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Sono All’Osso, davvero (Il Pan Del Diavolo @ Covo, Bologna, 28/01/2011)

2 febbraio 2011

Non regge il confronto con le altre due esibizioni (Ferrara e Roma) a cui ho assistito, per due motivi:

1 – Un pubblico dimmerda.
Ragazzini iperesaltati probabilmente strafatti di qualsiasi cosa che me l’hanno fatta prendere a male a me, figuriamoci a loro.

2 – La stanchezza di Gianluca&Pietro.
I due sono ormai smostrati, sono stanchi, anzi esausti, e si vede, si vede eccome.
Gianluca ha perso completamente la verve da Elvis dei noaltri che ha sfoggiato nelle altre occasioni, non dico la barba sfatta ma neanche il ciuffo ingellato!

Pietro sembra avere dei problemi di dipendenza grave da sostanze stupefacenti (io non voglio farmi denunciare per diffamazione, ma il ragazzo non ha fatto altro che barcollare, smascellare e sbiascicare, mica colpa mia).

Quindi ora io non so se si è trattato del pubblico o di loro che stanno facendo un tour infinito che li porta avanti e dietro per l’Italia senza soluzione di continuità, però così non ce la possono fare, non si divertono più.
Io non sono stupida (al contrario dell’80% del pubblico presente in sala quella sera), se vedo che suoni a forza non mi diverto, è come guardare le scimmiette al Bioparco, o peggio ancora al circo. Bioparco.

Cheppoi loro son sempre forti, la musica è bella e ti coinvolge lo stesso, ma è stata una vera angoscia, giuro, un’ora in cui non sapevo se cantare e zompettare con gli imbecilli dietro di me o se intristirmi per come li vedevo malmessi.

Note a margine: la quarta canzone non la conoscevo, potrebbe essere nuova;
Le solite due canzoni in solitaria di Pietro, Africa e Ciriaco, con Gianluca in disparte attaccato al muro (al Covo non ci sta neanche uno sgabuzzino per il backstage) che se la canticchia forte;
Il bis di Lux Interior a grande richiesta (con Pietro senza chitarra);
Un tizio che suonava una specie di slide guitar, credo, boh, con cui Pietro ha improvvisato un simpatico pezzettino folk (prima di I Fiori) per permettere a Gianluca di sistemare problemi colla 12 corde.

Scaletta:

Centauro
Coltiverò l’ortica
Il Mistero Dello Specchio
Inedito?
Blu Laguna
Il Pan Del Diavolo
Pertanto
Il Boom
Bomba nel cuore
Sono all’osso
Stile Roberto il maledetto
I Fiori
Farà Cadere Lei
Africa
Ciriaco
Università
Blu Laguna (bis)

[Silently]

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Oh God, they’re Back! (Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna 26/01/2011)

30 gennaio 2011

Se qualcuno mi chiedesse se valeva la pena spararsi 4 ore di autostrada e quasi 400 km A/R un mercoledì sera, con la prospettiva di dormire solo una manciata di ore prima di andare al lavoro, pur di vedere questo concerto, rispoderei: ASSOLUTAMENTE SI.

[Per chi non lo sapesse, stiamo parlando di una band storica del post-rock (vero), un collettivo di musicisti canadesi che con solo 3 album e un EP (un totale di 14 brani ma più di 4 ore di musica) tra il ’98 e il 2002, ha definito un genere musicale. Quando si sciolsero, pensai che non avrei mai più avuto una chance di sentirli live… ma fortunatamente mi sbagliavo]


Il concerto comincia in sordina, col pubblico che ancora chiacchiera e beve birra, mentre sul palco, coperto da innumerevoli strumenti e casse spia, salgono un paio di persone. Si chinano sugli strumenti, sembra che li stiano sistemando… e invece comincia un intro noiseggiante di chitarra e riverberi: ”Hope Drone”. Si aggiunge la violinista, così, di passaggio, mentre sullo sfondo compare un’enorme tremolante scritta HOPE.


