La fine della saga?

20 ottobre 2014 by

Ho voluto far passare un po’ di tempo prima di annunciare al mondo (che non aspettava altro che sapere COME STO, sicuramente) che NON ho un cancro.

E, a quanto pare, neanche un tumore.
(Qui potete trovare il Cap. 1 e qui il Cap. 2 di questa divertentissima storia!)

Ma come è potuto accadere che uno stuolo di dottori mi abbiano fatto temere il peggio, per mesi, tutti allo stesso modo e con la stessa convinzione?
E’ andata così: mi hanno operata, e dopo un paio (forse 3) di settimanelle di spasmodica attesa del risultato istologico, il chirurgo ha chiamato mia madre (MIA MADRE, Cristo, ma perché? Mica ho 14 anni!) per dirle che si trattava di “un semplice ascesso”.
Un ASCESSO? Ma non è quella roba che viene ai denti???? Come cazzo è possibile un ASCESSO in una TETTA?
Ecco, questa è più o meno la spiegazione che mi do, quando penso a come sia possibile che una ventina tra infermieri, dottori e tecnici di laboratorio mi abbiano fatto prendere ‘sto coccolone senza pari.

Quindi, tutto a posto?
Diciamo che la reazione primaria di tutti è stata: “WHEW, che sollievo!”.
Di tutti tranne che la mia.
Ho avuto un’infezione, generata da non si sa cosa, che in pochissimi mesi ha devastato la mia povera tetta destra.
Tutti si comportano come se io avessi scampato un cancro.
Ma la realtà, dal mio punto di vista, è che non ho scampato proprio un bel niente, anzi: ho avuto un’infezione che mi ha provocato un ascesso.
E una tetta martoriata, diversa dall’altra e per di più ricucita a grandi punti.
La cicatrice se ne andrà? Non penso proprio. Si vedrà un po’ di meno? Speriamo. Ma non cambia molto.
Mentre tutti quelli che mi benvogliono (giustamente) tiravano sospiri di sollievo e si congratulavano, io mi guardavo allo specchio e vedevo una tetta deforme.

Ora, vi chiederete (o, almeno io, me lo son chiesta): da quando in qua te ne frega qualcosa di che aspetto abbiano le tue tette?
Tra l’altro sono anche minuscole, non è certo una parte del corpo su cui hai mai fatto molto affidamento, o men che meno mostrato in giro!
Quindi?
Quindi boh.
Quindi man mano che levavo le bende, poi i cerottoni, poi i punti e alla fine i cerottini, mi faceva sempre meno schifo guardare, ma mi intristiva sempre di più cosa vedevo.

E la gioia di non avere un cancro, in realtà non l’ho mai provata.
Forse perché, già dalla biopsia, ho cominciato a soffrire di un dolore cronico, quel dolore che se fosse comparso subito avrebbe fatto stare tutti più tranquilli (l’assenza di dolore è generalmente uno degli indizi più forti per l’individuazione di un tumore).
Ecco perchè mia madre e mia zia non mi hanno vista esultare col risultato pulito della biopsia.
Ed ecco perchè non ho esultato neanche al risultato dell’istologico finale: perché lo sapevo già.
Certo sarebbe stato stupido andare in giro a dire “No regà tranquilli che lo so già che non è un tumore”, son cose che non si fanno. Quantomeno per scaramanzia.
E quindi non l’ho fatto, ma la verità vera è che pochi giorni dopo la biopsia, avevo già smesso di pensare a chemioterapie e simili (roba che aveva abbondantemente occupato i miei pensieri per un paio di settimane), e ho comprato uno shampoo nuovo (altra cosa che non facevo, sempre per scaramanzia).
O forse l’ho fatto solo per “pensare positivo”, come mi diceva il mio vecchio doc tutti i giorni in cui mi vedeva… Non lo so, fatto sta che per me, il risultato finale di tutta questa storia, non è stato affatto positivo come tanti possono pensare.

Io non ho “evitato”, “sfangato”, “debellato” nessun cancro. Semplicemente, non ce l’avevo e non ce l’ho mai avuto.
Io mi sono presa un’infezione, dal nulla, che mi ha lasciato sfregiata, e in questo purtroppo non ho trovato nulla da festeggiare, anzi.
Mi ritrovo ancora con la paura che l’infezione non sia del tutto guarita e che prima o poi possa ripresentarsi.
Mi ritrovo con dei dolori lancinanti quando sta per piovere, e dopo un mese e mezzo dall’operazione, mi ritrovo ancora impaurita dal dormire a pancia in giù, il che per me è un dramma, perché non riesco a dormire in nessun’altra posizione che vi posa venire in mente.
No, manco de lato, nada.

Mi rendo conto di quanto il mio punto di vista sia inutilmente disfattista e difficilmente condivisibile: guardandomi dal di fuori, sembrano dei ragionamenti idioti anche a me.

Però comunque mi rode il culo, ecco.

Pensavo sinceramente che sarebbe stata una reazione passeggera, che col tempo il dolore fisico e il dispiacere che provo guardando la povera tetta destra sfregiata sarebbe diminuito.
Per ora non diminuisce, ma ci provo forte ancora un po’ e poi vi faccio sapere, eh?

Monday Song n° 55

1 settembre 2014 by

La vita perfetta di William Sidis – Morten Brask

27 agosto 2014 by
La vita perfetta di William Sidis

La vita perfetta di William Sidis

 

 

Bello. Finalmente, dopo mesi, un bel libro, di quelli che ti danno gusto a leggerlo, che ti fanno perdere le fermate della metropolitana.

