Archive for the ‘Ricerca e Inviluppo’ Category

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (Special edition: the day after)

15 dicembre 2010

Oggi niente sequel sui consigli per la stesura della tesi. Oggi il rischio è che tra dieci anni non ci sarà più un dottorato a minacciare la nostra sopravvivenza, economica e psicologica. Forse non ci saranno più università pubbliche a finanziarli, forse neanche più la laurea avrà valore legale. Quindi alla fine chi se ne frega della tesi, almeno per oggi.

Ieri il famoso 14 dicembre 2010 sono entrata in aula, avevo lezione. E’ stato come entrare in una di quelle bolle di Natale, che se le scuoti nevica. Tutto si muove lentamente lì dentro, la gravità è attutita da un viscoso liquido trasparente. A volte le aule dell’università sono come un sacco amniotico: del mondo circostante arrivano solo vaghi clamori.

I miei studenti, mentre tanti loro colleghi erano in piazza, mi aspettavano come niente fosse. E io avrei voluto prendere un grosso martello e spaccare quella bolla di vetro e farli defluire fuori

“Voi cosa cazzo ci fate qui? Andate a manifestare, andiamo a manifestare! Vi rendete conto che tra un anno magari questo corso non esisterà più?”

“Appunto”, mi avrebbero probabilmente risposto.

Ed è tutto qui, il problema. Siamo ancora un paese di pieno di troppi pollicini che invece di assaltare il forno, raccolgono briciole nella speranza di tornare a casa. Io come tanti altri assegnisti precari, che curiamo amorevolmente le nostre effimere carriere, siamo più pollicini di tutti, perchè le nostre briciole sono così in basso, che una settimana sui tetti è un lusso che non osiamo concederci.

E quindi ieri sono montata sulla cattedra e ho fatto la più bella lezione del corso. Perchè se si deve suonare mentre la barca affonda, allora tanto vale che la musica sia la migliore.

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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 6 di ???

8 dicembre 2010

Come scrivere una tesi di dottorato e soprattutto cosa scriverci dentro.

Scrivere una tesi di dottorato è un’opera titanica la cui maggiore difficoltà consiste nel non sapere bene cosa ci si deve mettere dentro. Abbiamo dei risultati scientifici, magari abbiamo anche scritto un paio di articoli, ma una tesi si presenta come qualcosa di molto più ampio, più confuso, più difficile. E siamo tutti soli ad affrontarla.

Iniziamo col capire quali sono gli obbiettivi, in realtà nel loro aspetto più politico e filosofico che scientifico. Innanzitutto una tesi di dottorato è un libro. E condivide con tutti i libri del mondo lo stesso obbiettivo, ossia la benevolenza del lettore. Per ottenerla dobbiamo fare tre cose: scrivere cose corrette (siamo ricercatori seri, noi), scriverle in maniera chiara (siamo didatti), scriverle in una forma comoda e piacevole da leggere (siamo autori di un libro). Anche la prosa più arida, ossia la trattazione scientifica, mette in relazione il nostro lettore con noi: se lo inganniamo, lo confondiamo o lo annoiamo, ci odierà. Visto che poi il nostro lettore è uno che deve scrivere un report sul nostro lavoro, meglio evitare. Iniziamo col dire cosa ci si aspetta dai primi due capitoli della tesi.

Introduzione. L’obbiettivo di questo capitolo è quello di convincere il lettore a leggere il resto. Quello che potrebbe portare il nostro lettore a chiudere il libro è: l’argomento non è interessante, l’argomento è incomprensibile, l’argomento è noioso. Nell’introduzione bisogna disinnescare queste insinuazioni dicendo tre cose

  1. quello di cui ci occupiamo è inserito in un contesto molto ampio (gli accademici sono dei conservatori innamorati del mainstream)
  2. ha molte applicazioni pratiche e teoriche, (mica stiamo scrivendo 120 pagine di pippe mentali)
  3. il nostro contributo è significativo. (siamo dei fichi)

Per farlo abbiamo il diritto/dovere di cedere il rigore per la chiarezza, (senza scrivere stupidaggini però: un conto è essere semplici un conto è essere approssimativi) e di utilizzare la retorica e l’ironia. Usiamo poche formule, poche notazioni, molte chiacchere. Alla fine dell’introduzione c’è sempre una sezione in cui si dice grosso modo cosa si fa in ogni capitolo: serve a garantire il diritto inalienabile di saltare le parti noiose.