Poi, un po’ alla volta, con grandissima calma, sul palco illuminato da pochi faretti rossastri, salgono tutti gli 8 componenti e il loro inserirsi nella musica porta a quel crescendo tipico dei GY!BE. E’ un’esplosione al rallentatore, il pubblico viene calamitato dal loro magnetismo. La gente si sposta sempre più verso il palco, tutti vorrebbero essere dentro quei suoni.
La batteria scandisce un ritmo quasi tribale, che risveglia istinti primordiali. Violino e violoncello cantano meglio di qualsiasi voce possibile. 6 corde che toccano corde profonde dell’anima. E il basso, per dio, non mi ero mai reso conto di quanto il basso fosse importante nei loro pezzi!

Lo capisci subito che sono musicisti veri. Nonostante i volumi e il luogo (un tendone), il suono è per-fet-to: sembra di ascoltare i loro cd in un impianto hi-fi. E’ possibile distinguere perfettamente ogni strumento, indipendente ma amalgamato, e ad ogni suono corrisponde un movimento del rispettivo musicista. In più di due ore di concerto non parleranno mai, si limiteranno a spostarsi da uno strumento all’altro, l’uomo come un mezzo per realizzare arte. Oltre alla musica, solo poche immagini e video scelti, proiettati sullo sfondo. Solo pura musica e, parafrasando gli Ornaments, “ai pensieri di ognuno la possibilità di essere testo”.

Il primo pezzo è infinito, credevo (speravo) che avrebbero avuto il coraggio di fare un concerto in un’unica tirata, senza pause, fregandosene degli applausi. Il secondo piatto: cembali e violino alle spezie mediorientali su sfondo di erbe e serpenti: “Albanian”, uno storico inedito. Il terzo pezzo è “Moya“. E qui perdo il controllo, mi fondo all’ondeggiare del pubblico.


Alla fine di Moya sono emotivamente esausto: da qui in poi perdo il senso del tempo.
“Gamelan”: pizzicato di violino ed echi di chitarre lisergiche in un crescendo di volumi e velocità… poi rallenta, i toni diventano cupi, la tonalità minore, si fa monotono e ossessivo.
Static“: Un predicatore parla “…because when you see the true face of god, you will die…”, accompagnato dal violino e da fiammelle rosse che compaiono sullo sfondo a tempo con la musica. Si aggiungono strumenti, fino a un finale epico e veloce. Dopo 20 minuti di musica siamo tutti molto scossi. Poi Storm, un paesaggio dipinto coi suoni.


L’apice della serata: “Sleep“. Il vecchietto ci parla di Coney Island e quando comincia la canzone vera sono già in estasi. Il violino è una sirena che mi ammalia, conosco il crescendo e so cosa mi aspetta… ma al momento dell’accelerata di batteria e chitarra ho provato lo stesso un orgasmo multiplo!
Ricordi confusi: credo abbiano fatto una parte di “Motherfucker=redeemer” e di “BBF3”. Sullo sfondo acqua, camion che scorrono, cumuli di auto rottamate, titoli di borsa, fiamme che divorano ogni cosa. Ricordo solo il finale. Un apocalittica “East Hastings“, con le fiamme che si espandono, poi di nuovo titoli di borsa mentre sulla sinistra si vedono strade e palazzi rosso sangue e una folla in marcia.

Una frase sullo sfondo mi è rimasta impressa: “The end is at hand”. Ora ho capito perché sono tornati: stanno scrivendo la colonna sonora per il tramonto del genere umano.
E vado a casa felice.

Alcuni commenti colti fra il pubblico:
“andiamo a prendere un vinile” “ma prima del concerto?” “perché, credi che dopo il concerto ne troviamo ancora?”
uno al telefono: “dovevi venire, dovevi venire! Cazzo senti qui” alza il telefono sopra la testa e passa mezz’ora così.
“oddio… ma è meraviglioso!”
“FATE SILENZIO! * BESTEMMIA * VOGLIO SENTIRE!”
“secondo te che vuol dire tutti quei numeri… il dow jones…la borsa”“che c’è crisi, no?”
“questi sono dei mostri”
“cristo si si è quello E’ QUELLO!”
ma soprattutto a un ragazzo in estasi in fianco a me scorrevano copiose lacrime sulle guance.
Serve aggiungere altro?