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Le mie morti: il capitolo conclusivo che non ho scritto

31 marzo 2015

Benvenuti, miei giuovini amici, alla nuova ed ultima puntata degli allegri post mortuari.

Vi ricordate? Giusto per allietare le vostre giornate, avevo già deposto un paio di articoletti a dir poco allegrotti, uno qui e l’altro qui, e ve ne avevo promesso un terzo.

Quest’ultimo riguarda (o meglio, avrebbe dovuto riguardare, se lo avessi scritto) la scomparsa di mio nonno materno, Aldo, anche detto Bianco dai suoi adorati e simpaticissimi nipoti.

Ebbene, ormai è più di un mese che provo in tutti i modi a scriverlo. Butto giù una bozza, la cancello, la riscrivo, la rileggo e non va mai bene.

Perché non ci riesco?
Non mi esce incisivo come lo voglio. Mi viene da raccontarvi la sua vita, o almeno la parte di vita che si è incrociata con la mia, ma allora mi servirebbe un libro!
Quasi 30 anni di presenza costante, che non posso e non voglio sminuire in un singolo post.

Dopo un paio di settimane ho smesso di tentare, mi sono concessa una piccola pausa di riflessione.
Che ha funzionato.

Adesso ho capito perché non posso scrivere una trilogia di post sulle morti significative della mia vita.
Luciano e Valerio sono stati importanti nella mia vita, proprio nel momento della loro scomparsa.
Hanno agito da destabilizzatori in alcuni momenti molto particolari, aveva senso descrivere la loro influenza, in quest’ottica.
Le loro scomparse sono state degli spintoni sul tragitto della mia vita, che mi hanno fatto deviare pesantemente dalla linea retta che seguivo, imperturbabile ed immobile.

Nonno Aldo, invece, lui non c’entra niente con questa serie di post. L’ho concepita male dall’inizio, la mia idea, non ho approfondito abbastanza, non ho scavato a sufficienza per capire che lui non c’entrava con loro.
Ad influire pesantemente sul mio cammino personale, sulla mia esistenza, sul mio carattere, non è stato l’avvenimento o le circostanze della sua morte, ma la sua intera vita, corsa sempre e costantemente parallela alla mia.

Nessuno scossone, nessuna spallata, solo qualche aggiustamento, discreto e quasi invisibile, qua e là.

Contenti? Un post presammale in meno in giro per l’internet!

Le mie morti: Luciano.

19 febbraio 2015

Questa serie di post un po’ lugubre è nata proprio pensando a Luciano.

Qualche giorno fa ero in metropolitana, e pensavo in generale che, per quanto il 2014 sia stato un anno di merda, Novembre mi aveva risparmiata.
Novembre è diventato il mio spauracchio, il mese di cui avevo terrore e che ogni anno attendevo con ansia malcelata, il 9 Novembre 2008, quando Luciano morì in un incidente di moto.

Chi era Luciano?

Più significativo di Valerio nella mia vita, Luciano è stato il mio secondo fidanzatino, e il primo “importante”.
Credo di aver avuto sempre intorno ai 16-17 anni (scusate la vaghezza temporale che accompagna questi post, ma sapete bene che l’adolescenza può diventare nebulosa già mentre la si vive).
Vi ho detto che Valerio era un bel ragazzo? Mbè, anche Luciano. Di altezza media, magro, biondo e con gli occhi di ghiaccio, aveva un sorriso un po’ da Joker, con gli angoli della bocca sempre rialzati anche quando era incazzato.

Il nucleo della combriccola eravamo io, Luciano, S. e V., più una serie di altri personaggi random che ci gravitavano intorno. Stavamo insieme tutti i pomeriggi, quasi senza eccezione, e ce la cavavamo bene anche senza cellulari per gli appuntamenti. Ci telefonavamo a casa, ci davamo luogo ed orario, e ci si incontrava.

Il più delle volte giravamo per Ostia, Vitinia, Casal Bernocchi, Ostia Antica. Non facevamo danni, passavamo tanto tempo sul trenino avanti e indietro, a volte senza biglietto.
Fumavamo sigarette, come se fosse una gran figata, ma ce le smezzavamo sempre perché eravamo sempre senza una lira.

Ogni tanto andavamo in spiaggia, anche se a quel tempo a me mi faceva schifo, il mare. Eravamo tutti bianchi come cenci, ci scottavamo puntualmente.
Io pesavo 20 chili ma, ovviamente, ero convinta di essere grassa, quindi rimanevo vestita in spiaggia, mi sentivo costantemente a disagio.

Eravamo talmente piccoli, che il primo bacio ce lo siamo dato qualche giorno dopo esserci messi insieme: non era estate, ma eravamo andati lo stesso in spiaggia, dalla parte della riserva del presidente, ai Cancelli. Gli amici fecero di tutto perché accadesse, ci lasciarono soli il prima possibile con delle scuse senza senso, ma chi avrebbe mai protestato?

Camminammo un po’ sulla battigia, passammo un canaletto di scolo, ci accoccolammo al riparo di un tronco gigante portato in spiaggia dalla corrente, e lì accadde: il fatidico primo bacio.
Per entrambi non era il primo in assoluto, ma i precedenti erano stati così insignificanti (almeno per me), che nella mia memoria si impresse come il primo “vero”, il primo per cui il contorcimento delle budella non era dato dalla paura di fare qualcosa di sbagliato e di collezionare una figura dimmerda.

Nonostante tutte queste emozioni, io ero pur sempre un’adolescente acida.
Lui era presissimo dalla nostra storia, mentre a me passò subito. Non lo lasciavo, perché mi ubriacava di attenzioni. Adoravo le vignette in cui disegnava legati insieme ma divisi da genitori, impegni, scuola.
Mi scriveva un sacco di lettere, aveva una bellissima scrittura gioiosa, un po’ artefatta forse, ma faceva delle “e” e delle “s” meravigliose.
Era premuroso, sempre pieno di pensieri carini, la trottolina gialla e quella verde, le cassette registrate dalla radio con la dedica per ogni singola canzone.

