Archive for the ‘Storie Di Vita Vissuta’ Category

La fine della saga?

20 ottobre 2014

Ho voluto far passare un po’ di tempo prima di annunciare al mondo (che non aspettava altro che sapere COME STO, sicuramente) che NON ho un cancro.

E, a quanto pare, neanche un tumore.
(Qui potete trovare il Cap. 1 e qui il Cap. 2 di questa divertentissima storia!)

Ma come è potuto accadere che uno stuolo di dottori mi abbiano fatto temere il peggio, per mesi, tutti allo stesso modo e con la stessa convinzione?
E’ andata così: mi hanno operata, e dopo un paio (forse 3) di settimanelle di spasmodica attesa del risultato istologico, il chirurgo ha chiamato mia madre (MIA MADRE, Cristo, ma perché? Mica ho 14 anni!) per dirle che si trattava di “un semplice ascesso”.
Un ASCESSO? Ma non è quella roba che viene ai denti???? Come cazzo è possibile un ASCESSO in una TETTA?
Ecco, questa è più o meno la spiegazione che mi do, quando penso a come sia possibile che una ventina tra infermieri, dottori e tecnici di laboratorio mi abbiano fatto prendere ‘sto coccolone senza pari.

Quindi, tutto a posto?
Diciamo che la reazione primaria di tutti è stata: “WHEW, che sollievo!”.
Di tutti tranne che la mia.
Ho avuto un’infezione, generata da non si sa cosa, che in pochissimi mesi ha devastato la mia povera tetta destra.
Tutti si comportano come se io avessi scampato un cancro.
Ma la realtà, dal mio punto di vista, è che non ho scampato proprio un bel niente, anzi: ho avuto un’infezione che mi ha provocato un ascesso.
E una tetta martoriata, diversa dall’altra e per di più ricucita a grandi punti.
La cicatrice se ne andrà? Non penso proprio. Si vedrà un po’ di meno? Speriamo. Ma non cambia molto.
Mentre tutti quelli che mi benvogliono (giustamente) tiravano sospiri di sollievo e si congratulavano, io mi guardavo allo specchio e vedevo una tetta deforme.

Ora, vi chiederete (o, almeno io, me lo son chiesta): da quando in qua te ne frega qualcosa di che aspetto abbiano le tue tette?
Tra l’altro sono anche minuscole, non è certo una parte del corpo su cui hai mai fatto molto affidamento, o men che meno mostrato in giro!
Quindi?
Quindi boh.
Quindi man mano che levavo le bende, poi i cerottoni, poi i punti e alla fine i cerottini, mi faceva sempre meno schifo guardare, ma mi intristiva sempre di più cosa vedevo.

E la gioia di non avere un cancro, in realtà non l’ho mai provata.
Forse perché, già dalla biopsia, ho cominciato a soffrire di un dolore cronico, quel dolore che se fosse comparso subito avrebbe fatto stare tutti più tranquilli (l’assenza di dolore è generalmente uno degli indizi più forti per l’individuazione di un tumore).
Ecco perchè mia madre e mia zia non mi hanno vista esultare col risultato pulito della biopsia.
Ed ecco perchè non ho esultato neanche al risultato dell’istologico finale: perché lo sapevo già.
Certo sarebbe stato stupido andare in giro a dire “No regà tranquilli che lo so già che non è un tumore”, son cose che non si fanno. Quantomeno per scaramanzia.
E quindi non l’ho fatto, ma la verità vera è che pochi giorni dopo la biopsia, avevo già smesso di pensare a chemioterapie e simili (roba che aveva abbondantemente occupato i miei pensieri per un paio di settimane), e ho comprato uno shampoo nuovo (altra cosa che non facevo, sempre per scaramanzia).
O forse l’ho fatto solo per “pensare positivo”, come mi diceva il mio vecchio doc tutti i giorni in cui mi vedeva… Non lo so, fatto sta che per me, il risultato finale di tutta questa storia, non è stato affatto positivo come tanti possono pensare.

Io non ho “evitato”, “sfangato”, “debellato” nessun cancro. Semplicemente, non ce l’avevo e non ce l’ho mai avuto.
Io mi sono presa un’infezione, dal nulla, che mi ha lasciato sfregiata, e in questo purtroppo non ho trovato nulla da festeggiare, anzi.
Mi ritrovo ancora con la paura che l’infezione non sia del tutto guarita e che prima o poi possa ripresentarsi.
Mi ritrovo con dei dolori lancinanti quando sta per piovere, e dopo un mese e mezzo dall’operazione, mi ritrovo ancora impaurita dal dormire a pancia in giù, il che per me è un dramma, perché non riesco a dormire in nessun’altra posizione che vi posa venire in mente.
No, manco de lato, nada.