Uno di quei libri che te la fanno prendere a male, una pagina dopo l’altra, e che ti fanno avere compassione del protagonista, soprattutto sapendo che si tratta di un personaggio realmente esistito.
William Sidis è stato un genio, un bambino prodigio, particolarmente dotato per le lingue e per la matematica, nato a New York agli inizi del XX° secolo, figlio di immigrati ucraini sfuggiti alle persecuzioni civili e politiche del loro paese.
William è un bambino che ha bisogno di un affetto che i genitori non possono o non riescono a dargli. Abbraccia prestissimo l’ideologia filo-sovietica, e si ritrova imprigionato dai suoi stessi genitori, da cui scapperà presto e con cui taglierà tutti i rapporti, a causa di una manifestazione finita male con il suo arresto.

E’ stato il più giovane iscritto ad Harvard di tutti i tempi, e blablablabla… ma qual è davvero la parte bella ed interessante della vita del genio col più alto QI mai misurato nella storia?
Il disagio.

E’ difficile non fare un paragone con il bambino genio (stavolta puramente letterario) Gould, protagonista di City: anche se non sopporto più leggere Baricco, ha avuto una parte molto importante nella mia vita da adolescente, ed in particolare questo libro, che è stato sempre uno dei miei preferiti.
L’unica differenza è che Gould, essendo un personaggio inventato, alla fine riuscirà a gestire il disagio che gli viene dalla sua genialità, grazie ad una tata molto speciale, ad un allenatore di calcio, ad un professore e ai suoi due amici immaginari, mentre William Sidis, essendo un personaggio reale, non avrà altrettanta fortuna.

All’opposto del genio Gould, viene in mente anche Seymour Glass, primo protagonista della straordinaria famiglia Glass creata nientepopodimenoche dal mio amatissimo J.D. Salinger. Seyomur è il primo di 7 fratelli, tutti caratterizzati da una genialità che, apparentemente, viene gestita bene sia dai genitori che dai ragazzi stessi. Il racconto dedicato a Seymour, “Un giorno ideale per i Pescibanana”, è uno dei più commoventi mai scritti nella storia della letteratura americana. Si, lo so che non ho letto tutti i racconti della letteratura americana esistenti… Ma sto divagando, e soprattutto non voglio spoilerare un racconto così bello, quindi tornerò al libro in questione.

Il disagio sociale che seguirà per tutta la vita William Sidis, lo condurrà ad abbandonare l’insegnamento della matematica per dedicarsi alla stesura di opere di psicologia, cosmologia, storia, e, curiosamente, di tram.
Non capisco bene quale fosse il suo livello di socialità, sicuramente non è mai stato sposato, anche se ha avuto una lunga relazione affettuosa con una donna, Martha, a cui resterà idealmente legato per tutta la vita. Aveva degli amici, anche se mi sembra di capire che morì in solitudine.

Il libro è scritto con lo stile asciutto tipico degli scrittori nordici che io apprezzo tantissimo, anche se la struttura a balzi temporali (un capitolo sull’infanzia, uno sull’adolescenza, una sull’età adulta e poi via da capo) a volte può risultare un po’ faticosa e sembrare fine a se stessa. La scelta di uno stile letterario semplice e lineare, senza tanti fronzoli letterari pretestuosi, è invece perfetto per esaltare la storia, già straordinaria di suo.

L’innominabile.

22 agosto 2014 by

Nel primo capitolo di questa nuovissima e divertentissima saga vi avevo accennato ad un piccolo ed irrilevante problemino con cui sto avendo a che fare.

Ebbene, trattasi di un tumore.

Ormai sono quasi due mesi che vado in giro facendo analisi e visite, ma vi giuro, quanto vero che il mio gatto è un pezzodimmerda, che NESSUNO, nessun dottore, nessun chirurgo, nessun infermiere ha mai pronunciato la parola TUMORE. Tantomeno (NON SIA MAI!!!) la parola CANCRO!

Forse qualcuno, sporadicamente, può aver menzionato METASTASI o CARCINOMA, ma solo nel momento in cui i risultati dell’ago aspirato e della biopsia hanno detto che nella mia tetta non ce ne sono.

Io, invece, per allenarmi all’idea, ho cominciato ad utilizzarle quasi subito. Innanzitutto, ho dovuto scoprire da sola che tumore e cancro non sono assolutamente la stessa cosa. Mi chiedo come avrei fatto se non fossi vissuta nell’era di internet. Probabilmente mi sarei organizzata il funerale da sola subito.

La mia ignoranza è abbastanza strabiliante in questa materia, ma mi chiedo se la colpa sia interamente mia. In questi due mesi mi sono accorta che queste due paroline (a vostro beneficio, ve le ripeto: CANCRO e TUMORE) sono meno pronunciate di SESSO, o di una bestemmia qualsiasi.

E la verità vera è che inizialmente è stato difficile anche per me. E’ difficile mettere volontariamente a disagio le persone, perché è questo che succede: “gli altri” si sentono profondamente fuori posto, è come se si sentissero in colpa. Come se, dopo aver nominato le paroline diaboliche, stessero improvvisamente parlando con un condannato a morte che però non ha nessuna colpa.

Quindi, adesso, facciamo un po’ di chiarezza su questa simpatica storiella: un tumore sono dei tessuti, della ciccia, che crescono in un punto del corpo ma che ne sono estranei. Per esempio: nella mia tetta c’è della ciccia che ha una consistenza diversa da quella che c’è intorno, è tessuto più duro, come se fossero, che ne so, dei muscoli invece che morbida cicceria da tette.

Lo stesso può capitare in qualsiasi (e dico veramente QUALSIASI) parte del corpo. Un mio conoscente, ad esempio, ne ha uno nel cervello da quando è nato. Chiaro che lo tiene sotto controllo, ma se non te lo dice non lo potresti scoprire MAI.