Ma non vi immaginate uno zerbino: Luciano era un ragazzo forte, già molto indipendente e con le idee molto chiare. Nel gruppetto di dementi che eravamo, la sua personalità spiccava più demente delle altre, era simpatico, faceva ridere, ma era anche un po’ fumino, era facile alla rabbia, ma si dominava bene per essere un 17enne abbandonato dal padre.
Quando lo facevo incazzare con la mia indifferenza, ad esempio, si sfogava facendo flessioni a nastro, chiuso in camera sua.
Era finemente sarcastico, a volte era difficile distinguere lo scherzo. E si stupiva facilmente, di tutto: spalancava gli occhioni azzurri e allargava quelle labbra sottili alla sua risata da Joker.

E questo è quello che ricordo di Luciano a 17 anni.

Com’è facilmente intuibile, dopo l’inevitabile rottura ci perdemmo di vista, molto prima che io mi trasferissi a Bologna. Probabilmente già nel 2000 non ci sentivamo più da un po’ di tempo.
E da qui, comincia il mio periodo felice, lo spiccare il volo (… ok, fuggire a gambe levate) dal nido per il trasferimento in un’altra città, ed il mio passaggio dall’adolescenza verso la vita post-adolescenziale di cui abbiamo già parlato.

Durante quel periodo sviluppai un’abitudine piuttosto strana: come se volessi “ripulirmi” la coscienza dalle malefatte di gioventù, cominciai a scrivere lettere ai ragazzi che mi sentivo di aver maltrattato o preso in giro senza motivo.
Le buttai quasi tutte, erano solo un mio sfogo personale, volevo dirmi: Silvia, hai sbagliato qui, qui e qui.

La lettera per Luciano fu l’unica che spedii. Chissà dove trovai l’indirizzo; comunque presi il coraggio a due mani, l’affrancai e la imbucai. Non ricordo precisamente cosa gli scrissi, qualcosa tipo “Mi dispiace di essere stata così cretina, eri un bravissimo ragazzo e io una piccola stupida immatura, avevi ragione tu”.
E poi me ne dimenticai.

Non ricordo se mi telefonò, o mi mandò un sms: so solo che qualche settimana dopo, mi organizzai per far posto a lui e ai suoi amici nello studentato dove vivevo con altre 6 ragazze: venivano al MotorShow, e giustamente lui pensò di approfittare della mia redenzione per scroccarci qualche mezzo posto letto messo male.
Fu un successo: tutte le mie coinquiline li adorarono immediatamente. Facevano casino, erano simpatici, invadenti al punto giusto, non troppo volgari: erano entrati subito nello spirito di vita dello studentato.

Ho un sacco di prove che dimostrano che le mie gesta (la lettera, l’ospitalità) non nascondessero intenti romantici o nostalgie malcelate:
1- La prima notte Luciano dormì nel mio letto e… non successe assolutamente nulla.
2- Qualche giorno dopo, cominciai una relazione con un ragazzo dello studentato (un altro a cui dovrei una delle mie lettere di auto-redenzione… Magari arriverà, prima poi)
3- In contemporanea, Luciano e una delle mie coinquiline si cominciarono a frequentare in una tormentata relazione a distanza.

Cominciò quindi una frequentazione abbastanza assidua, più che tra me e lui, tra le nostre due combriccole.
Ricordo con particolare tenerezza un viaggio in macchina, la sua Opel Corsa nera, da Roma a Bologna, con un paio di suoi amici. Avevamo ricominciato a frequentarci da poco, e nel caos delle nuove conoscenze, noi due in realtà avevamo parlato ben poco: eravamo, l’un per l’altra, quegli adolescenti acerbi che non avevano nulla a che fare con le persone che eravamo diventati.
Io, ad esempio, dalle loro chiacchiere di discoteche, Rimini, Riccione, Rococò e Chicchirichì, credevo che i suoi gusti musicali si fossero ampiamente divisi dai miei.
E invece quella notte, per smorzare il casino che facevano i suoi due amici dietro (mi ricordo di voi, cari, ma non voglio scrivere i vostri nomi), mi chiese di prendergli il raccoglitore dei CD, ed esclamando “Vedrai come dormono mo’!” mise su Solo Un Grande Sasso dei Verdena,
E infatti, i due giuovini tosto si zittirono, e noi potemmo cominciare il nostro chiacchiericcio sommesso da lungo viaggio a velocità moderata sulla provincialona adriatica.
In quel momento mi confessò che dalla mia lettera aveva capito che io ero diventata una persona orribile e sola, e che stavo ravanando nel passato cercando qualcuno che avesse pietà di me.
Mi confessò che era venuto per godere della mia disfatta umana come persona, per vedere a cosa mi avesse portato la mia attitudine negativa. E invece mi disse qualcosa tipo “Stai da paura, hai cambiato città e sei piena di amici”. Non era molto bravo a parlare di sentimenti, lui era il buffone, quindi questa sua confessione fu molto significativa per me.

In seguito continuammo a frequentarci, più che altro a Bologna.
Lui si lasciò con la mia coinquilina, io invece perseverai nella relazione iniziata da pochi mesi.
Una volta mi costrinse bonariamente ad andare a casa del fratello più grande che vive(?) dalle parti di Budrio, nell’hinterland bolognese. Non ricordo molto di quella serata, tranne una deliziosa nipotina innamorata persa dello zio biondo che non vedeva mai.

Una volta Luciano venne a trovarci sotto Natale. Mia moglie aveva fatto un modesto presepe con le statuine di pasta di sale modellate da noi. Già io, mia moglie e il mio futuro cognato avevamo creato delle figurine poco ortodosse (una piovra, una bambola voodoo di Berlusconi trafitto da stuzzicadenti etc), in più arrivò Luciano e lo trasformò prima in un circo, poi nel Luneur (con giostre annesse), infine in un concerto di Marylin Manson con tanto di programma scritto.

Luciano era un creativo. Nonostante si sforzasse di vestire alla moda, andare a ballare nelle disco fighette e rimorchiare le principesse della notte, era un artista, un artista vero, solo che non lo sapeva. Ideava e disegnava una storia a fumetti in 5 minuti, dal nulla. Eppure preferiva mostrarsi diverso. Forse non credeva molto nelle sue stesse doti, non saprei dirlo.