Mi rendo conto di quanto il mio punto di vista sia inutilmente disfattista e difficilmente condivisibile: guardandomi dal di fuori, sembrano dei ragionamenti idioti anche a me.

Però comunque mi rode il culo, ecco.

Pensavo sinceramente che sarebbe stata una reazione passeggera, che col tempo il dolore fisico e il dispiacere che provo guardando la povera tetta destra sfregiata sarebbe diminuito.
Per ora non diminuisce, ma ci provo forte ancora un po’ e poi vi faccio sapere, eh?

L’innominabile.

22 agosto 2014

Nel primo capitolo di questa nuovissima e divertentissima saga vi avevo accennato ad un piccolo ed irrilevante problemino con cui sto avendo a che fare.

Ebbene, trattasi di un tumore.

Ormai sono quasi due mesi che vado in giro facendo analisi e visite, ma vi giuro, quanto vero che il mio gatto è un pezzodimmerda, che NESSUNO, nessun dottore, nessun chirurgo, nessun infermiere ha mai pronunciato la parola TUMORE. Tantomeno (NON SIA MAI!!!) la parola CANCRO!

Forse qualcuno, sporadicamente, può aver menzionato METASTASI o CARCINOMA, ma solo nel momento in cui i risultati dell’ago aspirato e della biopsia hanno detto che nella mia tetta non ce ne sono.

Io, invece, per allenarmi all’idea, ho cominciato ad utilizzarle quasi subito. Innanzitutto, ho dovuto scoprire da sola che tumore e cancro non sono assolutamente la stessa cosa. Mi chiedo come avrei fatto se non fossi vissuta nell’era di internet. Probabilmente mi sarei organizzata il funerale da sola subito.

La mia ignoranza è abbastanza strabiliante in questa materia, ma mi chiedo se la colpa sia interamente mia. In questi due mesi mi sono accorta che queste due paroline (a vostro beneficio, ve le ripeto: CANCRO e TUMORE) sono meno pronunciate di SESSO, o di una bestemmia qualsiasi.

E la verità vera è che inizialmente è stato difficile anche per me. E’ difficile mettere volontariamente a disagio le persone, perché è questo che succede: “gli altri” si sentono profondamente fuori posto, è come se si sentissero in colpa. Come se, dopo aver nominato le paroline diaboliche, stessero improvvisamente parlando con un condannato a morte che però non ha nessuna colpa.

Quindi, adesso, facciamo un po’ di chiarezza su questa simpatica storiella: un tumore sono dei tessuti, della ciccia, che crescono in un punto del corpo ma che ne sono estranei. Per esempio: nella mia tetta c’è della ciccia che ha una consistenza diversa da quella che c’è intorno, è tessuto più duro, come se fossero, che ne so, dei muscoli invece che morbida cicceria da tette.

Lo stesso può capitare in qualsiasi (e dico veramente QUALSIASI) parte del corpo. Un mio conoscente, ad esempio, ne ha uno nel cervello da quando è nato. Chiaro che lo tiene sotto controllo, ma se non te lo dice non lo potresti scoprire MAI.

E questa in realtà è l’unica cosa che ho chiara dei tumori. Poi so confusamente che possono essere benigni o maligni (nel qual caso diventano CANCRO, ma un carcinoma non è detto che sia per forza un tumore), e possono crescere nel tempo, anche molto rapidamente, e diventare un problema anche nel caso in cui siano benigni. Da quel poco che ho capito, un tumore benigno lasciato stare potrebbe anche diventare un carcinoma col passare del tempo. POTREBBE, credo.

Ovviamente non fidatevi troppo di quello che sto scrivendo: queste sono le informazioni che ho, e con cui convivo da appena un paio di mesi, e non voglio averne altre. Potrei reperire tonnellate di informazioni molto più accurate, leggere un testo scientifico, ma non lo faccio, perché non mi va.

Assodato che, per ora, la mia tetta non ospita e non produce metastasi, per me va bene così. Anche se permane sempre quella sensazione di “vergogna”. Da quando questa simpatica novità ha allietato la mia altrimenti noiosa vita, ho scoperto che decine di persone hanno avuto un cancro (o un tumore) e io, semplicemente, non lo sapevo. Non lo sapevo perché è una cosa che non si dice.