E questa in realtà è l’unica cosa che ho chiara dei tumori. Poi so confusamente che possono essere benigni o maligni (nel qual caso diventano CANCRO, ma un carcinoma non è detto che sia per forza un tumore), e possono crescere nel tempo, anche molto rapidamente, e diventare un problema anche nel caso in cui siano benigni. Da quel poco che ho capito, un tumore benigno lasciato stare potrebbe anche diventare un carcinoma col passare del tempo. POTREBBE, credo.

Ovviamente non fidatevi troppo di quello che sto scrivendo: queste sono le informazioni che ho, e con cui convivo da appena un paio di mesi, e non voglio averne altre. Potrei reperire tonnellate di informazioni molto più accurate, leggere un testo scientifico, ma non lo faccio, perché non mi va.

Assodato che, per ora, la mia tetta non ospita e non produce metastasi, per me va bene così. Anche se permane sempre quella sensazione di “vergogna”. Da quando questa simpatica novità ha allietato la mia altrimenti noiosa vita, ho scoperto che decine di persone hanno avuto un cancro (o un tumore) e io, semplicemente, non lo sapevo. Non lo sapevo perché è una cosa che non si dice.

Effettivamente, pensandoci, è difficile infilarlo in un discorso qualsiasi.

– “Ehi ciao, come va?” – “Da paura grazie, lo sai che c’ho avuto un cancro due anni fa?”

Mi pare quantomeno sconveniente.

Inizialmente, quando ne parlavo in giro con conoscenti o amici, cercavo di parafrasare, ma è quasi impossibile. Anche perché, pensandoci bene, suona molto più spaventoso “Ho qualcosa che mi cresce nella tetta”, “Ho una massa di roba”, “Devo fare qualche controllo”, che “Ho un tumore, ma per ora pare non sia un cancro”. A me sembra molto più rassicurante.

E per ora spero di avervi rassicurato abbastanza, anche se, miei giuovini virgulti, ovviamente la storia non finisce qui (non c’ho mica un raffreddore)!

Ti devo dire una cosa.

19 agosto 2014 by

Uno dei primi pensieri su cui la mia mente ha cominciato a vagare è stato: e adesso come lo dico in giro?

Come lo dico a mia madre? A mia sorella? A mia nonna? Alle amiche? E al lavoro?
Come si agisce, come ci si comporta umanamente in queste situazioni?
Ho anche anche chiesto a Google, ma pare che non ci siano manuali operativi per gestire questo tipo di situazione.
Ho pensato, ecco, basta una telefonata? Sono cose che si dicono al telefono? Vabbè, comunque sono cazzi miei, alla fine se lo voglio fare con un piccione viaggiatore lo faccio con un piccione. Se non fosse che mi fanno un po’ schifo.
Poi mi sono immaginata a telefonare a mia madre.

– “Pronto, Madre?”
– “Ciao figlia, COME STAI?”
– “Eh, ti devo dire una cosa….”

Non si fa. Non si dice a una madre di una come me, 30 anni suonati, un preziosissimo lavoro a tempo indeterminato e un preziosissimo fidanzato speriamo a tempo indeterminato con cui convive da 2 anni, TI DEVO DIRE UNA COSA.
Come minimo, comincia a telefonare ai ristoranti per i matrimoni o a comprare pannolini.

E allora? Come glielo dico?
Nella mia mente, elaboravo piani geniali del tipo: ok, adesso faccio una voce triste, e poi aggiungo velocemente tidevodireunacosaBRUTTA, così, per non dare il tempo a nessuno di pensare che la notizia in questione possa essere in qualche modo positiva, per spegnere sul nascere qualsiasi speranza di matrimoni e gravidanze. Non mi viene in mente altro che possa essere anticipato da un TI DEVO DIRE UNA COSA.

Che poi, a ripensarci, a mia mamma non volevo neanche dirlo. Cioè, intendo dire non subito. Avrò resistito si e no 48 ore, da quando, uscita dalla doccia, mi sono accorta che la mia tetta aveva chiaramente qualcosa che non andava (si, ho scritto TETTA, non è un refuso. Potrei dire SENO ma oh, mica sono una giornalista. E poi la tetta è mia e la chiamo come mi pare).

Sono riuscita ad andare dal Doc tutta da sola, e la preoccupazione che non mi aveva fatto mangiare moltissimo nei due giorni precedenti si è solidificata quando ho visto la sua faccia cambiare, insieme al suo tono di voce. Una metamorfosi che ho imparato a riconoscere negli ultimi due mesi, e che ancora mi provoca un misto inestricabile di sollievo e di rabbia. Infermieri, caposale, tecnici, dottori, chirurghi che ti trattano con sufficienza e a malapena ti guardano in faccia, finché non la vedono o non leggono i referti. Da lì in poi è tutto un “CARA”, “TESORO”, profonde occhiate di compatimento, mani sulle spalle e sorrisetti rassicuranti, quelli che non sollevano neanche gli angoli degli occhi.
Il mio imperturbabile Doc si turba, comincia a fare delle telefonate per farmi fare un’ecografia. Alle 18. Cerca un tecnico che mi possa fare una ecografia. Stranamente non lo trova, allora mi infila per un appuntamento “di favore” alle 8 del mattino seguente.
Ed è qui che cedo. Vorrei andare da sola, vorrei non far preoccupare nessuno, prendere questo esame che dirà “NON E’ NIENTE” e poi telefonare a tutti dicendo “OH NON SAI CHE COLPO M’E’ PRESO, MA NON ERA NIENTE!”, ma chiamo mia madre, le dico con noncuranza che la mattina dopo devo fare sta stracazzo di ecografia ma che non c’è bisogno che vieni, non ti preoccupare Madre, ti faccio sapere subito dopo, dai.
In realtà non mi sarei mai aspettata di NON trovarla là.
E, infatti, c’era.
Che mi aspettava là davanti da chissà quanto tempo per essere sicura di non perdermi, non avrà dormito un granché la notte. Per fortuna che c’era, perché la seconda metamorfosi mi aspettava nelle vesti di un tecnico insonnolito e scocciato, che diventa gentile e professionale guardando le incomprensibili immagini del mio interno-tetta.