E poi, così com’era cominciata, la nostra frequentazione scemò, fino ad estinguersi del tutto, nonostante nel frattempo io fossi tornata a Roma.
Esteriormente non avevamo molto in comune: io universitaria hipster mezzo intellettualoide di sinistra che andava alle mostre e ai concerti di gruppetti sconosciuti, lui sempre molto alla moda nelle migliori discoteche d’Italia e alla costante ricerca di lavoro. Gli fluttuavano attorno ragazze molto appariscenti e ben curate, il contrario di me insomma: non mi sarei potuta integrare tra i suoi amici, né lui tra i miei. E così, ci allontanammo di nuovo, mentre ancora qualcuna delle mie ex-coinquiline ancora sentiva lui e i suoi amici, almeno per sms credo.

Novembre 2008.
Sono a Roma, sto affrontando l’inizio della mia carriera nella consulenza in un brutto e vecchio ufficio della sezione informatica della Corte Dei Conti.
Ricevo una telefonata nel mezzo della mattinata da una delle mie ex-coinquiline. Non ci sentivamo da quando avevo lasciato lo studentato per trasferirmi in case private, per un ammontare di almeno 3 anni di totale indifferenza, preceduta da qualche litigata isterica per motivi casuali (stateci voi 2 anni in una casa con altre 6 ragazze, poi mi dite).
Insomma mi chiama, io la ignoro beatamente. Magari vuole qualche soldo di qualche bolletta, cheppalle. Oddio e se sta a Roma, magari mi vuole vedere? Per come è fatta lei, mi chiama per fare una rimpatriata a Bologna. Magari si laurea e mi vuole invitare, dionoperfavore. Desiste.
Mi richiama dopo qualche minuto. Vuoi vedere che è importante? Cedo e rispondo.
E’ importante.
Sul momento penso: Luciano è talmente cretino che ci sta facendo uno scherzo. Che scherzo di merda, sempre il solito. Non mi ci vuole molto per realizzare, salutare, attaccare e scappare a nascondermi. Dopo un’ora, un collega mi ritrova smarrita su una panchina in un parchetto vicino. Mi consola come può, anche se io a malapena gli dico perché sono in quello stato pietoso.
La sera del giorno dopo, l’11 Novembre, è il mio compleanno. I miei vicini, con l’aiuto di mamma e parenti, mi hanno organizzato una festa a sorpresa. Ridiamo cantiamo mangiamo balliamo. Ad una certa, mi sento talmente male che devo andare a letto. Per fortuna devo solo attraversare un cancelletto.
Qualche giorno dopo, io e mia moglie andiamo al funerale. Di tutte le sue nuove “amiche”, le mie coinquiline che andavano matte per lui (compresa una ex), solo noi due eravamo lì a farci strappare il cuore in mille pezzettini minuscoli.
Da quel momento in poi, il 9 novembre di tutti gli anni a venire sarà un giorno drammatico.

Sarò isterica tutto il giorno e scoppierò a piangere in punti a caso della giornata, a volte senza rendermene conto. Una sera in particolare ricordo che cominciai a singhiozzare senza motivo, finché non mi resi conto di che giorno fosse.
Questo è successo tutti gli anni, puntuale come i mandarini a Natale, tutti i 9 novembre dal 2008 al 2013.

E’ a questo che pensavo la settimana scorsa, in metropolitana: nonostante l’anno complessivamente di merda, quest’anno il 9 novembre è passato liscio. Sarà che stavo tentando per l’ennesima volta di imparare il surf in una bellissima caletta delle Canarie con un gruppo di amici + la mia persona speciale (non nego che questo POTREBBE aver aiutato…), ma comunque non dubito che i miei futuri novembri saranno sempre un po’ meno peggio.

Ah, e qui una roba che alla luce di queste due storie, potrebbe risultare più comprensibile, rispetto a quando l’ho pubblicata.

Le mie morti: Valerio.

11 febbraio 2015

Silvia ma come ti viene in mente di scrivere un post con un titolo del genere?
Cos’è, la giornata della presammale cosmica?

Calma, miei giuovini amici, tutto sarà esplicato.

Ultimamente (negli ultimi… ANNI) non riesco a scrivere molto e, diciamocelo, non è per mancanza di tempo, ma di idee.
Una volta ci tenevo tanto, ai contenuti del mio blog. Non volevo che fosse troppo personale né troppo impersonale, volevo che fosse interessante sotto parecchi punti di vista. Tanti post che scrivevo sono rimasti nel dimenticatoio perché “non abbastanza”.

Oggi, che ho avuto un pomeriggio semi-libero dal lavoro, mi sono ritrovata a pensare alle persone che ho perso nella mia vita, e mi sono accorta che stavo pensando come se stessi effettivamente scrivendo. Allora mi son detta: e perché no?
Devo diventare famosa con un blog, con QUESTO blog? Devo dimostrare qualcosa a qualcuno?

No, e questo è il motivo che mi spinge oggi, miei giuovini amichetti, a scrivere un post su quello che più mi aggrada. Anzi non solo UN post, ma una serie! Ne ho programmati ben 3, uno per ogni persona che, morendo, ha ucciso una piccola parte di me.

Non voglio confondervi, però: queste 3 persone non necessariamente sono state importanti per me quando erano vive.

Mi farò capire meglio col primo esempio: Valerio.

Valerio è morto il 4 maggio 2002 (ho dovuto sfogliare un saaaacco di Moleskine per trovare la data esatta……).
Io mi ero da pochi mesi trasferita a Bologna per l’università, ero nel pieno splendore di feste, musica, studentati e vita da squattrinati fuori sede. Mi stavo ambientando piuttosto bene, dove “piuttosto” vuol dire che mi divertivo come una deficiente.
Conoscevo 2-3 persone nuove al giorno, bevevo come una vecchia alcolizzata senza però risentire degli effetti malefici del post-sbronza (bello avere 20 anni… OH se era bello!), mi innamoravo più volte al giorno, andavo a lezione, studiavo, imparavo a cucinare e a fare le lavatrici… insomma, facevo la studentessa fuorisede, e avevo 20 anni. Mejo de così….

