a quella puoi dirlo, si anche a questa, ma a Tizia lo hai detto?”, di gente che si fa sentire dopo anni di silenzio. Al loro “Ciao come va? E’ un po’ che non ci si sente!” rispondo seccamente “Chi te l’ha detto?”.

Ma succedono anche sdrammatizzazioni inaspettate, tipo questa conversazione, durante un aperitivo con le amiche indetto appositamente per sganciare la bomba:
– “E insomma…. VI DEVO DIRE UNA COSA BRUTTA”
– “Oddio sei incinta”
– “No… più brutta!”
– “… Sei incinta di 4 gemelli!”
– “… Se fosse possibile, più brutta….”

E poi magari vi racconterò qualcos’altro nei prossimi post, quindi per ora miei giuovini amichi, dormite sereni che sto un cremino come tutti gli altri giorni.

Il Roxy Girls Surf Festival 2011: e voi, addò pensate de scappà?

23 giugno 2011

Roxy Girls Surf Festival 2011

Quest’anno non ve lo potete perdere, non fate come l’anno scorso che vi ho sgamato, stavate al centro commerciale a comprare i jeans e le scarpe da ginnastica da Decathlon che ve le mettete per andare in ufficio invece che per fare ginnastica.

Quest’anno, voi, il 2 luglio, vi imbarcate la mattina PRESTO (così non trovate traffico) e vi dirigete verso Ostia, la superate e allungate sulla litoranea fino all’8° cancello.
Soprattutto se siete delle giouvin donzelle e avete voglia di passare una giornata al mare un po’ diversa.
Ma anche se avete 50 anni e volevate passare tutto il giorno a guardare la tv e a cucinare per i figli 30enni che ancora vi stanno accozzati a casa: accannate tutto e scappate velocissime verso il mare.

Ecco cosa propone il Roxy Girls Surf Festival 2011 alle femmine di specie umana di tutte le età:

– Lezioni di surf gratuite impartite dal team di istruttori Roxy e Quiksilver;
– Una gara di Paddling (la potete fare, fidatevi) che mette in palio per le vincitrici un soggiorno di una settimana al surfcamp di Somo, sulla costa nord della Spagna;
– Il djset by Surfdisco;
– Gadgets e magliette alle iscritte (almeno, gli altri anni ce n’erano in abbondanza);
– Sole, mare, divertimento;
– Sarei ipocrita se non menzionassi l’avvenenza dei giovanotti che solitamente intervengono ad organizzare, a istruire e a gestire il tutto.

Ecco cosa propone invece la giornata per i giovanotti:

– Ragazze in costume che imparano a fare il surf.

Il modulo d’iscrizione online lo trovate qua; tutte le info sono su Surfcorner.it (precisamente a questa pagina).

Il club che organizza il tutto è l’OstiaSurf, e in particolare la ragazza che si sobbarca l’inumana fatica di pianificare tutto nei minimi dettagli è Valentina Vitale, che sarebbe tipo la campionessa italiana di Surf, ma ovviamente voi non ne avete mai sentito parlare perché siamo in Italia (oppure ne avete sentito parlare e allora lo sapete già del 2 luglio, che leggete affà?)

Comunque scherzi a parte, dai: venite. Almeno per vedere le facce deluse dei ragazzi che si vogliono iscrivere e non possono perché la giornata è dedicata solo a noi.

E se volete vedere cosa è successo l’anno scorso, andate a vedere qua.

Poi se mi cercate, io sono quella abbronzata bellabella in modo assurdo che con sicurezza&agilità si muove tra i flutti a chioma sciolta su una 5.8.
Ah no scusate, mi confondevo con le ragazze del campionato italiano.
Cercate quella che si aggrappa disperatamente alla tavola-gommone di polistirolo implorando le onde di non frullarla troppo forte mentre guarda con invidia le dodicenni che surfano da pro dopo la prima lezione.

[Silently]

Giuovin Donzelle al casinò.

29 marzo 2011

Avevo già speso due parole sul Portogallo, qui.