Effettivamente, pensandoci, è difficile infilarlo in un discorso qualsiasi.

– “Ehi ciao, come va?” – “Da paura grazie, lo sai che c’ho avuto un cancro due anni fa?”

Mi pare quantomeno sconveniente.

Inizialmente, quando ne parlavo in giro con conoscenti o amici, cercavo di parafrasare, ma è quasi impossibile. Anche perché, pensandoci bene, suona molto più spaventoso “Ho qualcosa che mi cresce nella tetta”, “Ho una massa di roba”, “Devo fare qualche controllo”, che “Ho un tumore, ma per ora pare non sia un cancro”. A me sembra molto più rassicurante.

E per ora spero di avervi rassicurato abbastanza, anche se, miei giuovini virgulti, ovviamente la storia non finisce qui (non c’ho mica un raffreddore)!

Ti devo dire una cosa.

19 agosto 2014

Uno dei primi pensieri su cui la mia mente ha cominciato a vagare è stato: e adesso come lo dico in giro?

Come lo dico a mia madre? A mia sorella? A mia nonna? Alle amiche? E al lavoro?
Come si agisce, come ci si comporta umanamente in queste situazioni?
Ho anche anche chiesto a Google, ma pare che non ci siano manuali operativi per gestire questo tipo di situazione.
Ho pensato, ecco, basta una telefonata? Sono cose che si dicono al telefono? Vabbè, comunque sono cazzi miei, alla fine se lo voglio fare con un piccione viaggiatore lo faccio con un piccione. Se non fosse che mi fanno un po’ schifo.
Poi mi sono immaginata a telefonare a mia madre.

– “Pronto, Madre?”
– “Ciao figlia, COME STAI?”
– “Eh, ti devo dire una cosa….”

Non si fa. Non si dice a una madre di una come me, 30 anni suonati, un preziosissimo lavoro a tempo indeterminato e un preziosissimo fidanzato speriamo a tempo indeterminato con cui convive da 2 anni, TI DEVO DIRE UNA COSA.
Come minimo, comincia a telefonare ai ristoranti per i matrimoni o a comprare pannolini.

E allora? Come glielo dico?
Nella mia mente, elaboravo piani geniali del tipo: ok, adesso faccio una voce triste, e poi aggiungo velocemente tidevodireunacosaBRUTTA, così, per non dare il tempo a nessuno di pensare che la notizia in questione possa essere in qualche modo positiva, per spegnere sul nascere qualsiasi speranza di matrimoni e gravidanze. Non mi viene in mente altro che possa essere anticipato da un TI DEVO DIRE UNA COSA.

Che poi, a ripensarci, a mia mamma non volevo neanche dirlo. Cioè, intendo dire non subito. Avrò resistito si e no 48 ore, da quando, uscita dalla doccia, mi sono accorta che la mia tetta aveva chiaramente qualcosa che non andava (si, ho scritto TETTA, non è un refuso. Potrei dire SENO ma oh, mica sono una giornalista. E poi la tetta è mia e la chiamo come mi pare).

Sono riuscita ad andare dal Doc tutta da sola, e la preoccupazione che non mi aveva fatto mangiare moltissimo nei due giorni precedenti si è solidificata quando ho visto la sua faccia cambiare, insieme al suo tono di voce. Una metamorfosi che ho imparato a riconoscere negli ultimi due mesi, e che ancora mi provoca un misto inestricabile di sollievo e di rabbia. Infermieri, caposale, tecnici, dottori, chirurghi che ti trattano con sufficienza e a malapena ti guardano in faccia, finché non la vedono o non leggono i referti. Da lì in poi è tutto un “CARA”, “TESORO”, profonde occhiate di compatimento, mani sulle spalle e sorrisetti rassicuranti, quelli che non sollevano neanche gli angoli degli occhi.
Il mio imperturbabile Doc si turba, comincia a fare delle telefonate per farmi fare un’ecografia. Alle 18. Cerca un tecnico che mi possa fare una ecografia. Stranamente non lo trova, allora mi infila per un appuntamento “di favore” alle 8 del mattino seguente.
Ed è qui che cedo. Vorrei andare da sola, vorrei non far preoccupare nessuno, prendere questo esame che dirà “NON E’ NIENTE” e poi telefonare a tutti dicendo “OH NON SAI CHE COLPO M’E’ PRESO, MA NON ERA NIENTE!”, ma chiamo mia madre, le dico con noncuranza che la mattina dopo devo fare sta stracazzo di ecografia ma che non c’è bisogno che vieni, non ti preoccupare Madre, ti faccio sapere subito dopo, dai.
In realtà non mi sarei mai aspettata di NON trovarla là.
E, infatti, c’era.
Che mi aspettava là davanti da chissà quanto tempo per essere sicura di non perdermi, non avrà dormito un granché la notte. Per fortuna che c’era, perché la seconda metamorfosi mi aspettava nelle vesti di un tecnico insonnolito e scocciato, che diventa gentile e professionale guardando le incomprensibili immagini del mio interno-tetta.