Un giorno di maggio (penso proprio il 4, o forse il 5) mi telefona la mia migliore amica dell’epoca, V., che avevo lasciato a Roma. Mi ricordo che mi chiamò al telefono fisso dello studentato: era un’impresa titanica superare centralini e attese di collegamento corredate da rumori strani, ma nel 2002 telefonare al cellulare costava. Meglio chiamare da casa, lo faceva anche mia madre!
Non mi ricordo cosa mi disse precisamente, ma il succo era: stanotte Valerio è morto nel suo letto.

Chi era Valerio?
Nella mia vita, nessuno di importante. Un conoscente, neanche un amico. Non andavamo nemmeno allo stesso liceo. Ci eravamo conosciuti ad una festa di compleanno di un mio compagno di classe, credo giocassero a basket insieme ma non ricordo bene. Lui era con un suo amico, Michele. Io avrò avuto 15-16 anni, forse 17, e lui ne aveva uno in più. A quel tempo io e V. il pomeriggio tornavamo a scuola per suonare: il lungimirante preside ci aveva permesso di improvvisare una saletta per buttarci dentro una batteria sgangherata e un paio di amplificatori messi male, così la scuola diventava il posto in cui ci ritrovavamo il pomeriggio. Quando sentii che Valerio suonava la batteria, lo invitai alla saletta, un pomeriggio.
Era bravo? Non mi ricordo, quindi probabilmente non era proprio John Bonham, ma neanche l’ultimo degli sfigati. Probabilmente sapeva almeno tenere il tempo e non era neanche tanto terribile. Ricordo bene però che era mancino, perché ogni volta che veniva in saletta dovevamo smontare e rimontare la batteria per farlo suonare.
E ricordo molto bene anche quanto mi piaceva! Oltre ad essere molto bello, era anche simpatico e alla mano, mi faceva ridere di gusto (ma questo non è indicativo, le ragazzine a 16 anni ridono anche se gli fai BUH). Non ho mai capito se anche lui avesse dell’interesse per me, perché il primo a farsi avanti fu il suo amico Michele. Io però, infatuata di Valerio (e probabilmente di altri 20 ragazzi più grandi del mio liceo) non ne volli sapere. Ed ecco là che Valerio e Michele non vennero più a suonare con noi.
Ci rimasi male? Ne dubito fortemente… a 16 anni ero molto impegnata a scoprire la vita, il tempo mi scivolava tra i piedi a velocità supersonica, quindi temo che Valerio sia stato presto rimpiazzato nei miei pensieri da altri Danieli, Simoni, Alessandri etc.
Però Valerio era anche mio vicino di casa. Abitava nel palazzo di fianco al mio, quindi non fu del tutto dimenticato per sempre, perché lo incontravo abbastanza regolarmente. Ci si scambiava un “ciao”, un sorriso, e via. Ogni volta che lo rivedevo pensavo “Madonna sei bello”, ma poi moriva là, io non lo cercavo, lui non cercava me. A 16 anni ero convinta di essere un cesso terrificante, antipatica e sgradevole. Solo dopo i 20 ho scoperto di aver avuto anche io qualche ammiratore, ma a quei tempi, ogni parola che mi veniva rivolta da un regazzetto credevo fosse un miracolo divino. Non avrei MAI avuto il coraggio di chiedergli di vederci, figuriamoci, lui così carino e io SCHIFO.
Vabbè, ce li avrete avuti pure voi 16 anni, no?

La storia sarebbe finita qua, ed io probabilmente non avrei mai più sentito parlare di Valerio, se non fosse morto. Sarebbe semplicemente scivolato via in maniera del tutto indolore dalla mia vita e dai miei ricordi, dolcemente, senza lasciare tracce. Se nessuno me ne avesse più parlato, non lo avrei neanche riconosciuto se incontrato per strada, e non mi sarei ricordata neanche il suo nome se qualcuno me l’avesse nominato.

Invece si è ammalato di leucemia.
Leggende narrano che un giorno stava giocando a calcetto, bello come al suo solito, con lo stuolo di ragazzine sbavanti che lo guardavano con le dita aggrappate alla rete, e lui è svenuto ed ha cominciato a perdere sangue dal naso. Dal nulla, così, senza traumi, niente. Svenuto.
In realtà (lo scoprii anni più tardi) non successe mai nulla di così teatrale: tornando da un allenamento di pallanuoto, la madre notò che aveva dei capillari rotti negli occhi.
E io comunque non ho mai saputo niente (per farvi capire quanto eravamo lontani come persone), fino a quella mattina di maggio 2002, in cui V. mi chiamò per dirmi che non c’era più.

Come reagii sul momento? Non me lo ricordo. Piansi? No, non lo conoscevo abbastanza. Lì per lì però fui presa da quella smania di protagonismo tipica dell’adolescente, dovevo chiamare tutti, informare tutti, volevo che tutti sapessero che lo conoscevo, e poi ero lontana da casa da qualche mese, mi sentivo un po’ persa perché non potevo parlarne con qualcuno che potesse condividere con me almeno il contesto o gli amici in comune. Potevo solo raccontare e fare la vittima, e darmi un tono un po’ mesto.
Ma questa mia reazione superficiale durò molto poco. Non ricordo con esattezza il decorso dei miei pensieri, non ci furono rivelazioni improvvise, ma dal 5 maggio 2002 io cambiai completamente. Mi feci il mio primo tatuaggio, e un piercing sulla lingua. Ricordo che il mio pensiero era sempre: Valerio non può più farlo.
Ma la mia non era tristezza: era una pura e semplice considerazione. Cambiai totalmente il mio atteggiamento nei confronti delle persone. Smisi di rispondere in maniera acida a chiunque, per dimostrare quanto ero intelligente. Che bisogno c’era? Cominciai a chiedere scusa quando sbagliavo. Cominciai a non essere più in grado di dire bugie.
Qualcuno potrebbe obiettare: avevi 20 anni, avevi cambiato città, eri al primo anno di università, era pure ora che crescessi!
E’ vero. Probabilmente questo cambiamento, che mi ha reso la persona che sono ora, invece dell’acida adolescente che doveva sempre e per forza aver ragione, sarebbe avvenuto indipendentemente dalla morte di Valerio.
Ma forse la transizione sarebbe stata più lenta e tardiva, e questo non lo saprò mai. In quel momento storico della mia vita, io per mesi e mesi ho avuto la sua scomparsa come punto di riferimento di ogni mio singolo comportamento.
La sua morte, infatti, alla fine la piansi, con un ritardo di qualche mese. Un ragazzo di 21 anni. Mai bevuto né fumato, a quanto si diceva in giro (ma io non ci ho mai creduto). Bello, gentile, simpatico. E poi, dopo tutto quel tempo in cui avevo condiviso la sua presenza, adesso mi sembrava di averlo sempre avuto vicino, lo sentivo come una guida spirituale, o perlomeno qualcuno che mi camminava vicino in silenzio e giudicava le mie azioni e le mie parole.