Mentre stazionavamo nell’amena e ridente cittadina di Estoril al nord di Lisbona, alle vostre Giuovin Donzelle sovvenne la brillantissima idea di ‘visitare’ l’enorme casinò della città.
Cerco di rendere l’idea: 4 sgallettate, bionde (per il colore medio del pelo portoghese, biondissime), vestite come delle senzatetto e con l’attitudine di liceali (poco) cresciute.
Gente che bazzica nel casinò: portoghesi e qualche cinese completamente abbrutiti dal gioco, incantati davanti alle slot machine, con appese alle labbra tumefatte sigarette dalla cenere chilometrica tenuta insieme con qualche strano rito voodoo.

Le 4 Giuovin Donzelle si appropinquano, dopo eterne peregrinazioni nelle sale impestate di fumo, ai tavoli della roulette, tanto agognati da V.
Scelto un tavolo, (e schiamazzando come liceali, ricordiamolo), esse decidono di acquistare delle fiches da 5 euro.

4 fiches, una a testa.

Appena ricevuta la sua fiche in mano, G. la fa svolazzare nell’aere, ed esclamando ’33!’ la posa con un voluttuoso gesto perculatorio e strafottente sul tappeto verde.
La povera e solitaria fiche violetta si perde nei meandri delle cinquantadue fiches arancioni di un cinese, le quarantacinque blu di un brutto ceffo presumibilmente portoghese e le altre timide fiches colorate altrui.
Ridendo come delle oche giulive, le 4 bionde a malapena guardano la roulette che gira.
La vostra Giuovin Donzella preferita (io), mentre ciò che state pregustando accade, sta guardando la faccia di V. che, sempre ridacchiando e cazzeggiando, occhieggia la roulette.
Quando V. smette di ridere e sgrana gli occhi, la vostra Giuovin Donzella preferita esclama, testualmente:

“Maccheccazzostaiaddì”.

E invece, nonostante l’incredulità della Vostra Preferita, causando il gelo immediato e totale in tutti gli astanti, la pallina si ferma proprio sul 33 di G.
Mentre il croupier invita un’altra trentina di fiches a far compagnia alla nostra solitaria Violetta, noi stiamo ancora imitando i pesci dell’Oceanario di Lisbona, mentre tutti gli altri ci riservano occhiate di disprezzo e d’invidia.
Tranne il croupier.
Lui si stava chiaramente schiantando dal ridere sotto ai baffoni virtuali.

[Silently]

Alla ricerca di un po’ di solidarietà femminile: quando l’estrogeno incontra la musica.

14 gennaio 2011

Ci sono dei momenti in cui una donna deve affrontare una grande verità: per quanto un musicista possa essere bravo, bisogna sempre considerare anche degli aspetti più ‘laterali’ del suo essere musicista, e cioè:
Quando Egli si esibisce, in performance live o in video, quanto ispira pensieri impuri che farebbero rabbrividire ed arrossare le guance anche alla tua amica più scafata e libertina?
Sto pensando a quelle genti che ricavano fascino dalla musica in sè; gente che magari, incontrata per strada, non vi farebbe neanche sbattere le palpebre ma che poi, una volta sul palco, imbracciato lo strumento, vi trasforma da Maria Teresa a Cicciolina in 5 secondi netti.

E’ giunta l’ora, miei giuovini amici, di confessare l’inconfessabile.

Con ordine, e per categorie:

Batterie: Luca Ferrari, senza se e senza ma.
Brian Viglione non vale, lui è BASM (BelloAncheSenzaMusica).

Chitarre: Jonny Greenwood vince a mani basse su Stef Burns (quando una confessa, confessa) e sul sempre grandissimo John Frusciante.
Nonstante l’età è il passato in pantaloncini corti, non posso assolutamente non menzionare Nuno Bettencourt. Glielo devo, guarda come si sta a mantenè bene.

Tasti: Matthew Bellamy. Che è sexy anche con chitarre, microfoni, tamburelli, kazoo. Però col pianoforte, ecco, non me lo fate spiegare.
Fuori gara anche Robert Downey Jr: BASM.

Bassi: ok, questa è una confessione vera e propria, leviamoci il dente. A me mi fa sangue Faso.
Ecco, l’ho detto.

Archi: ebbene sì, ho un esponente sexy anche negli archi. E non può essere altri che Rodrigo D’erasmo.
Non è Dario Ciffo perchè Dario per me è BASM. Ma capisco se volete dissentire. Stupide.