Bisogna controllare, subito, biopsia, ago aspirato, mammografia.
E adesso diventa tutto reale. Adesso è il momento di “TI DEVO DIRE UNA COSA… brutta”. Adesso comincia la giostrina di “non dirlo a nessuno, ok a quella puoi dirlo, si anche a questa, ma a Tizia lo hai detto?”, di gente che si fa sentire dopo anni di silenzio. Al loro “Ciao come va? E’ un po’ che non ci si sente!” rispondo seccamente “Chi te l’ha detto?”.

Ma succedono anche sdrammatizzazioni inaspettate, tipo questa conversazione, durante un aperitivo con le amiche indetto appositamente per sganciare la bomba:
– “E insomma…. VI DEVO DIRE UNA COSA BRUTTA”
– “Oddio sei incinta”
– “No… più brutta!”
– “… Sei incinta di 4 gemelli!”
– “… Se fosse possibile, più brutta….”

E poi magari vi racconterò qualcos’altro nei prossimi post, quindi per ora miei giuovini amichi, dormite sereni che sto un cremino come tutti gli altri giorni.

…no?

7 maggio 2013

Da quando è iniziata la crisi, tutto quello che ho continuato a ripetermi è stato RINGRAZIA!

RINGRAZIA che conoscevi un tizio che ti ha estirpato dalla specialistica che stavi facendo dalla città che adoravi e ti ha riportato a Roma per offrirti un lavoro praticamente in nero che è durato 6 mesi a causa della sua idiozia!

RINGRAZIA che hai passato 3 mesi facendo un corso da DBA con esami tutte le settimane da cui siete usciti in 2!

RINGRAZIA che hai passato SOLO 3 mesi facendo uno stage retribuito 300 euro al mese, per poi passare ad un contratto a progetto a 800 euro al mese ricoprendo un ruolo da esperto di PL/SQL!

RINGRAZIA per il successivo contratto a progetto da 850 euro al mese, registrato a nome di un’altra società (ma in realtà sempre per la stessa), cosa che ti ha fatto pagare una quantità di tasse spropositata presentando 2 CUD!

RINGRAZIA per il successivo contratto a progetto da quasi 1000 euro al mese registrato a nome…. Vedi sopra… ma RINGRAZIA!

E RINGRAZIA che quando te sei rotta er cazzo de fatte sfruttà, hai VINTO un altro contratto a PROGETTO che ti ha fruttato 1300 euro al mese… per i primi 2 mesi, e nel resto dell’anno ti ha fruttato dai 1000 ai 1100 euro a causa di tasse e controtasse (per me ancora incomprensibili), sempre legate ai doppi CUD, che pare che se c’hai 2 CUD hai avuto un DOPPIO LAVORO per tutto l’anno! Ma RINGRAZIA, no???

Ah e RINGRAZIA di tutti questi contratti a progetto FALSI che hai vinto finora, FALSI perché quando consegni un orario e i piani ferie e devi assicurare una presenza di 8 ore al giorno… mbè NON è un progetto, signori miei.

E adesso RINGRAZIA che sono più di  5 anni che ormai sei un consulente informatico e che hai STRAPPATO un contratto INDETERMINATO, merce RARA attenzione attenzione! Con cui ti porti a casa la BELLEZZA di NEANCHE 1200 euro al mese!

Mica mi sto lamentando… sto RINGRAZIANDO!

D’altronde, a 30 anni con 5 anni e passa di esperienza, mica pretendevi di arrivare a qualcosa di meglio, no?

Perchè io ti vogliobbene come se fossi normale.