Io, V. e I., un’altra amica in comune, lo andavamo a trovare al cimitero di Ostia Antica, ogni tanto. Quando stavamo lì, sedute davanti alla sua tomba, ci fumavamo una sigaretta e ridevamo. Gli raccontavamo le cose come se lui fosse lì davanti a noi, gli dicevamo “Ti ricordi che palle girarti la batteria ogni volta, Valè?”

Gli scrissi anche una cosa che gli sarebbe una cifra piaciuto essere una poesia, e gliela lasciai lì, sulla tomba che condivideva con il nonno. Un’opera non degna di essere pubblicata, MAI e in nessun luogo, ma per farvi capire cosa mi frullava in testa in quel periodo, mi umilierò citandone il finale:
….userò il tuo ricordo per ricordarmi di
v i v e r e
al quadrato
anche per te
che nonostante i tuoi sforzi
non hai potuto.
Tu vivi ancora in tutti quelli che come me
amano la vita
e che dalla tua lotta per lei
hanno imparato a rispettarla e a difenderla.

Ti prometto che lotterò per la mia vita
con le unghie e con i denti
come se fosse
la tua”.

Tralasciando la forma, questo è quello che ha significato per me la morte di Valerio, in quel periodo caotico della mia vita: la morte della “vecchia” Silvia, della sua fastidiosa parte adolescente.

All’inizio avevo accennato al fatto che non volevo trattare di persone importanti per la mia vita, e spero che ora sia chiaro cosa intendevo.
La mia bisnonna Celeste è stata parecchio più importante di Valerio, ma non ne parlerò nei miei prossimi due post, che invece riguarderanno (in rigoroso ordine temporale), Luciano e Aldo.

Bè, dai, non è stato così triste come poteva sembrare dal titolo, no?

La fine della saga?

20 ottobre 2014

Ho voluto far passare un po’ di tempo prima di annunciare al mondo (che non aspettava altro che sapere COME STO, sicuramente) che NON ho un cancro.

E, a quanto pare, neanche un tumore.
(Qui potete trovare il Cap. 1 e qui il Cap. 2 di questa divertentissima storia!)

Ma come è potuto accadere che uno stuolo di dottori mi abbiano fatto temere il peggio, per mesi, tutti allo stesso modo e con la stessa convinzione?
E’ andata così: mi hanno operata, e dopo un paio (forse 3) di settimanelle di spasmodica attesa del risultato istologico, il chirurgo ha chiamato mia madre (MIA MADRE, Cristo, ma perché? Mica ho 14 anni!) per dirle che si trattava di “un semplice ascesso”.
Un ASCESSO? Ma non è quella roba che viene ai denti???? Come cazzo è possibile un ASCESSO in una TETTA?
Ecco, questa è più o meno la spiegazione che mi do, quando penso a come sia possibile che una ventina tra infermieri, dottori e tecnici di laboratorio mi abbiano fatto prendere ‘sto coccolone senza pari.

Quindi, tutto a posto?
Diciamo che la reazione primaria di tutti è stata: “WHEW, che sollievo!”.
Di tutti tranne che la mia.
Ho avuto un’infezione, generata da non si sa cosa, che in pochissimi mesi ha devastato la mia povera tetta destra.
Tutti si comportano come se io avessi scampato un cancro.
Ma la realtà, dal mio punto di vista, è che non ho scampato proprio un bel niente, anzi: ho avuto un’infezione che mi ha provocato un ascesso.
E una tetta martoriata, diversa dall’altra e per di più ricucita a grandi punti.
La cicatrice se ne andrà? Non penso proprio. Si vedrà un po’ di meno? Speriamo. Ma non cambia molto.
Mentre tutti quelli che mi benvogliono (giustamente) tiravano sospiri di sollievo e si congratulavano, io mi guardavo allo specchio e vedevo una tetta deforme.

Ora, vi chiederete (o, almeno io, me lo son chiesta): da quando in qua te ne frega qualcosa di che aspetto abbiano le tue tette?
Tra l’altro sono anche minuscole, non è certo una parte del corpo su cui hai mai fatto molto affidamento, o men che meno mostrato in giro!
Quindi?
Quindi boh.
Quindi man mano che levavo le bende, poi i cerottoni, poi i punti e alla fine i cerottini, mi faceva sempre meno schifo guardare, ma mi intristiva sempre di più cosa vedevo.

E la gioia di non avere un cancro, in realtà non l’ho mai provata.
Forse perché, già dalla biopsia, ho cominciato a soffrire di un dolore cronico, quel dolore che se fosse comparso subito avrebbe fatto stare tutti più tranquilli (l’assenza di dolore è generalmente uno degli indizi più forti per l’individuazione di un tumore).
Ecco perchè mia madre e mia zia non mi hanno vista esultare col risultato pulito della biopsia.
Ed ecco perchè non ho esultato neanche al risultato dell’istologico finale: perché lo sapevo già.
Certo sarebbe stato stupido andare in giro a dire “No regà tranquilli che lo so già che non è un tumore”, son cose che non si fanno. Quantomeno per scaramanzia.
E quindi non l’ho fatto, ma la verità vera è che pochi giorni dopo la biopsia, avevo già smesso di pensare a chemioterapie e simili (roba che aveva abbondantemente occupato i miei pensieri per un paio di settimane), e ho comprato uno shampoo nuovo (altra cosa che non facevo, sempre per scaramanzia).
O forse l’ho fatto solo per “pensare positivo”, come mi diceva il mio vecchio doc tutti i giorni in cui mi vedeva… Non lo so, fatto sta che per me, il risultato finale di tutta questa storia, non è stato affatto positivo come tanti possono pensare.