Voci: Thom Yorke.
Quasi a pari merito Trent Reznor, soprattutto in questa canzone, che credo sia stata appositamente scritta per lo sconvolgimento neuronale di chiunque, uomini donne e forse anche qualche animaletto.

Terzo posto, meritatissimo, a John DeLeo.

Tanti i BASM: primo tra tutti, Brandon Boyd, nonchè Jared Leto, facilefacile. (Inutile che vi stupite: questo post è scritto appositamente per mostrare il mio lato umanizzato e scevro da pretese intellettualistiche. E poi io Jared Leto lo lovvo dal 2000).
Da menzionare una new entry di cui sto ancora studiando le potenzialità, ma che promette bene: Jimmy Gnecco (grazie, Fran), e Tom Smith.

I grandi esclusi, e perchè:
Lorenzo Monguzzi, Ben Harper, Eddie Vedder: perchè non mi ispirano propriamente sesso.
Direi più matrimonio, casa sul mare, rughe. Anche tanti bambini, volendo.
Robert Plant: perchè trent’anni fa sarebbe stato il primo, unico e solo.
George: perchè non c’è più. Paul, invece, non vale perchè era BASM.
Jeff Buckley: perchè stento a malapena a nominarlo.
Jeff Buckley è come un pensiero, un’idea, fermatemi prima che vi attacchi un mostro sull’etereità della mia ammirazione angelica per Jeff Buckley.

I grandi sopravvalutati: Jim Morrison e Kurt Cobain.

Infine, il lesbo-angolo: Amanda Palmer, Tori Amos, Bjork, Melissa Auf Der Maar.

Janis no. Janis è tipo mamma.

Forza, donne, è il momento di venire allo scoperto nei commenti.
(in senso motorio).
Non siate timide.

[Silently]

Il Roxy Girl Surf Festival 2010.

5 luglio 2010

Nonostante il mio dio mi proibisca di alzarmi presto durante le Sacre Giornate che compongono il Weekend, questo sabato ho voluto fare un’eccezione per il festival del surf al femminile.
Praticamente una cifra di donne, (i numeri esatti non li so, ma a occhio e croce direi un’ottantina) dai 7 ai 50 anni, si sono raccolte in spiaggia per usufruire gratuitamente delle lezioni di surf tenuti da istruttori certificati.

Voi dove cazzo stavate?

Comunque vi siete persi una giornata spettacolare, musica, sole, ragazze in bikini e surfisti da tutta Italia, per non parlare della sfilata Roxy e dell’aperitivo che è stato offerto a tutte le ragazze iscritte al corso.
E poi ovviamente vi siete persi il doposerata danzante e il sequestro del regazzetto responsabile del marketing della Quicksilver Italia (io e G. volevamo trattenerlo con la forza e chiedere il riscatto al signor Piero della Quicksilver, ma lui voleva fare 50 e 50 e non c’era neanche bisogno di minacciarlo, quindi abbiamo lasciato stare).

E soprattutto vi siete persi lo spettacolo che erano le istruttrici, ma più che altro gli istruttori, che spingevano le nane ottenni sulle schiumette e l’allegria negli occhi di entrambi quando si alzavano in piedi, una tenerezza che a me mi si allargava la gola, sai quella sensazione come se avessi un cric in gola e qualcuno lo stesse allargando?
Ecco quella sensazione lì. Questi cristoni ad insegnare alle nanerottole a fare surf, ad incoraggiarle a gridargli consigli e le nane che ridevano ridevano ridevano.

Ovviamente anche le grandi ridevano, ma la maggior parte per altri motivi.

Dai venite una volta a fare qualche lezione: il sito della scuola di surf è questo, la scuola è tenuta da Ale e Vale che fanno lezione anche agli adolescenti e ai bambini, figuratevi se non vi possono insegnare a voi.

[Silently]

Mammanza quiz

16 giugno 2010

“Quello che più amo dei bambini è il tenero scalpiccio dei loro piedini mentre si allontanano.”

Se nessuno si fa avanti con una teoria migliore, questo aforisma verrà attribuito di default ad Anonimo da Perugia.