24 giugno 2011

Ve l’avevo promesso, ed eccolo qua!
Un bel post riepilogativo in cui ho raccolto tutti i link agli articoli in cui si sbizzarrisce smanioso il mio primo troll, che si è affacciato su questo povero sfigato blogghino il 17 giugno e da allora mi fa più compagnia di Campo Minato, tutti i giorni, a volte in orari notturni improbabili (questo è amore).

E anche se so perfettamente che non dovrei dargli da mangiare, come si fa a resistere?
Tanto lo so che vi ci siete già affezionati pure voi!
Lo vedo, che cercate di attaccare bottone e di farvi insultare, ma non ci riuscirete, perché lui è TUTTO MIO! (Dijelo, Euggè, che numme tradisci coll’artri!)

Io non ci riesco ad ignorarlo. Ormai lo adoro! Ed ecco perché gli voglio dedicare un post tutto suo, direi che se lo è ampiamente guadagnato dopo una faticosa settimana di replyreplyreply.

(Ve li ho messi anche in ordine cronologico, del primo commento che ha lasciato in ogni post, così potete cercare di studiare l’evoluzione del personaggio)

1 – Rassegna stampa
2 – Proprio mentre pensi che di lunedì non succede MAI niente di bello (il nuovo cd dei Radiohead)
3 – Non vi invidio per niente (riflessioni artistiche)
4 – Sarà una lunga settimana di Verdena.
5 – Tommaso Debenedetti: Libero di scrivere cazzate.
6 – E andiamo a vedere… (Le Luci Della Centrale Elettrica @ New Age, Treviso 21/01/11)
7 – Tendini&Vene: Showcase Acustico – Verdena Live @ Fnac, Porte di Roma, 25/01/2011.
8 – Oh God, they’re Back! (Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna 26/01/2011)
9 – Giuovin Donzelle in crisi.
10 – Bud Spencer Blues Explosion + Low Frequency Club @ Circolo Degli Artisti, Roma (19/05/2011)
11 – Storie di donzelle, cavalieri e ruote a terra.
12 – Il Roxy Girls Surf Festival 2011: e voi, addò pensate de scappà?

Io mi permetto di segnalarvi l’estremo LOL dei complimenti fatti alle recensioni di DeniZ (meritatissimi, tra l’altro) ai punti 6 ed 8, e sicuramente non vorrete perdere il picco assoluto della trollità al post contrassegnato col numero 9.

Enojy!

[Silently]

Incoraggiamenti.

25 maggio 2011

Silently: “Madre, ho incontrato l’uomo della mia vita sull’autobus.”
Madre: “Un altro?”
Silently: “No è sempre lo stesso di tutte le mattine.”
Madre: “Ci hai parlato?”
Silently: “No ancora no.”
Madre: “Allora lascia perde, tanto è fidanzato.”

[Silently]

Si, comunque ciao lo stesso.

3 maggio 2011

La vostra Giuovin Donzella preferita alla FNAC, stazionata davanti ad un deserto banco ‘Ritiro Ordini’.

GiuovinDonzella: “Ciao!”
Commesso Con Maglietta FNAC Che Si avvicina Al Banco: “Non mi occupo io di questa sezione.”

[Silently]

Giuovin Donzelle in crisi.

8 aprile 2011

Qualche settimana fa è successo qualcosa ad un distributore di benzina di Viale Marconi.
Risultato: metropolitane incasinate per due giorni.
La vostra ignara & disinformata Giuovin Donzella, come ogni mattina, si apprestava a tentare di raggiungere il proprio ufficio quando, improvvisamente, viene privata della possibilità di accedere alla Metro B, alla stazione di Magliana.
Viene gentilmente invitata ad uscire fuori dalla stazione e a prendere una delle ‘navette sostitutive’ predisposte all’uopo.

Ecco la situazione nel piazzale della stazione Magliana alle 8.00 di mattina:

A questo punto la vostra Giuovin Donzella, esterrefatta ed incredula, in disparte consulta Gugol Maps, Atac.it e quant’altro per ricercare percorsi alternativi, assistendo abbastanza divertita alle faide in atto nel piazzale, finalizzate all’ingresso nelle ‘navette sostitutive’, nonché ai litigi e agli insulti diretti ai vigili e ai poliziotti presenti in stazione a fare non si sa bene cosa.
Mentre si appresta a queste operazioni lontana dalla folla, una delle suddette ‘navette sostitutive’, completamente vuota, si ferma esattamente di fronte a lei.
Consideratolo un segno divino, la vostra Giuovin Donzella vi sale.
Purtroppo anche altre 568 persone vedono la navetta semivuota e accorrono in massa istantaneamente, sbucati come dal nulla, trasformandola istantaneamente da ‘autobus’ a ‘carro bestiame’.
Evvabbè.
Tanto si tratta del tragitto Magliana-Piramide, quanto ci potrà volere?