Io non ho “evitato”, “sfangato”, “debellato” nessun cancro. Semplicemente, non ce l’avevo e non ce l’ho mai avuto.
Io mi sono presa un’infezione, dal nulla, che mi ha lasciato sfregiata, e in questo purtroppo non ho trovato nulla da festeggiare, anzi.
Mi ritrovo ancora con la paura che l’infezione non sia del tutto guarita e che prima o poi possa ripresentarsi.
Mi ritrovo con dei dolori lancinanti quando sta per piovere, e dopo un mese e mezzo dall’operazione, mi ritrovo ancora impaurita dal dormire a pancia in giù, il che per me è un dramma, perché non riesco a dormire in nessun’altra posizione che vi posa venire in mente.
No, manco de lato, nada.

Mi rendo conto di quanto il mio punto di vista sia inutilmente disfattista e difficilmente condivisibile: guardandomi dal di fuori, sembrano dei ragionamenti idioti anche a me.

Però comunque mi rode il culo, ecco.

Pensavo sinceramente che sarebbe stata una reazione passeggera, che col tempo il dolore fisico e il dispiacere che provo guardando la povera tetta destra sfregiata sarebbe diminuito.
Per ora non diminuisce, ma ci provo forte ancora un po’ e poi vi faccio sapere, eh?

L’innominabile.

22 agosto 2014

Nel primo capitolo di questa nuovissima e divertentissima saga vi avevo accennato ad un piccolo ed irrilevante problemino con cui sto avendo a che fare.

Ebbene, trattasi di un tumore.

Ormai sono quasi due mesi che vado in giro facendo analisi e visite, ma vi giuro, quanto vero che il mio gatto è un pezzodimmerda, che NESSUNO, nessun dottore, nessun chirurgo, nessun infermiere ha mai pronunciato la parola TUMORE. Tantomeno (NON SIA MAI!!!) la parola CANCRO!

Forse qualcuno, sporadicamente, può aver menzionato METASTASI o CARCINOMA, ma solo nel momento in cui i risultati dell’ago aspirato e della biopsia hanno detto che nella mia tetta non ce ne sono.

Io, invece, per allenarmi all’idea, ho cominciato ad utilizzarle quasi subito. Innanzitutto, ho dovuto scoprire da sola che tumore e cancro non sono assolutamente la stessa cosa. Mi chiedo come avrei fatto se non fossi vissuta nell’era di internet. Probabilmente mi sarei organizzata il funerale da sola subito.

La mia ignoranza è abbastanza strabiliante in questa materia, ma mi chiedo se la colpa sia interamente mia. In questi due mesi mi sono accorta che queste due paroline (a vostro beneficio, ve le ripeto: CANCRO e TUMORE) sono meno pronunciate di SESSO, o di una bestemmia qualsiasi.

E la verità vera è che inizialmente è stato difficile anche per me. E’ difficile mettere volontariamente a disagio le persone, perché è questo che succede: “gli altri” si sentono profondamente fuori posto, è come se si sentissero in colpa. Come se, dopo aver nominato le paroline diaboliche, stessero improvvisamente parlando con un condannato a morte che però non ha nessuna colpa.

Quindi, adesso, facciamo un po’ di chiarezza su questa simpatica storiella: un tumore sono dei tessuti, della ciccia, che crescono in un punto del corpo ma che ne sono estranei. Per esempio: nella mia tetta c’è della ciccia che ha una consistenza diversa da quella che c’è intorno, è tessuto più duro, come se fossero, che ne so, dei muscoli invece che morbida cicceria da tette.

Lo stesso può capitare in qualsiasi (e dico veramente QUALSIASI) parte del corpo. Un mio conoscente, ad esempio, ne ha uno nel cervello da quando è nato. Chiaro che lo tiene sotto controllo, ma se non te lo dice non lo potresti scoprire MAI.

E questa in realtà è l’unica cosa che ho chiara dei tumori. Poi so confusamente che possono essere benigni o maligni (nel qual caso diventano CANCRO, ma un carcinoma non è detto che sia per forza un tumore), e possono crescere nel tempo, anche molto rapidamente, e diventare un problema anche nel caso in cui siano benigni. Da quel poco che ho capito, un tumore benigno lasciato stare potrebbe anche diventare un carcinoma col passare del tempo. POTREBBE, credo.

Ovviamente non fidatevi troppo di quello che sto scrivendo: queste sono le informazioni che ho, e con cui convivo da appena un paio di mesi, e non voglio averne altre. Potrei reperire tonnellate di informazioni molto più accurate, leggere un testo scientifico, ma non lo faccio, perché non mi va.

Assodato che, per ora, la mia tetta non ospita e non produce metastasi, per me va bene così. Anche se permane sempre quella sensazione di “vergogna”. Da quando questa simpatica novità ha allietato la mia altrimenti noiosa vita, ho scoperto che decine di persone hanno avuto un cancro (o un tumore) e io, semplicemente, non lo sapevo. Non lo sapevo perché è una cosa che non si dice.

Effettivamente, pensandoci, è difficile infilarlo in un discorso qualsiasi.

– “Ehi ciao, come va?” – “Da paura grazie, lo sai che c’ho avuto un cancro due anni fa?”

Mi pare quantomeno sconveniente.

Inizialmente, quando ne parlavo in giro con conoscenti o amici, cercavo di parafrasare, ma è quasi impossibile. Anche perché, pensandoci bene, suona molto più spaventoso “Ho qualcosa che mi cresce nella tetta”, “Ho una massa di roba”, “Devo fare qualche controllo”, che “Ho un tumore, ma per ora pare non sia un cancro”. A me sembra molto più rassicurante.

