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Verdena @ Atlantico, Roma, 29/04/2011

3 Mag 2011

Un’acustica peggiore di quella dell’Atlantico l’ho sperimentata esclusivamente al Palalottomatica.
Comunque.
Sarò breve: non ho preso appunti, non me ne fregava niente di scrivere un report dettagliato, non mi sono segnata la scaletta: me lo sono veramente goduto, ebbasta, come quando ero giuovine.

Quindi?
Quindi niente, qualche stecca, poche interazioni col pubblico (graziegrazie), due ore e spicci di musicamusicamusica, WOW ovviamente l’album più rappresentato.
Anche perchè i balletti di Omid sulle canzoni vecchie, in cui non gli hanno ancora trovato una collocazione se non si vuole considerare il tamburello, rallegrano il tutto, è vero; però porello lo fanno apparire anche un po’ fuori luogo, leggermente escluso.
Alberto con un pigiama a maniche lunghe, forse un po’ incazzato per i suoni pessimi (ha dovuto chiedere di alzare il volume dell’acustica), dà il meglio di sé in una cover di John Lennon, “Mother” che fa da intro a “Sorriso in Spiaggia”.
Fomentone generale e cori da stadio per “Valvonauta“; molto molto molto bella la nuova versione di “Canzone ostinata”, un po’ più country, con la batteria più marcata.
Rispetto al concerto precedente, Roberta sembra più a suo agio con i cori, per i quali Omid rimane comunque decisivo.
La versatilità con cui il gruppo cambia strumenti e soprattutto registro, dalle cupezze di “Non prendere l’acme, Eugenio” alle solari “Miglioramento” e “Nuova Luce” mi stupisce sempre.
Esattamente come vedere una folla di persone che conoscono a memoria le canzoni di un disco uscito 3 mesi fa. Non è una cosa da poco: lo zoccolo duro dei fan dei Verdena è ben nutrito; difficile guardarsi intorno e trovare qualcuno che non conoscesse la discografia completa.
Mi sono state espresse delle perplessità riguardo alla scaletta; essendo ormai il 3° concerto a Roma nel giro di 3 mesi, forse qualcuno si aspettava qualche variazione, magari più pezzi vecchi a discapito dei nuovi, suonati e risuonati praticamente tutti.
A me personalmente stupisce invece la scelta dei pezzi vecchi: tutti strafamosissimi.
Non so, ai concerti prima del triennale ritiro spirituale pre-WOW, io mi ricordo pezzi semi-sconosciuti, cantati a squarciagola da me e altre 3 persone (bei tempi, quando Luca e Alberto si scambiavano e facevano venire i nervi a tutti con “Omashee“), oppure svarionate di un quarto d’ora sui finali psichedelici di Solo Un Grande Sasso.
Probabilmente il fatto di non suonare più live da tanto tempo gli permette di non annoiarsi poi troppo suonando di nuovo i tormentoni.

Qualche video guardabile:
Luna
Castelli Per Aria
Il Caos Strisciante
Lei Disse
Sorriso in spiaggia
Razzi Arpia Inferno e Fiamme
Nuova Luce
Loniterp

E qualche foto.

Non credo che mi perderò il concerto estivo; ogni show dei Verdena per me è emozione assicurata.

Tra l’altro, penso sia ora di alzare un po’ il prezzo dei biglietti dei concerti: 10 euro è troppo poco per una band in circolazione da più di dieci anni, con 5 album all’attivo, 7 EP ormai quasi introvabili (è uscita una raccolta, che però manca di tutti i bellissimi artwork degli EP originali) e TUTTI i concerti sempre soldout, anche dopo la 3° data nella stessa città.

[Silently]

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Music Bound Spirit (Scott Kelly @ Apartaménto Hoffman, Conegliano-TV 24/02/2011)

25 febbraio 2011

Scott Kelly. Tatuaggi bluastri da rifiuto di galera, molta barba, pochi denti e un cappellino da baseball. Un fiore:

Per chi non sapesse chi è: uno dei due chitarristi/cantanti dei Neurosis.
Per chi non sapesse chi sono i Neurosis: check da fuckin wikipedia oppure si veda/ascolti questo o questo, che tanto non centra niente con quello che fa Scott Kelly da solista.
Si, perché nonostante sia uno dei membri fondatori di uno dei più innovativi e seminali gruppi metal degli anni ’90, nel suo progetto solista questo uomo rovinato fa country. E’ oscuro, è depressivo, è lento, ma resta fottutissimo country.
Lui è un timido Johnny Cash con tendenze suicide, con una voce da didgeridoo e l’allegria di un postsbornia, che strappa magistralmente a una chitarra sofferente pochi suoni vibranti e dilatati. Questo è quello che ho pensato, poco prima di addormentarmi.