Bisogna controllare, subito, biopsia, ago aspirato, mammografia.
E adesso diventa tutto reale. Adesso è il momento di “TI DEVO DIRE UNA COSA… brutta”. Adesso comincia la giostrina di “non dirlo a nessuno, ok a quella puoi dirlo, si anche a questa, ma a Tizia lo hai detto?”, di gente che si fa sentire dopo anni di silenzio. Al loro “Ciao come va? E’ un po’ che non ci si sente!” rispondo seccamente “Chi te l’ha detto?”.

Ma succedono anche sdrammatizzazioni inaspettate, tipo questa conversazione, durante un aperitivo con le amiche indetto appositamente per sganciare la bomba:
– “E insomma…. VI DEVO DIRE UNA COSA BRUTTA”
– “Oddio sei incinta”
– “No… più brutta!”
– “… Sei incinta di 4 gemelli!”
– “… Se fosse possibile, più brutta….”

E poi magari vi racconterò qualcos’altro nei prossimi post, quindi per ora miei giuovini amichi, dormite sereni che sto un cremino come tutti gli altri giorni.

Malesia, un po’ di pratica – Parte II

30 gennaio 2014 by

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Ed eccoci alla seconda parte della nostra guida pratica alla Malesia, ai suoi abitanti, alle tradizioni, insomma alle couse.

Alberghi

In generale, dormire in Malesia può rivelarsi un’avventura molto economica. Ma, in generale, un’avventura. Gli standard di pulizia di ostelli e alberghi di fascia economica sono molto scarsi, al pari dei servizi offerti. In compenso, di solito il personale è molto cordiale e di grande aiuto se non si sente criticato.

Evitate come la peste la Guesthouse Lavender, a Melaka, e il ML Inn a Kuala Lumpur. Quest’ultimo, pieno di scarafaggi anche al 3° piano, ed entrambi con bagni scandalosi. Impraticabili, veramente.

Carini i bungalow del The Cabin, a Langkawi, a due passi dalla spiaggia, anche se non proprio economicissimo rispetto alla Malesia in generale; ma era altissima stagione e Langkawi è un po’ la Rimini de noantri (molto più bella, comunque). Per la media degli alberghetti che ho visto, la stanza era un po’ più grande, e veniva pulita tutti i giorni. Simpatica la verandina sul davanti per rilassarsi un po’, anche se le sedioline in ferro battuto non sono proprio il massimo della comodità.

Particolare anche il Muntri House, a Georgetown (Pulau Penang), costruito dentro un’antica residenza Peranakan (i Cinesi dello Stretto). Certo la struttura non è nuova e le camere lasciano parecchio a desiderare, ma il personale è disponibile, le aree comuni molto carine e i bagni ai piani mediamente puliti.

Accettabile anche il China Town Inn, al centro del mercato cinese di Kuala Lumpur, in Jalan Petaling. Difficile accedervi con le valige se arrivate di pomeriggio perché la strada è talmente piena di bancarelle che a stento vedrete i numeri civici, ma hanno bagni decenti in stanza e prezzi più che abbordabili. Si può fumare in reception, ma non ci sono finestre nella maggior parte delle stanze.

Purtroppo non so dirvi nulla di alberghi di media e alta categoria, ho scelto solo catapecchie supereconomiche.

Persone&Lingue

Parlare della “GGENTE” come entità unica è sempre un po’ un rischio, va a finire che stereotipizzi tutti e non dici niente di concreto. Il che, OVVIAMENTE, non mi impedirà in alcun modo di farlo lo stesso.

Dicevo: stereotipizzare blabla la GGENTE MALESE blablah… oltretutto, in Malesia non c’è neanche una popolazione definita e riconoscibile, come uno potrebbe dire: “gli americani” o “i francesi”.

La popolazione malese è costituita grossomodo, oltre che dai malesi originari, da un buon numero di cinesi, anche detti “cinesi dello stretto” (Peranakan), arrivati in Malesia verso la fine del 15esimo secolo, e dagli indiani. Ormai, anche queste popolazioni sono malesi da secoli, ma la cosa bella è che non hanno mai dovuto rinunciare alle loro tradizioni, alle loro lingue e alle loro religioni: è per questo che potete trovare a braccetto un tempio hindù e uno taoista, e non di rado qualcuno che passa a pregare in uno e poi, per non sbagliare, porta dei fiori o accende un incenso anche nell’altro.

Sinceramente non conosco la storia della Malesia, suppongo che vi siano stati (o vi siano ancora) scontri di matrice etnica, ma girando per le strade mi sembra proprio che ognuno si faccia i fatti suoi. Sembra che ogni etnia abbia una sua propria comunità molto ben definita, ma al tempo stesso perfettamente integrata con le culture adiacenti. E’ molto bello da vedere.

Circa metà della popolazione è di religione islamica, ma non ci sono divieti e non ho avuto mai la sensazione di essere “giudicata” per un pantaloncino o una canottiera. Più della metà delle donne porta i capelli coperti, ma in generale non ho percepito quell’aria di disuguaglianza che ci si potrebbe aspettare in un paese a prevalenza islamica, anzi: molti “manager”, che fossero di bancarelle, di alberghi o di negozi alla moda, erano donne col velo.

In generale, i malesi mi sono sembrate persone molto timide. A volte, avvicinandomi per chiedere informazioni, ho avuto l’impressione che avrei ricevuto una risposta brusca: invece pare che un sorriso li “rassicuri” immediatamente, diventano subito molto disponibili e veramente molto gentili.