Di culi, matrigne e pensioni.

8 giugno 2010

Le donne della generazione prima della mia, le post-sessantottine per capirci, hanno ottenuto con le loro battaglie il grande diritto di farsi il culo al lavoro come e quanto gli uomini; con la piccola clausola di continuare a farsi il culo come e quanto prima a badare alla gestione della casa e dei figli.
Una vita divisa tra il lavoro, la spesa e i figli con l’obbligo dell’eccellenza per compensare il peccato originale, alias i 6-9 mesi di maternità per ognuno dei marmocchi (in media 1.47, non oso pensare alle cure che richieda lo 0.47).
Sembra incredibile anche a me, ma il nostro stato dà atto alle donne del loro culo al quadrato: la normativa vigente le manda in pensione 5 anni prima degli uomini. Se vogliono. Se non vogliono, possono continuare tranquillamente ad occupare posti di lavoro e il futuro dei giovani proprio come gli uomini.

Ora, pare che questo diritto verrà cancellato per ordine della matrigna cattiva la Comunità Europea, mentre i nostri poveri poveri governanti non possono che subire impotenti questo scempio. Loro, che maturano il diritto alla pensione dopo due anni in parlamento. E infatti le legislature -anche le più traballanti- durano spesso (se mi ricordo bene addirittura sempre) almeno due anni.

Ora, la questione per la sottoscritta è puramente accademica, visto che io e tutti i miei coetanei in pensione non ci andremo mai, nè a 60 nè a 65 nè a 100 anni.
Ma vale la pena riportare in maniera approssimativa e sprezzante il contenuto di un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, che candidamente spiega come in realtà nessuno in Europa ci ha detto che le donne devono andare in pensione a 65 anni. E infatti la cosa veramente bislacca è che questa super-imposizione europea riguarderebbe solo le donne del pubblico impiego, non quelle che lavorano nel privato. Le private a 60 anni, le statali a 65 : il tutto con estrema urgenza (decine di migliaia di euro di ammenda per ogni giorno di ritardo) e, udite udite, nel nome della parità dei trattamenti. Ancora più bislacco.

A quanto ho capito la soluzione dell’arcano sarebbe questa, ma invito chiunque a correggermi e ad informarmi meglio se sbaglio. Di fatto all’Europa non gliene frega niente di quando mandiamo le nostre impiegate statali in pensione, anche gli altri paesi hanno un coefficiente culo-così-nella-vita-come-nel-lavoro che le manda a riposo prima. Ma quello che non ci spiegano è che i nostri statali non vanno veramente in pensione. Da un punto di vista legale-fiscale-pastorale-addominale-arale, quella che i nostri nonni ritirano traballando all’ufficio postale non è la pensione. E’ uno stipendio pagato da un ente diverso. Non sono pensionati, sono lavoratori out of order.
E allora dal punto di vista della Comunità Europea, se improvvisamente una sessantenne la paghi meno di un sessantenne questo non è carino. E infatti i privati e le private che hanno uno status di pensione come si deve, non hanno questo problema. Gli statali sì.

Io non oso pensare da quale accrocco politico sia nato questo casino alla famo-finta-che-stai-in-pensione.

Ma stando al Fatto Quotidiano le nostre mamme statali andranno in pensione 5 anni dopo non perchè l’Europa glielo ha imposto, ma perchè chi ci governa ha shackerato tutto nella disinformazione generalizzata per farcelo credere, fare cassa e bastonare queste fannullone sanguisughe. Del resto se ne stessero a casa a guardare forum e a comprare batterie di pentole a mondial casa, queste sgallettate.
Una micro-riforma delle pensioni degli statali, un dl transitorio per prendere un po’ di tempo e sarebbe passata la paura.

Ma ormai lo sa anche un bambino, anche 47 centesimi di un bambino lo sanno, che per loro la paura e la narcosi sono le uniche opzioni.

Dilemmi esistenziali.

11 maggio 2010

Non so se ridere o piangere.
E non è un modo di dire, proprio non so se prenderla a ridere, ridere tipo ‘ahah bella presa per il culo’ o piangere tipo ‘ommioddyo maccheddavero?’

[Silently]