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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (Special edition: the day after)

15 dicembre 2010

Oggi niente sequel sui consigli per la stesura della tesi. Oggi il rischio è che tra dieci anni non ci sarà più un dottorato a minacciare la nostra sopravvivenza, economica e psicologica. Forse non ci saranno più università pubbliche a finanziarli, forse neanche più la laurea avrà valore legale. Quindi alla fine chi se ne frega della tesi, almeno per oggi.

Ieri il famoso 14 dicembre 2010 sono entrata in aula, avevo lezione. E’ stato come entrare in una di quelle bolle di Natale, che se le scuoti nevica. Tutto si muove lentamente lì dentro, la gravità è attutita da un viscoso liquido trasparente. A volte le aule dell’università sono come un sacco amniotico: del mondo circostante arrivano solo vaghi clamori.

I miei studenti, mentre tanti loro colleghi erano in piazza, mi aspettavano come niente fosse. E io avrei voluto prendere un grosso martello e spaccare quella bolla di vetro e farli defluire fuori

“Voi cosa cazzo ci fate qui? Andate a manifestare, andiamo a manifestare! Vi rendete conto che tra un anno magari questo corso non esisterà più?”

“Appunto”, mi avrebbero probabilmente risposto.

Ed è tutto qui, il problema. Siamo ancora un paese di pieno di troppi pollicini che invece di assaltare il forno, raccolgono briciole nella speranza di tornare a casa. Io come tanti altri assegnisti precari, che curiamo amorevolmente le nostre effimere carriere, siamo più pollicini di tutti, perchè le nostre briciole sono così in basso, che una settimana sui tetti è un lusso che non osiamo concederci.

E quindi ieri sono montata sulla cattedra e ho fatto la più bella lezione del corso. Perchè se si deve suonare mentre la barca affonda, allora tanto vale che la musica sia la migliore.