Inoltre, mi pare di aver capito che i cinesi abbiano un sottile ed innato senso dell’umorismo: sono sicura di aver sentito un sacerdote fare delle battute mentre celebrava un matrimonio in un tempio cinese (non perché ho improvvisamente e miracolosamente imparato il cinese, ma perché gli astanti ridacchiavano insieme a lui).

Fatto invece sgradevole che ci è successo svariate volte, è di vederci piombare degli uomini a saltare completamente le file, per i controlli all’aeroporto, alle casse, a prendere i biglietti della metro etc. E’ molto seccante, e non sono vaghi come possiamo essere noi occidentali cafoni: semplicemente arrivano e fanno quello che devono fare, punto. Inutile dire che oltre a fare delle facce scazzate e lamentarci a voce alta in italiano per non farci capire, non abbiamo fatto un granché per farci rispettare. Siamo pur sempre a casa altrui, perché rischiare?

Un’altra cosa che mi ha parecchio colpito è quanto presto lavorano i ragazzini. Non nei negozi, nei centri commerciali o nei ristoranti, ma nei banchetti di strada o nelle bancarelle ci sono tantissimi ragazzi (12,13 anni) che già lavorano mentre i grandi li guardano e li istruiscono (o comandano… non saprei dire).

Come vi ben dicevo poche righe fa, il mix di culture ed etnie fa sì che l’inglese sia parlato praticamente da tutti e praticamente ovunque.

L’inglese… inglese SECONDO LORO! Parlandolo tutti i giorni da decenni, suppongo che abbiano sviluppato una sorta di dialetto che non è facilmente comprensibile come INGLESE. Diciamo che ci vuole MOLTA fantasia, a volte.

Tra l’altro, loro capivano molto meglio me, che parlo un inglese mediamente corretto ma con una pronuncia ridicola, che la mia amica che ha studiato e vissuto in America. Per dire di che tipo di “inglese” stiamo parlando.

Amichi cari, quando e se troverò del tempo prima che il pesce rosso nel mio cervello si dimentichi tutto, mi piacerebbe molto anche raccontarvi qualcosa più in dettaglio delle città e dei luoghi che ho visitato. Ce la posso fare?

Incrociamo i ditini.

P.S. Siccome oltre ad essere un’ottima scrittrice, un’attenta critica ed una raffinata cultrice musicale faccio PURE le fotine (oh ma che volete de più? Che ve devo venì a spiccià casa?), potete trovare qualche contributo fotografico qui su flickr. Non mi ringraziate, è un piacere.

Malesia – un po’ di pratica, Parte I

26 gennaio 2014 by

KL - Contrasti

Perché Malesia? Perché non Messico, Thailandia, Australia? Andare al caldo vabbè, ma novembre-febbraio è anche stagione delle piogge in Malesia, vuol dire beccarsi un bello sgrullone al giorno, come minimo, e poco sole. E tanto tanto caldo. Il caldo quello appiccicoso che non ti fa respirare mai bene, che ti incolla i vestiti addosso col sudore.

E allora? Perché Malesia?

Ma per l’unico e solo motivo che spinge sempre e costantemente ogni nostra piccola decisione, il motore vero ed unico della nostra vita: i soldi. Perché il volo costava praticamente la metà di qualsiasi altra meta; ma d’altronde lo sapevamo, le due settimane a cavallo tra Natale e l’Epifania non potevano certo essere economiche, in nessun paese e in nessun caso, ma con un po’ di adattamento ad orari e voli, siamo riuscite a spendere sotto ai mille euri a/r. Non male, per essere le vacanze di Natale!
E l’itinerario? Mbè per questo periodo dell’anno non è stato difficilissimo scegliere, visto che sulla parte isolana e sulla costa peninsulare orientale avrebbe piovuto costantemente per tutto il tempo. Allora scegliamo la parte occidentale. Ora, incastrare le tappe, i viaggi e i voli interni e decidere quanti giorni dedicare a cosa è stata la parte davvero difficile, e infatti qui abbiamo fatto forse un paio di errori di valutazione, ma considerando come stavamo scegliendo, non potevamo fare di molto meglio.

Il viaggio comincia da Fiumicino, ovviamente. Volendo risparmiare, abbiamo deciso di fare 2 scali e non solo 1, quindi dopo un’oretta di volo ci ritroviamo ancora al freddo e al gelo, a Belgrado, dove per fortuna aspettiamo meno di un’ora prima di imbarcarci sul volo di 5 ore e passa per Abu Dhabi. I voli non sono lunghi, ma cominciamo a macinare fuso orario, quindi nel momento in cui atterriamo a Kuala Lumpur, è ormai il pomeriggio del 2° giorno da quando siamo partite.

Ma parliamo di robetta pratica.

Il Fuso Orario

Il fuso è pesante, a Kuala Lumpur siamo 7 ore in avanti rispetto all’Italia; anche se ciò, all’andata, non mi ha sconvolta più di tanto. L’unico problemino è stato svegliarsi completamente alle 3 del mattino, come se fosse già giorno, per le prime due notti. Ma sarà l’adrenalina, la curiosità, la felicità di essere dall’altra parte del mondo, che non ho sentito effetti diretti, tipo stanchezza estrema o disorientamento; a parte le prime due notti quasi in bianco, stavo benissimo.
Il vero problema è stato il rientro in Italia.
E’ stato un vero dramma, ho avuto costantemente sonno per una settimana. Appena messo piede dentro casa, ho dormito quasi ininterrottamente per 14 ore di fila, e mi sono alzata solo per andare a lavoro, ma per 8-9 giorni non riuscivo praticamente a tenere gli occhi aperti e mi addormentavo alle nove di sera.
Tenetene conto se fate lavori pesanti o molto pensanti.