Stato dell’arte. Qui si danno al lettore tutti gli strumenti per capirci. Lo stato dell’arte si divide in due categorie di argomenti. Quelli di pertinenza del nostro lavoro servono ad inquadrare le nostre soluzioni nel contesto scientifico degli ultimi anni: il nostro obbiettivo è farci riconoscere il giusto. Dobbiamo portare chi ci legge a capire che il problema che affrontiamo non è banale, e infatti ci lavora un sacco di gente, e che anche noi abbiamo qualcosa da dire.

Nello stato dell’arte devono esserci anche gli strumenti teorici di non diretta pertinenza del contesto in cui lavoriamo. Se andiamo a pescare un teorema di un’altra teoria, va messo qui. Mai dare per scontato che chi ci legge ne sappia quanto noi, mai costringerlo ad aprire un altro libro per capirci. Altrimenti, nel farlo, chiuderà il nostro.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 5 di ???

18 novembre 2010

Money money money

La cosa più scomoda della posizione di un dottorando è la sua ambiguità:  infatti un dottorando è uno studente, ma al tempo stesso un lavoratore. Questo lo rende carico di responsabilità, ma con la continua frustrazione di essere perennemente l’ultima ruota del carro… Inoltre il dottorato è una fase transitoria, al termine della quale è molto frequente passare diversi mesi a spasso. Questo aggiunge all’incertezza lavorativa quella economica.  E l’incertezza economica è il vero motivo per cui le università italiane si svuotano: la gente non ce la fa, o emigra o si mette a lavorare nel privato. Per questo motivo è importante arrivare alla fine del dottorato non solo con i conti in pari, ma anche con dei piccoli risparmi che permettano di tirare avanti qualche mese, perchè la ricerca in italia è roba da ricchi. O da schiavi.

Dottorandi senza borsa.

Avete vinto il concorso del dottorato ma non siete arrivati entro la prima metà o peggio (le borse disponibili devono essere almeno quanto la metà dei posti) Questo vi dà la fantastica opportunità di lavorare per almeno tre anni e mezzo gratis, alla modica cifra di una tassa universitaria che oscilla tra i 500 e i 1400 euro annui…
E chi sta meglio di voi? Vediamo subito come porre rimedio a questo tragico colpo di fortuna. Innanzitutto, presentiamo la fata turchina della nostra favola, il coordinatore del dottorato. Il coordinatore del dottorato è una figura buona e caritatevole che si smazza tutte le rogne dei dottorandi, tipicamente a titolo gratuito. Solo una grande passione e una fede nel suo compito può giustificare questo onere autoinflitto, quindi in genere il coordinatore è una figura di riferimento importante. Almeno all’inizio.
Pertanto se siete senza borsa il consiglio è quello di andare a bussare dal coordinatore e chiedere le seguenti cose: chi nel corpo docenti può rimediarvi una borsa privata (sì, esistono per davvero) e l’esonero delle tasse (sì, esiste pure lui). Infatti il consiglio di dipartimento può dispensarvi dal pagare le tasse con una delibera apposita.  Siccome le iscrizioni scadono a dicembre e il consiglio si riunisce al più una volta al mese, questa è una delle prime cose che vanno fatte appena semi-vinto il concorso.

Dottorandi, eterni studenti.

I dottorandi sono studenti universitari. Pertanto: hanno diritto a mense, accesso ai centri sportivi e ricreativi universitari (sì, esistono), accessi nelle biblioteche, convenzioni universitarie con cinema e teatri, sconti sui mezzi pubblici. Credo che la questione degli alloggi sia più delicata, informatevi.
Ricordatevi che se siete borsisti questo vi colloca nella fascia contributiva più bassa: infatti non siete più a carico di mammà e papà e quindi la vostra borsa da circa 12000 euro netti (che non è uno stipendio, quindi non va dichiarata) non si cumula con il loro (o il vostro) reddito. Fatelo presente ogniqualvolta serve, tipo per la mensa. Veementemente.

Dottorandi, un popolo cosmopolita.