E per ora spero di avervi rassicurato abbastanza, anche se, miei giuovini virgulti, ovviamente la storia non finisce qui (non c’ho mica un raffreddore)!

Ti devo dire una cosa.

19 agosto 2014

Uno dei primi pensieri su cui la mia mente ha cominciato a vagare è stato: e adesso come lo dico in giro?

Come lo dico a mia madre? A mia sorella? A mia nonna? Alle amiche? E al lavoro?
Come si agisce, come ci si comporta umanamente in queste situazioni?
Ho anche anche chiesto a Google, ma pare che non ci siano manuali operativi per gestire questo tipo di situazione.
Ho pensato, ecco, basta una telefonata? Sono cose che si dicono al telefono? Vabbè, comunque sono cazzi miei, alla fine se lo voglio fare con un piccione viaggiatore lo faccio con un piccione. Se non fosse che mi fanno un po’ schifo.
Poi mi sono immaginata a telefonare a mia madre.

– “Pronto, Madre?”
– “Ciao figlia, COME STAI?”
– “Eh, ti devo dire una cosa….”

Non si fa. Non si dice a una madre di una come me, 30 anni suonati, un preziosissimo lavoro a tempo indeterminato e un preziosissimo fidanzato speriamo a tempo indeterminato con cui convive da 2 anni, TI DEVO DIRE UNA COSA.
Come minimo, comincia a telefonare ai ristoranti per i matrimoni o a comprare pannolini.

E allora? Come glielo dico?
Nella mia mente, elaboravo piani geniali del tipo: ok, adesso faccio una voce triste, e poi aggiungo velocemente tidevodireunacosaBRUTTA, così, per non dare il tempo a nessuno di pensare che la notizia in questione possa essere in qualche modo positiva, per spegnere sul nascere qualsiasi speranza di matrimoni e gravidanze. Non mi viene in mente altro che possa essere anticipato da un TI DEVO DIRE UNA COSA.

Che poi, a ripensarci, a mia mamma non volevo neanche dirlo. Cioè, intendo dire non subito. Avrò resistito si e no 48 ore, da quando, uscita dalla doccia, mi sono accorta che la mia tetta aveva chiaramente qualcosa che non andava (si, ho scritto TETTA, non è un refuso. Potrei dire SENO ma oh, mica sono una giornalista. E poi la tetta è mia e la chiamo come mi pare).

Sono riuscita ad andare dal Doc tutta da sola, e la preoccupazione che non mi aveva fatto mangiare moltissimo nei due giorni precedenti si è solidificata quando ho visto la sua faccia cambiare, insieme al suo tono di voce. Una metamorfosi che ho imparato a riconoscere negli ultimi due mesi, e che ancora mi provoca un misto inestricabile di sollievo e di rabbia. Infermieri, caposale, tecnici, dottori, chirurghi che ti trattano con sufficienza e a malapena ti guardano in faccia, finché non la vedono o non leggono i referti. Da lì in poi è tutto un “CARA”, “TESORO”, profonde occhiate di compatimento, mani sulle spalle e sorrisetti rassicuranti, quelli che non sollevano neanche gli angoli degli occhi.
Il mio imperturbabile Doc si turba, comincia a fare delle telefonate per farmi fare un’ecografia. Alle 18. Cerca un tecnico che mi possa fare una ecografia. Stranamente non lo trova, allora mi infila per un appuntamento “di favore” alle 8 del mattino seguente.
Ed è qui che cedo. Vorrei andare da sola, vorrei non far preoccupare nessuno, prendere questo esame che dirà “NON E’ NIENTE” e poi telefonare a tutti dicendo “OH NON SAI CHE COLPO M’E’ PRESO, MA NON ERA NIENTE!”, ma chiamo mia madre, le dico con noncuranza che la mattina dopo devo fare sta stracazzo di ecografia ma che non c’è bisogno che vieni, non ti preoccupare Madre, ti faccio sapere subito dopo, dai.
In realtà non mi sarei mai aspettata di NON trovarla là.
E, infatti, c’era.
Che mi aspettava là davanti da chissà quanto tempo per essere sicura di non perdermi, non avrà dormito un granché la notte. Per fortuna che c’era, perché la seconda metamorfosi mi aspettava nelle vesti di un tecnico insonnolito e scocciato, che diventa gentile e professionale guardando le incomprensibili immagini del mio interno-tetta.

Bisogna controllare, subito, biopsia, ago aspirato, mammografia.
E adesso diventa tutto reale. Adesso è il momento di “TI DEVO DIRE UNA COSA… brutta”. Adesso comincia la giostrina di “non dirlo a nessuno, ok a quella puoi dirlo, si anche a questa, ma a Tizia lo hai detto?”, di gente che si fa sentire dopo anni di silenzio. Al loro “Ciao come va? E’ un po’ che non ci si sente!” rispondo seccamente “Chi te l’ha detto?”.

Ma succedono anche sdrammatizzazioni inaspettate, tipo questa conversazione, durante un aperitivo con le amiche indetto appositamente per sganciare la bomba:
– “E insomma…. VI DEVO DIRE UNA COSA BRUTTA”
– “Oddio sei incinta”
– “No… più brutta!”
– “… Sei incinta di 4 gemelli!”
– “… Se fosse possibile, più brutta….”

E poi magari vi racconterò qualcos’altro nei prossimi post, quindi per ora miei giuovini amichi, dormite sereni che sto un cremino come tutti gli altri giorni.