Taxi

Vi ritroverete spesso e volentieri ad utilizzare il vastissimo servizio taxi della Malaysia, perché fondamentalmente fa talmente tanto caldo che a volte anche solo camminare un paio di chilometri vi farà entrare nel panico; ma, soprattutto, perché costano pochissimo.
L’unico problema reale che incontrerete sono i tassisti.
Che non è proprio un problema trascurabile, soprattutto a Kuala Lumpur.
La maggior parte dei tassisti di KL non conosce la città, e NON ha un navigatore, soprattutto i tassisti delle macchine rosse e bianche o rosse e blu, che sono i taxi economici. Inoltre, dimenticatevi di fargli accendere il tassametro: è quasi sempre impossibile, e preparatevi invece a contrattare. Ricordatevi che vi chiederanno il doppio di quanto paghereste col tassametro; se vi sembrano insistenti o strafottenti, lasciate perdere, tanto ce n’è una quantità abnorme in giro e fermarne o trovarne uno è più facile che trovare un tovagliolo in un ristorante.
Che è quasi impossibile, per la cronaca.
Inoltre, PRIMA di salire in macchina, assicuratevi che conoscano il posto o almeno la strada dove volete andare, e aspettatevi che il 50% delle volte non conoscano neanche le maggiori strade del centro. Ho avuto l’impressione che alcuni conoscessero solo ed esclusivamente l’aeroporto. Il problema è che quando salite, se non sanno dove andare, cominceranno a fermarsi ad ogni incrocio chiedendo indicazioni ai passanti, oppure telefoneranno all’hotel per farsi dirigere da un povero receptionista che probabilmente neanche li capirà, e voi perderete tantissimo tempo.
La buona notizia è che hanno tutti l’aria condizionata.
La cattiva, è che la tengono a palla per farvi prendere un coccolone con l’escursione termica.
Più affidabili e in generale più precisi sono i taxi blu, che però costano il doppio. Anche se il doppio di 2 euro è sempre una cifra abbastanza ridicola.
Tenete conto che per un tragitto di un’ora sull’isola di Langkawi, dove le tariffe taxi sono più alte, su un taxi blu con l’autista più vecchio e più lento dell’universo (media 35 km/h), da tassametro abbiamo pagato una cosa come 12 euro; quindi se siete molto stanchi o semplicemente volete provare il brivido dei taxi economici (e far girare l’economia locale), salite tranquillamente senza preoccuparvi troppo del portafogli e godetevi un po’ di guida spericolata, ma attenti al traffico: a Kuala Lumpur gli ingorghi sono frequentissimi in tutte le zone, e spesso potreste risparmiare parecchio tempo a piedi o con la metropolitana.

Cibo

I malesiani mangiano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Probabilmente considerano un’offesa personale gravissima i nostri 3 pasti al giorno. Ho sentito due signore che si sono incontrate dentro ad un centro commerciale, salutarsi con un “Che hai mangiato a pranzo?”.
A tutto questo aggiungeteci che la Malesia è popolata da 3 diverse comunità molto vaste: oltre ai malesi stessi, ci sono cinesi e indiani, e come potete intuire ciò triplica la già vasta scelta culinaria del paese.
Probabilmente il cibo più buono è quello di strada, dei carretti-cucina che buttano due tavoli e 4 sedie sul marciapiedi e vi fanno accomodare senza troppi complimenti in mezzo a bancarelle, canali di scolo e automobili parcheggiate. Certo, di notte c’è la possibilità di incontrare scarafaggi grossi come la mia mano, ma a dire la verità questa cosa mi è successa una sola volta, a KL, e non proprio ad ora di cena ma verso le 23 e passa. Il coraggioso cameriere-bambino lo ha scacciato prontamente con uno sgabello.
In generale i banchetti per strada non hanno un aspetto molto rassicurante, possono sembrare sporchissimi e creare il panico anche nel meno igienista: ma non vi dovete preoccupare. I malesi tengono talmente tanto al cibo, che ne hanno cura sempre e comunque. Ho visto mangiare i proprietari e i “cuochi” delle bancarelle di strada sempre prendendo da ció che viene servito anche ai clienti. Inoltre, la sera bancarelle e carretti vengono abbondantemente e accuratamente lavati (anche se a dir la verità, non mi ricordo di aver visto mai tanto sapone quanto forse sarebbe necessario….).
Se vi sentite avventurosi e volete calarvi davvero nella fauna locale, provate a mangiare colle mani come fanno gli indiani. Se vi vergognate un po’, andate ad un ristorante indiano (a KL è pieno), e vi vergognerete di mangiare colle bacchette!
Ricordatevi però di lavarvi le mani prima del pasto ai lavandini che spesso si trovano in sala; di usare una mano sola, e di usare sempre le posate per prendere il cibo da un piatto condiviso con altri. Vi assicuro che mangiare il riso con la mano in pubblico è un’esperienza che diverte parecchio.
Il cibo in Malesia è sempre molto condito, e per “condito” intendo strapieno di aglio, cipolla, curcuma ma soprattutto piccantissimo. L’unico modo per contrastare il piccante è riso al vapore, ordinatene una porzione doppia!
Invece per contrastare l’aglio, molto spesso presente in quantità davvero imbarazzanti nel riso fritto di contorno dei piatti, è fenomenale la salsetta rossa agrodolce (non piccante) o, in valida alternativa, il ketchup: renderanno qualsiasi roba agliosamente immangiabile perlomeno ingurgitabile. A volte, anche molto buona! La soia invece fa l’effetto contrario ed esalta l’aglio,
In generale il cibo delle bancarelle costa delle cifre ridicole; un piatto completo con carne o pesce più riso e verdure puó costare 6-8 Ringgit, neanche 2 euro. Anche i ristorantini senza eccessive pretese vi faranno spendere 5-6 euro a testa per pasti completi (ma COMPLETI davvero!).
L’unico problema abbastanza serio che ho dovuto affrontare per tutto il viaggio è stata la colazione. Trovare un caffè è un’impresa disperata, e un dolcetto per la colazione quasi impossibile. Un caffè americano o un cappuccino (cioè un caffellatte con della presunta schiumetta sopra) possono costarvi più di un pranzo. Loro bevono il caffè Kopi, che ho trovato molto buono, e il White Coffee, che invece non mi ha entusiasmata e sa molto di orzo.
Comunque, alle brutte, in giro ci sono abbastanza Starbucks da far fare colazione a chiunque sulla faccia della terra.
Quando girate per bancarelle e mercatini, non fatevi sfuggire la frutta!
Comprate e assaggiate TUTTO. Certo è difficile scegliere della frutta che non conoscete, ma quasi tutti i commercianti vi daranno una mano a scegliere la frutta migliore se glielo chiedete. Per nessuna ragione al mondo dovete perdervi i mangostin, i pomeli e i manghi verdi (quelli gialli non mi hanno particolarmente entusiasmata). Ah, e non rinunciate neanche alla noce di cocco da bere: se siete fortunati ve ne daranno una matura al punto giusto che si può anche scavare con un cucchiaino o con la cannuccia stessa, una volta finiti i 2 litri di latte di cocco all’interno.
Con mio profondo rammarico, devo ammettere di non aver assaggiato il durian. Ne riconoscerete l’odore pungente (che a me sembra di gas) dappertutto, ma attenti a comprarlo: in molti alberghi e luoghi pubblici non si può portare a causa dell’odore, che per molta gente è addirittura nauseabondo.