Durante un dottorato si viaggia molto: ci sono le conferenze, le visite a professori all’estero, le scuole estive. E tutte queste cose costano tanti soldi. Una conferenza, per esempio, ha generalmente un costo di iscrizione, poi ci sono le spese di viaggio, vitto e alloggio, la social dinner. La professionalità di un dottorando si vede nella sua non-disponibilità nel mettere questi soldi di tasca propria. Chi ce li dà? Loro:
1. scrivere agli organizzatori della conferenza e chiedere se è previsto “a financial support for students”. In genere così spese di conferenze e alloggio si riducono, se non si annullano del tutto. Lo stesso vale per i professori che visistate: potete provare a chiedere di essere invitati a spese loro.
2. attingere al fondi di mobilità per le missioni dei dottorandi, previa autorizzazione del coordinatore di dottorato.
3. in genere i fondi di mobilità sono ridicoli, bastano per una conferenza l’anno. Quando finiscono non esitate a chiedere soldi al vostro professore, specie se lui non va alla conferenza: del resto le può sempre considerare come spese di rappresentanza ;)
4.prenotate con largo anticipo, appena decidete di andare, per abbattere spese di viaggio e alloggio. Booking.com è un ottimo riferimento per trovare alberghi dalle parti delle università.
5. I giorni trascorsi all’estero danno diritto ad un incremento del 50% della borsa e sono cumulabili. Quindi se state fuori 15 giorni in un anno sono circa 250 euro riguadagnati. Ricordatevi sempre di farvi fare l’autorizzazione per la missione dal coordinatore e di richiedere un attestato di partecipazione in cui sono indicati i giorni di arrivo e di partenza. Se andate da un professore, basterà una sua dichiarazione in carta intestata in inglese.

Dottorandi, grandi lavoratori pubblici.

Una fonte di guadagno extra ma fondamentale sono i tutoraggi e i corsi in codocenza (ossia una parte del corso, tipicamente un terzo delle ore frontali previste, viene affidata a voi). La paga è bassa e arriva anche dopo molto tempo, ma: innanzitutto non si butta niente, secondo la didattica fa curriculum e terzo la didattica rafforza la vostra posizione all’interno del dipartimento. Può succedere che la soddisfazione di un professore per un bravo assistente si trasformi in aperto appoggio politico durante la discussione della tesi o futuri concorsi. Per accedere a queste posizioni bisogna fare un concorso pubblico, ma la cosa migliore è contattare preventivamente il titolare del corso, perchè la didattica è una questione delicata e i professori vogliono essere sicuri di avere accanto persone valide (e anche un po’ sottomesse). Cosa che un bel curriculum da solo non necessariamente può garantire.

Dottorandi, grandi lavoratori privati.

Le ripetizioni sono un classico intramontabile per sopravvivere ad un dottorato, specie senza borsa o a borsa finita. A seconda dei periodi potete dedicare senza rimorso alcuno dalle 4 alle 8 ore settimanali a questa nobile attività e ricordatevi:
1. chiedete un compenso adeguato. Infatti avete studiato almeno quanto uno psicologo (da 50 euro ai 100 euro a seduta), infinitamente di più di un’estetista (dai 30 ai 40 euro l’ora per un massaggio), decisamente di più di uno studente universitario (10-15 euro l’ora per ripetizioni alle superiori) . Svalutare il vostro lavoro è una mortificazione inutile e controproducente. La gente pagando ha la tranquillizzante sensazione (giusta) di ricevere un servizio di qualità. A volte un compenso giusto è un buon biglietto da visita.
2. potete denunciare sulla vostra dichiarazione dei redditi quello che guadagnate con le ripetizioni. Esiste una soglia al disotto della quale quello che guadagnate non va denunciato, al di sopra basta rilasciare una ricevuta e accluderne copia al modello unico.
3. evitate imbarazzanti questioni deontologiche. Niente lezioni a gente del vostro dipartimento. Tutto il resto del mondo vi aspetta!

Esiste inoltre tutto un mondo di corsi appaltati alle università da altri enti pubblici e privati. In genere sono faticosi ma ben pagati, quindi è un circuito nel quale vale la pena cercare di inserirsi.

Dottorandi, gente che sa aspettare.

Se avete pianificato un periodo di alcune settimane all’estero alla scadenza della vostra borsa di dottorato, avete diritto a recuperare l’incremento del 50% della borsa chiedendo una sospensione della borsa con riattivazione alla partenza. Se ad esempio dovete stare fuori 4 mesi, a 6 mesi dalla partenza iniziate a fare domanda, rivolgendovi all’ufficio dottorato della vostra università.
Certo, avete fatto la fame per 4 mesi in Italia, ma questo investimento vi restituirà al ritorno un guadagno netto di circa 2000 euro. Questo ovviamente presuppone che voi siate in grado di stare 4 mesi senza borsa e campare all’estero con solo 1000 euro al mese, cosa non da tutti. Solo da ricchi. O da schiavi.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 4 di ???