50 minuti.

50 minuti spiaccicata tra quelle che sembravano centinaia e centinaia di corpi umani che ti respirano addosso e sembra sempre che ti stanno toccacciando dappertutto (lo SO che non è vero) che ti respirano addosso che ti guardano dentro alle orecchie che ti annusano che ti appoggiano addosso pezzi dei loro disgustosi corpi.
Risultato? Crisi isterica.
La vostra Giuovin Donzella ad un certo punto comincia a piangere.
Pensavate che avrei sfoderato un machete e ucciso tutti, conducente compreso?
E invece no, ho alzato la testa al tettuccio dell’autobus e ho cominciato a tirare su col naso e poi degli enormi goccioloni hanno cominciato a cadere (sui cappotti degli altri, presumo) da dietro agli occhiali da sole.
Non potevo neanche tirare fuori un fazzoletto, asciugarle prima che cadessero, niente di niente.
Ferma lì, con addosso duemila persone, lacrimoni e difficoltà respiratorie e neanche una mano libera per cambiare canzone.

Comunque volevo ringraziare tutte le 568 persone presenti sull’autobus per non avermi minimamente calcolato nella mia crisi isterica.
No davvero, a parte la polemica sterile sull’indifferenza generale, grazie per esservi fatti i cazzi vostri.
Sarebbe stato terribilmente imbarazzante.

 

[Silently]

Giuovin Donzelle al casinò.

29 marzo 2011

Avevo già speso due parole sul Portogallo, qui.

Mentre stazionavamo nell’amena e ridente cittadina di Estoril al nord di Lisbona, alle vostre Giuovin Donzelle sovvenne la brillantissima idea di ‘visitare’ l’enorme casinò della città.
Cerco di rendere l’idea: 4 sgallettate, bionde (per il colore medio del pelo portoghese, biondissime), vestite come delle senzatetto e con l’attitudine di liceali (poco) cresciute.
Gente che bazzica nel casinò: portoghesi e qualche cinese completamente abbrutiti dal gioco, incantati davanti alle slot machine, con appese alle labbra tumefatte sigarette dalla cenere chilometrica tenuta insieme con qualche strano rito voodoo.

Le 4 Giuovin Donzelle si appropinquano, dopo eterne peregrinazioni nelle sale impestate di fumo, ai tavoli della roulette, tanto agognati da V.
Scelto un tavolo, (e schiamazzando come liceali, ricordiamolo), esse decidono di acquistare delle fiches da 5 euro.

4 fiches, una a testa.

Appena ricevuta la sua fiche in mano, G. la fa svolazzare nell’aere, ed esclamando ’33!’ la posa con un voluttuoso gesto perculatorio e strafottente sul tappeto verde.
La povera e solitaria fiche violetta si perde nei meandri delle cinquantadue fiches arancioni di un cinese, le quarantacinque blu di un brutto ceffo presumibilmente portoghese e le altre timide fiches colorate altrui.
Ridendo come delle oche giulive, le 4 bionde a malapena guardano la roulette che gira.
La vostra Giuovin Donzella preferita (io), mentre ciò che state pregustando accade, sta guardando la faccia di V. che, sempre ridacchiando e cazzeggiando, occhieggia la roulette.
Quando V. smette di ridere e sgrana gli occhi, la vostra Giuovin Donzella preferita esclama, testualmente:

“Maccheccazzostaiaddì”.

E invece, nonostante l’incredulità della Vostra Preferita, causando il gelo immediato e totale in tutti gli astanti, la pallina si ferma proprio sul 33 di G.
Mentre il croupier invita un’altra trentina di fiches a far compagnia alla nostra solitaria Violetta, noi stiamo ancora imitando i pesci dell’Oceanario di Lisbona, mentre tutti gli altri ci riservano occhiate di disprezzo e d’invidia.
Tranne il croupier.
Lui si stava chiaramente schiantando dal ridere sotto ai baffoni virtuali.

[Silently]

I miei pornolibri.

10 marzo 2011