Ho ancora un sacco di consigli pratici per voi, amichi viaggiatori! Con tanta pazienza (e un’altra influenza, forse) riuscirò a finirli, e magari a dettagliarvi qualche posto imperdibile che ho visitato.

P.S.: La foto non è un granchè, ma mi piaceva farvi vedere il contrasto costante che potete trovare in praticamente tutte le città della Malesia. Avrei potuto pubblicarvi foto della mondezza ai piedi dei grattacieli dorati, ma alla fine ho preferito questa di una casa tipica malesiana sullo sfondo di grattacieli sbrilluccicanti.

La Scopa Del Sistema – David Foster Wallace

24 settembre 2013 by

laScopaDelSistema
È imbarazzante tentare di scrivere una recensione su un qualsiasi tipo di scritto di David Foster Wallace. Il problema fondamentalmente è che lui era un genio, e tu? Tu chi ti pensi di essere per dare un giudizio sul primo romanzo di David Foster Wallace?
Tipo NESSUNO, però, visto che mi è piaciuto moltissimo, potrei provare a sprofondarmi in qualche trilione di elogi, cercando di motivarli in maniera decente.

Allora in generale: DFW, quando lo leggi, ti fa sentire intelligente.
Ma non generalizziamo: in questo romanzo in particolare, quasi niente è veramente SPIEGATO. Il 90% della storia e del contesto è semplicemente desumibile da quello che, più che un romanzo, sembra una sceneggiatura, dove il parlante non è quasi mai indicato, ma anch’esso è deducibile dal contenuto delle prime battute. A volte è più difficile di quello che potrebbe sembrare.

La storia in sè in realtà non ha inizio nè fine, è come se fosse una grande piazza al centro di una grande città.
DFW ti spiega a grandi linee l’architettura e la storia della cattedrale e del palazzo municipale e della fontana, e poi ti indica col ditino le viuzze che si dipartono dalla piazza, dicendoti verso di là c’è il panettiere, di là il cinema, di là l’ospedale, ma non te li descrive nè ti porta veramente a visitarli, così tu stai lì e cerchi di immaginarteli, cerchi di capire se sono strani e creativi e geniali e pittoreschi come la cattedrale e la fontana e il palazzo municipale che stai guardando.

Ci sono delle immagini, delle situazioni che ogni tanto mi hanno fatto venire in mente La schiuma dei giorni di Vian. È stato come intravedere dei piccoli bagliori di affinità tra due genialità completamente diverse.

La lettura non è impegnativa come quella di alcuni dei suoi racconti (ad esempio Brevi Interviste Con Uomini Schifosi), manca del tutto il pachidermico ed ingombrante impianto delle note, che più avanti nella produzione letteraria di DFW diventerà un intricato sistema a scatole cinesi che io faccio sempre molta fatica a decifrare.
Certo che non parliamo neanche di un libro scorrevole, eh? Non vi pensate di leggere un abbozzo di storia favolosa nello stile harrypotteriano.
Wallace è Wallace anche nel suo primo romanzo: i periodi sono lunghi ed ingarbugliati e a volte ritrovarne soggetto e verbo e metterli insieme vuol dire come minimo rileggere la frase un paio di volte.
Ma poi la rileggi, la capisci, e ti dici AH QUANTO SO’NTELLIGGGENTE!

Ti da’ soddisfazione, ecco.

Penso anche che il traduttore (Sergio Claudio Perroni) abbia fatto un lavoro strepitoso.

Penso anche che secondo me lo dovete leggere.

Ah e penso pure che, se avete l’edizione Einaudi Stile Libero, dovreste saltare la prefazione di Stefano Bartezzaghi. Semmai la leggete dopo, perchè prima pare di ascoltare la spiegazione di una barzelletta che ancora non avete sentito.
Fastidioso.