10 novembre 2010

Come parlare in pubblico

Il lungo percorso che porta da un’idea ad un risultato scientifico si può articolare nelle seguenti fasi:

1.  farsi venire un’idea, che di solito consiste nell’impercettibile miglioramento di idee avute da altri

2.  dimostrare che la suddetta idea è sensata e scriverla per bene sotto forma di articolo

3. capire a cosa serve questa cazzo di idea, per riempire l’introduzione del suddetto articolo

4. accertarsi che quest’idea non l’abbia avuta nessun altro (no, contrariamente al buon senso è una delle ultime cose che si fanno). Se leggiamo da qualche parte la nostra brillante idea è un risultato “classical, trivial, well known, a direct /straightward/immediate consequence of…, whose proof is left to the reader, a crap” si torna al punto 1. Abbiamo scherzato. Scherzato per mesi.  Che divertimento.

5.  rimpinguare la bibliografia, possibilmente con articoli di nostri collaboratori, nella speranza che loro rimettano a noi l’impact factor che noi rimettiamo ai nostri relatori. Amen. L’impact factor è una misura della validità di un articolo: più viene citato più vale.

6. mandare questo sudato prodotto ad una rivista nella speranza che venga pubblicato. (La scelta della rivista è un mistero che non sono ancora riuscita a permeare. Vi farò sapere)

A quel punto parte il tour promozionale, che poi è il vero oggetto di questo post. Quando si ha un risultato nuovo è fondamentale diffonderlo il più possibile, presentandolo a conferenze, seminari, workshop e quant’altro. In queste occasioni si creano importanti contatti che in realtà sono il vero obbiettivo di un dottorato di ricerca.

Il problema è che parlare in pubblico, specialmente in uno stentato inglese scolastico, può essere una delle esperienze più imbarazzanti della vita. Per esperienza personale vi posso dire che ci si abitua: dopo un bel po’ di figure di merda uno impara. Impara che? Impara a parlare inglese decentemente, impara a superare la paura delle domande alla fine, impara a superare la paura che non ci siano domande alla fine, impara perfino a non far addormentare la platea. Ma fino ad allora sono cazzi. Per sopravvivere al primo talk ci si può regolare così:

1. preparare con cura maniacale le slides: devono essere poco dense, con pochi colori possibilmente riposanti (bianco, grigio, celeste, verdolino), poco tecniche: se uno è interessato ai dettagli se li legge sull’articolo. Se uno non è interessato ai dettagli a sentirli si rompe i coglioni: per quanto ne siate orgogliosi, non imponeteli alla platea. Le figure e le animazioni sono le cose che vengono ricordate di più: esagerate. Ma con sobrietà.

2. preparare con cura maniacale il discorso: non vergonatevi di scriverlo e impararlo a memoria, lo hanno fatto tutti almeno una volta. E di solito questa unica volta è la prima :)

3. scacciate l’idea di essere ad un’interrogazione. Ormai gli esami sono finiti, dal giorno dopo la laurea tutto quello che la gente vorrà sentire da voi sono spiegazioni convincenti. Perchè nel 90% dei casi la gente, questi esimi e terrificanti professori,  ha solo una vaghissima idea di cosa state parlando. E se non li annoierete vi saranno grati per sempre. E forse vi daranno pure un postdoc tra qualche anno.

4. brevità: meglio ma molto meglio finire 5 minuti prima che un secondo dopo il tempo che vi è concesso. Perchè, allo scadere del tempo che vi è concesso, i vostri interlocutori inizieranno ad andare in astinenza da caffeina: dapprima si distrarranno e subito dopo passeranno dall’indifferenza all’odio.

5. informatevi su quanto tempo vi è concesso.

6. avete presente K., il dottorando con gli occhi da bambi in cui parlo in Fair enough for me? Fate come lui, nascondete l’imbarazzo in un sorriso alla gatto di shrek: l’istinto materno è un sentimento potente. Ma anche soggetto a rapida usura: la carta bambi si può usare una volta sola nella vita.Come per il discorso a memoria: la prima va benissimo!