Novembre, di nuovo

26 ottobre 2012

in anticipo quest’anno l’inizio delle ostilità novembrine, cerco comprensione sperando di non trovarla
mi rivolgo alla gente ridendo e mi incazzo perchè non mi capiscono
novembre si incunea in ottobre e mi fa rispolverare dischi accantonati a dicembre dello scorso anno
è quasi novembre, il freddo nelle mani si toglie solo tra i tuoi capelli
e le tue promesse, novembre mio, sono fuochi fatui che continuo a seguire tutti gli anni
non li prendo mai, ma mi attirano fuori dal tunnel
ci striscio fuori da sola con l’illusione di essere stata aiutata
ringrazio tutti tranne l’unica che mi aiuta sempre
l’unica che non trova mai scuse per non darmi una mano
l’unica che non è mai troppo stanca e non ascolta quando rifiuto la mano protesa
unica che mi prende per i capelli, mi scuote per la collottola, mi fa piangere e strillare e mi lascia dall’altra parte
tremante ma salva
incazzata ma viva
triste ma con gli occhi aperti
ciao novembre
tanto passerai, come al solito, come tutti gli anni

ah un’altra cosa:

Novembre: ‘ttenaffanculo.

quando sì era sì e forse era forse e no era forse

22 giugno 2012

quando “non ho voglia” non era contemplato
quando “sono depressa” era curato da shot di tequila coll’imbuto e non avevi bisogno di dire “sono triste” che qualcuno se ne accorgeva e non ti chiedeva cosa avevi, ti portava a ballare o a prendere il gelato da gianni o a farsi le canne in piazza santo stefano quando ancora non era militarizzata e si poteva suonare la chitarra o il contrabbasso e una batteria di pentole.
quando non avevi tempo di essere triste
quando non avevi motivi per incazzarti
(quando sì era sì) (e forse era forse) (e no era forse)

quando la serata non si organizzava, ti si creava intorno dal nulla
quando uscivi per un aperitivo e alle 7 della mattina dopo stavi ancora bevendo birra in un baretto che intanto serve cappuccini con gente totalmente diversa da quella con cui eri uscita il giorno prima che il sole era ancora alto e lo spritz ancora basso.
quando non avevi i soldi per partire ma partivi lo stesso e non pagavi i biglietti del treno e ti facevano scendere nelle stazioni invece di farti la multa e giocavi a scacchi cogli sconosciuti belgi
quando avevi la compagnia giusta per fare qualsiasi cosa
(quando sì era sì) (e forse era forse) (e no era forse).

quando eri piccola e pensavi che la tua vita da grande sarebbe stata magari un po’ noiosa ma alla fine migliore del non arrivare a fine mese
quando invece era meglio non mangiare fino al prossimo turno del pub che fare l’orso a casa perché sei talmente isterica che non sopporti nessuno e quelle uniche persone che ti andrebbe di vedere sono altrove, in un altro stato, in un’altra città, in un’altra spiaggia, e se vuoi vederle glielo devi spiegare perché da sole non lo capiscono, non lo capiscono perché te sei una viziata del cazzo e non è colpa di nessuno se sei isterica e non ti riesci a decidere a rovinare la serata di qualcuno a cui vuoi bene e chiedere aiuto.

(quando sì era sì) (e forse era forse) (e no era forse) anche per me.

quando alla fine decidi sempre per il rovinare una serata sola.

la tua.

complimentoni, genio.

(Ne ho due, massimo tre all’anno de ste crisi. tempo de scrive un post stracciapalle e poi me passa nel giro di poche ore.)
(Di solito.)

P.S. Moglie te l’ho detto che …….? Forse mai abbastanza e forse mai pubblicamente.

Mediamente, una testa di cazzo.

15 settembre 2011

perché se sei una testa di cazzo quando va tutto mediamente male non te ne accorgi
perché se sei una rincoglionita come me il mediamente male ti stordisce
il mediamente male ti annebbia e ti ubriaca
poi fai così
quando invece una cosa ti va bene
quando UNA cosa bella
MOLTO bella
ti succede
poi fai così
che le altre mediamente brutte
diventano insopportabili
paragonate a quella bella, no?
allora che fai tu
testa di cazzo
(perché, è OVVIO, sei una testa di cazzo, è indubbio)
per ritrovare non si sa che cazzo di equilibrio cosmico
tenti di mandare a puttane anche quell’unica cosa bella
ti ci impegni forte
brava
bravissima
poi sai che puoi fare
sai che fai?
sfogati su un anonimo blogghino
quando non riesci
quando il muro
quando ti si mischiano le parole che non le capisci manco te
allora fai così,
testa di cazzo:
cerca di ritornare al tuo limbo del mediamente male
schiaccia fortissimo con le ditine pacioccose il moltobbello
e ritornatene a vegetare
nel limbo del mediamente male
chè probabilmente è solo quello che ti meriti
testa di cazzo.

Mal di Spagna

17 maggio 2011

Insomma ieri notte sono tornata da Granada. Penso che le migliaia di elettori di Pisapia abbiano pensato a me, dentro le urne: si saranno detti “Se non diamo un minuscolo alito di svolta a questo paese a questo giro  Anna potrebbe non sopravvivere al ritorno in Italia”. E probabilmente è vero. Avevo bisogno di una buona notizia, di un piccolo embrione di speranza pe noartri.

Perchè a me tornare dalla Spagna ogni volta  mi uccide dentro, mi fa sentire di aver sbagliato paese dove nascere e dove decidere di rimanere. E’ vero che la Spagna è povera e sostanzialmente agricola, piena di disoccupati peggio che da noi, addirittura a Granada c’è la fila per lavorare anche solo nei ristoranti e nei bar. Inoltre gli spagnoli hanno un ridicolo nazionalismo linguistico (mica c’hanno il mouse loro, hanno il ratòn!)  una cucina rozza e pesante, la corrida e il re. Ma tutto il resto dei miei brevi soggiorni spagnoli è sempre stato un inno a godersi la vita: sarà la vacanza, la movida, gli orari, la gente incontrata per strada, la bellezza in ognuno dei posti che ho visto. Sarà l’adolescenza che si risveglia a certe latitudini, ma qualche volta ho anche pensato di trasferirmici, magari a Madrid.

In genere queste pulsioni migratorie passano perchè le responsabilità e la routine mi distraggono in fretta. Ma stavolta è diverso: la voglia di scappare si sta attenuando perchè ho la bella sensazione che delle brave persone siano state premiate alle elezioni. E che quindi ci sia ancora la speranza che l’Italia faccia quello che ha tutte le potenzialità per fare: diventare un posto dove è bellissimo vivere. Anche più che in Spagna.