Acciaio – Silvia Avallone

10 settembre 2013 by

acciaio

Ancora non ho capito bene bene quanto mi è piaciuto.
Considerando che l’ho finito in pochi giorni perché volevo sapere come andasse a finire, tanto schifo non mi ha fatto.
E’ che mi sembra, non so, una bozza di quello che potrebbe essere un libro molto più bello, ecco.
E’ già il secondo romanzo di formazione di fila che mi bevo, ma mentre “Sette Piccoli Sospetti” ha anche una componente di ironia e di leggerezza che, nonostante i drammi veri raccontati, ti fa sempre un po’ sorridere, “Acciaio” tiene fede al suo nome, non è un libro leggero.
Già la storia in sé è uno spaccato mediamente drammatico di persone intrappolate (soprattutto mentalmente) in una periferia squallida, dominata e scandita dai turni dell’acciaieria, dalla quale fanno finta di tentare di uscire.
Come quando devi lavare i piatti: dopo, lo faccio dopo, adesso non mi va.
So che è per il mio bene, so che devo muovermi e sbattermi per cambiare, e che poi starò benissimo dopo averli lavati sticazzo de piatti…. ma adesso non ho tanta voglia, aspetto ancora un pochino.
Ed è così che le mamme delle due protagoniste rimangono appiccicate ai due mariti, uno violento e psicopatico, l’altro furbetto ladruncolo con manie di grandezza.
Invece i ragazzi del romanzo, neanche ci provano. Si accontentano di lavorare nell’acciaieria di Piombino, di arrotondare con qualche furtarello per comprarsi la droga e stravolgersi e magari reggere il turno di 8 ore in fabbrica.
Le uniche che alla fine sembrano muoversi sono Anna e Francesca, le due protagoniste quasi quattrodicenni amiche per semprissimo quasisorelle non ci lasceremo mai e poi a metà romanzo invece litigano.
Litigano perché una si innamora dell’altra, mentre l’altra tende più verso gli amici del fratellone, Alessio.
Il finale è… non saprei. E’ un lieto fine?  Non lo so, non ti lascia per niente lieto. Ma lascia accesa quella piccola speranza di cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno, sempre.
Forse è un finale molto reale, ecco perchè non si inquadra tanto bene.
E’ come se Anna e Francesca si infilassero i guanti per lavare i piatti.

Quello che mi lascia leggermente perplessa, invece, è lo stile narrativo, che sembra come aver bisogno ancora di qualche limatura, a volte alcune costruzioni sintattiche sono un po’ forzate.
Non è “brutto” da leggere; ogni tanto c’è qualche uscita molto felice, qualche espressione un po’ più poetica che ti sorprende, e a volte invece il tutto risulta un po’ stiracchiato, leggermente preso per i capelli, come impastato a forza.

Lo consiglierei?

Sì, ma l’edizione ebook, che costa sui 9 euro. Il prezzo di copertina del cartaceo, invece, è decisamente troppo alto (18 euro).

Sette Piccoli Sospetti – Christian Frascella

5 settembre 2013 by

Col post di oggi voglio inaugurare quella che spero diventerà una abitudine: scrivere sul telefono mentre vado a lavoro in metropolitana.
Non vi mentirò: è stato MOLTO difficile. Ma forse – e ribadisco FORSE – sarà fattibile. Incrociate i ditini per me.

Sette Piccoli Sospetti

Quando cominciarono a spuntare i cartelloni pubblicitari, che sarà stato? febbraio? marzo 2010? mi sembró molto strano. Certo, “Mia sorella è una foca monaca” era stato un caso editoriale, io lo avevo appena letto e molto apprezzato, ma era la prima volta che vedevo dei poster così grandi per pubblicizzare un LIBRO.
Un libro ITALIANO!
Quindi avevo pensato LO DEVO ASSOLUTAMENTE LEGGERE APPENA ESCE!
Poi uscì, e costava troppo; poi cambiai lavoro, e cominciai ad andare in ufficio in macchina e praticamente smisi di leggere.
Oggi, che sono ricca e non faccio un cazzo dalla mattina alla sera AHAHAHAHAH
dicevo oggi, che son tornata ad usare la metro ed ho accanitamente ripreso le mie attività letterarie, son riuscita finalmente a leggerlo; e mi chiedo ancora il motivo dei cartelloni.
“Sette Piccoli Sospetti” (Fazi Editore, 2010) è un bel libro, è dolce, è delicato a suo modo.
È una storia normale, di una periferia squallida, ambientata a metà degli anni 80′, che va a scavare nella miseria economica per risorgere con la nobiltà d’animo che si ripresenta dove e quando meno te l’aspetti.
Non è un libro epico, né nella storia né nello stile narrativo: la scrittura non è sciatta, ma neanche particolarmente elaborata o con pretese auliche.
E’ solo onesta.
La narrazione di Frascella è narrazione quotidiana, in uno stile semplice e senza fastidiosi fronzoli, senza presunzioni o pretese, che racconta storie semiordinarie nelle quali la bellezza e il coraggio risaltano sullo sfondo della miseria quotidiana di un paesino di provincia.
La storia: 7 dodicenni, in vari modi attanagliati dalle brutture della vita (economiche e sociali), concepiscono un piano per svaligiare la banca del paese. Sullo sfondo, le vicende (principalmente famigliari) dei sette ragazzi/bambini, più quelle del Messicano, figura leggendaria della malavita scomparsa anni prima dal paese, che pensa bene di ricomparire proprio adesso per sconvolgere ulteriormente le vite – già non proprio facilissime – dei sette protagonisti.
Ecco perché non mi spiego la campagna pubblicitaria che gli era stata riservata: non ci vedo la stoffa del best-seller venduto in milioni di copie, non ci sono storie di vampiri sbrilluccicosi o torbidi racconti sessuali per casalinghe frustrate o letteratura aulica da premio nobel scritta in maniera pretenziosa e pomposa.

È un libro troppo dignitoso ed onesto per meritare cartelloni 3×4 alla stazione Ostiense.