Ultimo consiglio: ricordate sempre chi siete. E se state per parlare dei vostri risultati originali ad una conferenza internazionale, beh tanto schifo non dovete fare!

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 3 di ???

27 ottobre 2010

Come non dare di matto.

Nei paesi scientificamente evoluti i dottorandi vengono considerati una risorsa dell’università. Vengono impiegati, guidati, sollecitati e manutenuti, come qualsiasi altra attrezzatura del dipartimento. I dottorandi all’estero sono gente che lavora, con serenità e profitto. Sono cullati dalla sicurezza di un futuro meritatamente radioso.

Le coccole del futuro radioso non esistono per il dottorando italiano perché sa che alla fine del suo ciclo lo aspetta un impietoso collo di bottiglia. Su dieci neodottori di ricerca forse uno potrà proseguire la sua carriera in italia, tre-quattro emigreranno, gli altri sono destinati al precariato nelle scuole, al precariato nelle aziende private o direttamente alla disoccupazione.
Non che queste ultime siano attività da disdegnare in sè, ma uno non ha bisogno di perdere anni e salute a scrivere un libro pieno di risultati nuovi per poterle esercitare. Gli basta aver perso già mesi e salute per scrivere un libro di risultati non nuovi, quando si è laureato.

La difficoltà di accesso al mondo accademico dà al dottorando italiano la corretta sensazione che il futuro sia appeso ad un filo e l’errata sensazione di non potersi permettere nessun tipo di errore. Questo porta a scene pietose tipo questa:

“Gentile Prof.ssa Vattelappesca,”

no no troppo formale

“Cara Emmy…”

troppo poco formale

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo”

no forse è meglio la L

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
Le scrivo per chiederLe di spostare il nostro appuntamento…”

merda il correttore segna rosso

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo per chiederle di spostare il nostro appuntamento a giovedì perchè oggi ho avuto un contrattempo”

no no così sembra che voglio imporle il giovedì, invece a me va benissimo sempre

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo e volevo chiederle se possiamo spostarlo ad un altro giorno”

accidenti è ovvio che lo dovremo spostare ad un altro giorno, mica non vorrà vedermi mai più!

cazzo e se non vuole vedermi mai più?

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

Cordiali saluti

Anna”

Cordiali saluti è troppo

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Cazzo la é

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perché ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Ecco. Tempo di stesura: un quarto d’ora. Tempo di rilettura: altri dieci minuti. Densità di imprecazioni: 90%. Per una mail alla tua relatrice, la donna che vedi e da cui dipendi più di tua madre. Follia pura.

A queste problematiche grammaticali tutte italiane si aggiunge l’intrinseca difficoltà del fare ricerca. Si può rimanere anche per mesi al palo prima di progredire un po’. Si può imbroccare una strada senza uscita e buttare nel cesso settimane di lavoro.
La ricerca è un’attività noiosa, faticosa, frustrante nella maggior parte del tempo. Ma poi, una o due volte l’anno, ci si ricorda perchè si fa: arriva l’idea. Di fatto si vive per l’illuminazione, si vive per quel momento di pura chiarezza, si vive del cieco orgoglio di essere i primi al mondo ad arrivare alla soluzione.

Dunque…come non dare di matto? L’unica speranza è quella di fare leva sulla propria motivazione e di non isolarsi nelle proprie fobie.
L’originalità è la chimera di tutti i depressi: ma in realtà qualsiasi pensiero cupo vi tormenti, state pur certi che riposa in pace tra le righe dei ringraziamenti della tesi di qualche nostro collega.

[Anna]

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 2 di ???

20 ottobre 2010

Come tirare avanti.

Spesso si critica al sistema universitario l’assenza di meritocrazia. Non è vero. E’ solo che il concetto di merito è alterato: la capacità di gestire i rapporti con gli strutturati nei dipartimenti, l’aspetto politico diciamo, è importante quanto la produttività scientifica.
In altre parole anche se scrivete dieci articoli, ma siete degli stronzi o peggio ancora degli imbranati o peggio peggio ancora avete fatto incazzare il vostro professore, siete accademicamente morti. Stecchiti. Sepolti in una stanzetta polverosa. E senza neanche un pc da cui leggere ConversazioniMetropolitane.

Invece bisogna essere attivi e diplomatici: andare a tutte le conferenze, parlare con tutti, smazzarsi gli ospiti dei vostri professori a pranzo, lavorare, leggere molte pubblicazioni relative al vostro lavoro, lavorare, chiedere udienze settimanali al relatore, anche per non dire niente, lavorare, dire sempre la verità. Lavorare.

Mostrarsi sempre motivati e affidabili. Sempre. Sempre. Sempre.

Il perché di questa impellenza risiede in un’analisi dei professori dal punto di vista etologico ed economico.
I professori sono creature pavide ed opportuniste, atteggiamento rinforzato dalla ridicola esiguità dei loro fondi. Quando investono soldi, tempo ed influenza sui loro studenti, si sentono molto magnanimi: ma una qualsiasi fibrillazione può spaventarli.
La loro stima oscilla come in una dinamica di mercato: dando segno di non essere un investimento solido, farete crollare la vostra quotazione. E cosa fanno gli investitori con le azioni che crollano? Se ne disfano.

Ecco. Anche nella disperazione più nera, sempre motivati.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (Special Edition: sit-in Montecitorio!)

13 ottobre 2010

Domani è un giorno molto importante per l’università italiana perché alla Camera ci sarà la discussione finale della riforma Gelmini. Potrebbe essere  l’ultima occasione di rinsavimento dei nostri parlamentari su un tema molto importante ossia la condizione dei ricercatori (e quindi della ricerca italiana in generale) e sugli indiscriminati tagli all’università, che penalizzano in primis gli studenti…e poi tutta un’altra vagonata di gente che all’università ci lavora e sopprattutto ci crede.

Per questo domani ci sarà un sit-in in piazza Montecitorio, per i dettagli vi segnalo il sito di Rete29Aprile, l’associazione che ha organizzato il blocco della didattica a cui ha aderito quasi la metà dei ricercatori italiani.

Vale la pena di ricordare che i ricercatori non stanno scioperando, bensì hanno sospeso un’attività (quella didattica) che non compete loro e per cui non hanno un compenso. Insomma hanno smesso di lavorare a gratis, almeno per un po’. Nonostante la disinformazione sul tema, c’è da dire che i ricercatori hanno incassato la solidarietà degli studenti, che continuano a sostenerli malgrado i disagi provocati dalla protesta.

Il discorso sull’università è lungo e complesso e, nonostante adori pontificare su tutto e tutti, l’unica cosa che riesco a dire è che questa riforma non è che un dettaglio screanzato di un piano screanzato di demolizione sistematica dell’università pubblica. Purtroppo tutto questo inizia da molto prima della Gelmini e ha come fine il monopolio di poche, elitarie, costose università private.

Per questo è importante essere in piazza domani, perchè non si tratta di solo di difendere i diritti e la vita lavorativa di una parte della popolazione. Si tratta di anche opporsi ad un principio e di affermarne un altro: il sapere è una delle poche risorse che restano a questo paese ormai senza industrie e storicamente senza materie prime. Non può essere regalato ad un manipolo di oscuri lobbisti, non senza aver lottato, non con il nostro assenso, non nell’indifferenza generale.

Incontriamoci lì :)

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) 1 di ???

30 settembre 2010

La scorsa settimana uno dei tanti piccoli cerchi della vita si è concluso: il mio professore, il mio mentore mi ha chiesto di consigliare un suo studente sulla scelta del dottorato. Il tizio era indeciso tra il dipartimento dove mi sono dottorata e la facoltà dove mi sono laureata e così mi ha scritto chiedendomi la mia esperienza. Ed è lì che si è rinnovata quella consapevolezza in me mai veramente acquisita: ho finito, sono fuori dall’incubo! Rispondergli non è stato per niente facile, ci ho messo più di un’ora a riordinare i pensieri riguardanti un periodo così incerto ed ansioso della mia vita. Ora, ebbra del conseguimento del mio primo assegno di ricerca (YEAHHHHH!), riciclo le mie perle di saggezza a favore del mondo.

1. Cos’è un dottorato di ricerca.

Formalmente è un percorso di studi e di ricerca post-laurea, della lunghezza di tre-quattro anni, che si conclude con la discussione di una tesi contenente tutti i risultati originali ottenuti, più una lunghissima introduzione, più una bibliografia contenente tassativamente tutta la produzione letteraria del proprio relatore: dal tema di licenza elementare alla lista della spesa dell’ultimo sabato prima della consegna del manoscritto.

Teoricamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere del ricercatore.

Praticamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere di sopravvivere alle magagne di dipartimento, all’ambiguità dei professori, all’oblio dell’inattività, alla paura per il futuro, alle infinite frustrazioni dati da temi di ricerca troppo difficili, inutili e/o malposti, alla dipendenza da caffeina.

2. Perchè fare un dottorato di ricerca. E soprattutto perché farlo in Italia.

Il dottorato e l’imparentamento con un rettore sono le uniche vie per accedere al mondo della ricerca o, più in generale, all’altra parte della barricata universitaria. Il solo motivo per cui un neolaureato dovrebbe imbarcarsi in un’impresa del genere è una delicata alchimia di fuoco sacro per la ricerca, amore per la propria materia, snobismo intellettuale, smodata ambizione, idiosincrasia verso gli orari di ufficio e orrore dei soldi. Se manca anche una sola di queste componenti tanto vale lasciar perdere. Non esiste un motivo al mondo per fare il dottorato in Italia, è sconveniente sotto tutti i punti di vista, tranne uno. Un culo troppo pesante. Come il mio, che ai miei tempi manco a Perugia sono voluta andare.

3. Come scegliere un dottorato in Italia.

In Italia esiste un solo criterio per scegliere dove andare: l’influenza dei propri contatti. L’unico contatto che un neolaureato ha è tipicamente il suo relatore ed è da lì che bisogna cominciare. Bisogna parlare col proprio professore dei propri progetti e dare retta a lui. Se vi manda in culo al mondo, andate.

Se invece siete stati scaricati dal vostro relatore, niente di grave ma la questua è l’unica strada percorribile. Prima ancora del concorso di dottorato, bisogna entrare in contatto con qualcuno del dipartimento di destinazione: leggere i suoi lavori più recenti, mettersi in condizione di parlare decentemente e sinteticamente della propria tesi e andare a bussare. Una volta ottenuta udienza, la frase “Ho letto il suo articolo…” deve essere tassativamente pronunciata almeno una volta e possibilmente entro i primi 10 minuti o le 1000 parole. Il professore deve vedere in voi l’affare, qualcuno che lavora, porta risultati e non rompe eccessivamente i coglioni. Visto che state sparando nel mucchio, tanto vale puntare ad uno grosso, possibilmente un neo-ordinario, potente, esperto ma ancora non rincoglionito.

4. La scelta del relatore e del tema di ricerca.

Insomma ce l’avete fatta. Il concorso è stato vinto, tra qualche mese inizieranno a pagarvi, siete dei fichi. I primi tre mesi, finchè non arrivano i soldi, è pacchia. Poi al primo bonifico inizia l’ansia: se mi pagano vorranno qualcosa da me, e mo? La cosa migliore è arrivare a questa fase con un accordo prematrimoniale firmato con qualcuno, di cui al punto 3. Se invece vi siete intrufolati nell’anonimato più completo, bisogna guardare nel dipartimento. E ricominciare con la questua. Non smignotteggiate con più professori contemporaneamente, il paese è piccolo, la gente mormora e ormai siete proprietà del primo con cui avete parlato seriamente di tesi.

Prima di cedere i prossimi tre anni della vostra vita ad un professore, è indipensabile aver appurato la sua disponibilità ad esercitare la propria influenza per mandarvi avanti. Ora, ottenere assicurazioni esplicite è impossibile, gli accademici non sono progettati per farlo ed estorcere loro una promessa è come costringere un prete a dare credito a Darwin. La loro religione, ossia il culto del discarico delle responsabilità, glielo impedisce. Bisogna fidarsi del lato umano e delle oggettive possibilità del professore. Valutate cinicamente e spassionatamente quanto conta, quanti soldi ha, quanti ne è disposto a spendere per voi.

Tenevi lontani dai geni ribelli, dai fighetti, dagli esauriti. Un dottorato è una navigata in acque tempestose, e nei momenti di delirio e follia il vostro relatore sarà la vostra ancora alla realtà. Meglio che sia un catenone piuttosto che una collanina dorata.

Il tema di ricerca è assolutamente marginale in questo discorso. Cercate di fare ricerca su qualcosa che va di moda. Ad esempio per i matematici le equazioni differenziali applicate alla biomatematica vanno benissimo. O, sempre per i matematici, roba da ingegneri: controllo, telecomunicazioni, trattamento di immagini.

Emmy and me

4 luglio 2010

Quando ero una tenera studentella al terzo anno di matematica, una donna di nome Emmy Noether assurse al mio piccolo olimpo personale.
Il mio intento di questa oziosa domenica sera è comunicare al mondo il perché.

Emmy è nata esattamente 100 anni prima di me, ma anche se i suoi anni ottanta non sono stati i miei, è stata più sfortunata in molti altri aspetti.
Le sue sfighe si possono riassumere nel fatto di essere donna, ebrea e matematica nella Germania degli inizi del novecento. Il che equivale più o meno ad essere donna, musulmana e matematica nella Padania di oggi.

La vita di Emmy sembrava destinata all’insegnamento dell’inglese e del francese, ma un bel giorno si iscrisse alla facoltà di matematica, dove insegnava suo padre. Una bella alzata di testa che segnò l’inizio di una serie infinita di mortificazioni, che di fatto spiegano il perchè si sia dovuto aspettare il novecento per avere una grande matematica donna.

Affinché le fosse chiaro dal primo giorno che la matematica non è uno sport per femminucce, Emmy venne costretta a seguire le lezioni solo in qualità di auditrice. Cioè per sport, appunto: senza un voto, senza un esame e solo previa esplicita autorizzazione del professore.
Io li avrei esplicitamente autorizzati ad andarsene a quel paese, quei di maschilisti di merda. Ma Emmy fu in grado di applicare la propria intelligenza alla diplomazia oltre che allo studio, e così riuscì faticosamente a laurearsi e ad accedere al dottorato di ricerca.
Anche allora serviva scrivere una tesi per completare il dottorato, e come tutti i neodottori dei cento anni successivi, Emmy non esitò a definire la sua tesi “una merda” (sic!).

Merda o no, i suoi lavori immediatamente successivi hanno stabilito delle relazioni fondamentali tra l’algebra e la fisica, tanto da portare Einstein a definire Emmy la più grande matematica della storia. Non che con l’oscurantismo maschilista del tempo ci fosse questa grande concorrenza in fatto di matematiche, ma immagino sia una cosa che fa sempre piacere sentirsi dire.

Forse proprio motivata dal suo crescente prestigio internazionale, lavorò gratis per un sacco di anni (ne abbiamo di cose in comune io ed Emmy) per un paio di università tedesche. Seguiva gli studenti, pubblicava articoli, vinceva premi convivendo con l’umiliazione di insegnare in qualità di assistente di uno pseudonimo.

Nonostante tutto, questa fricchettona degli anni trenta, intollerante alle critiche quanto generosa e materna con gli studenti, finalmente riuscì strappare una posizione e un misero stipendio all’università. Ma ne venne rimossa dopo alcuni anni in quanto ebrea, durante l’epurazione nazista. Emmy non si lasciò intimidire, e continuò a lavorare e a ricevere gli studenti nella sua misera casetta. Quando uno di loro si presentò con l’uniforme nazista, in Emmy il senso del ridicolo prevalse sulla paura, e nessun biografo è riuscito a stabilire se si sia mai stancata di prenderlo per il culo.

A quel tempo l’America aveva già iniziato il rastrellamento dei cervelli europei, altrimenti detto rifugio politico. Ammirevole, se poi non li avesse messi praticamente tutti a costruire la bomba atomica.
Ma vabbè, sta di fatto che Emmy scampò alla persecuzione rifugiandosi negli Stati Uniti, e per la prima volta ebbe lo stipendio e la posizione che meritava. Tutto sembrava andare bene, quando le trovarono delle cisti all’utero e la operarono d’urgenza nell’aprile del 1935. Pur avendo retto bene l’intervento, Emmy fu colpita da una febbre altissima che la uccise in pochi giorni. Si pensa che ci fu un’infiammazione della parte del cervello che governa la temperatura del corpo.

Bislacca, brillante, forte e volitiva come la sua storia e i suoi colleghi testimoniano, forse Emmy avrebbe apprezzato la squisita ironia dell’essere fregata proprio dal cervello, il supporto fisico di una mente votata all’astrazione, alla scienza, alla bellezza…

…e poi così deliziosamente pieno di idee complicate, sembra incredibile che fosse racchiuso nella testolina di una donna!