Si, perché sarà pure un mito del metal alternativo, però dopo un’ora di concerto già faticavo a tenere le palpebre aperte. Poltroncina comoda, birra, luci soffuse, canzoni lentissime e ricche di bassi, zero stimoli visivi: tutti elementi che non hanno aiutato la mia proverbiale carenza di sonno. Però l’ho trovato molto bravo sia come cantante che come chitarrista acustico. Le canzoni mi piacciono molto più live,  forse per l’impatto emotivo che trasmette lui, come persona, perché si capisce che sono pezzi molto sentiti, dal profondo dell’anima. Hoffman location perfetta: penombra, ottima acustica, seduti a un palmo dal cantante. Lo scarno pubblico ha apprezzato, anche se il torpore si è man mano impadronito degli applausi di tutti. Ah, una domanda: stavo già sognando o c’era davvero una signora sulla cinquantina seduta in prima fila? Mitica…

Ha fatto pochi pezzi da Spirit Bound Flesh (ho riconosciuto Flower), parecchi da The Wake (sicuramente The Ladder in my Blood, Figures, The Searchers, Remember Me). Ha sommessamente annunciato alcuni pezzi nuovi, che erano abbastanza interessanti sia per musica che per testo. Escludendo un’orribile ballata country su una ragazza che fa la barista, resta in cinta e cammina nel sole. Ma che cazzo…
Per il resto, sfido chiunque riconoscere le sue canzoni: giusto un po’ monotone. E Scott non è che aiutasse, passando tutto il concerto seduto sulla sedia, chitarra e voce, dicendo una manciata di parole in tutto. Ha ringraziato più volte, ha ringraziato per la pazienza e persino per la compostezza del pubblico, che stava in silenzio e alla fine applaudiva, ma poco, per non disturbare.
Speravo in qualche pezzo dei Neurosis fatto in acustico… niente.
In compenso, prima che scappasse dall’assalto dei (3) fan presenti, sono riuscito a strappargli una notizia bomba: Neurosis a Torino il 20 Luglio. Gaudio magno.
Questo rimette in gioco il titolo di “Più atteso concerto da quando sono nato”, vinto dai GY!BE proprio nel gennaio 2011. Che vinca il migliore e chi ci guadagna sono solo io.

[Deniz De Gray]

Quintorigo @ Circolo Degli Artisti, Roma, 11/02/2011

12 febbraio 2011

L’ultima volta che avevo visto i Quintorigo erano alle prime armi con Luca Sapio, e si vedeva. Il tutto era leggermente rigido, lui era più un ospite esecutore che un membro vero e proprio del gruppo.
Mbè ora non più. Immagino che scrivere un disco insieme e portare avanti un paio di tour siano esperienze che ti legano profondamente, e per fortuna ce ne siamo accorti ieri sera.
Un concerto grintoso e rilassato allo stesso tempo, dove sembra che tutti si siano divertiti, noi e loro.

Mi dispiace molto non essere andata alla presentazione alla Fnac il giorno prima; una delle mie spie mi ha raccontato della desolante vuotezza dell’esibizione che invece è stata breve ma acusticamente intensa. E con ‘vuotezza’, intendo che c’era solo la mia spia.
Per quanto riguarda il concerto: un po’ breve (un’ora e venti), ma per 10 euri mi va più che bene. E’ vero che di materiale ne avrebbero, ma capisco anche che non dev’essere proprio il massimo fare le canzoni vecchie. Infatti han preferito le cover ‘storiche’ (Purple Haze, Heroes, Highway Star) e il cd nuovo, eseguito quasi tutto (mancava all’appello solo la psicoballata finale, Burning Doubts).

Che dire?
Il disco è bello, l’avevo sentito solo una volta in streaming sul loro sito (un’ottima iniziativa, bytheway). Però gli manca qualcosa, non saprei. Forse la scelta di scriverlo in inglese un po’ mi ha lasciata perplessa. Sono un gruppo italiano, e a me piace sentir cantare in italiano, ci sono talmente pochi gruppi che lo fanno bene. Probabilmente la collaborazione con Juliette Lewis li porterà ad esportare il loro nuovo lavoro (speriamo).
Mancano anche quelle sperimentazioni spiritose a cui eravamo abituati prima.
Comunque poco da dire, loro sono degli esecutori eccezionali; particolarmente in forma Andrea Costa col suo violino-mandolino-chitarrina-ukulele-etc e Valentino Bianchi al Sax, che ci ha deliziato con una intro divertentissima-fuori di testa a Highway Star. Bellissimo anche l’intro distorto del violoncello (Gionata Costa) ad aprire la prima canzone, Candy Man.
L’acustica e l’impianto del Circolo sono sempre ottimi, che nel caso di un gruppo con 3 strumenti ad arco ed un sax non credo sia poco. Belle anche le uniche due canzoni ‘sopravvissute’ dei primissimi Quintorigo, La Nonna Di Frederick e Kristo Si!
Luca Sapio ci ha deliziato con robette alla Demetrio Stratos su Hangman Blues, vocalizzi e gorgheggi che bè, insomma, non per niente ha militato con l’ultima formazione storica degli Area.

Ecco la scaletta:

Candy Man
Somewhere Else
English Garden
The Place They Claimed
How Does It Feel?
Heroes (David Bowie)
Teardrops
Purple Haze (Jimi Hendrix)
The Fault Line
Shepherd Of The Sheep
Hangman Blues
La Nonna Di Frederik
Lies!
Highway Star (Deep Purple)
Kristo Si!

[Silently]

Schizofrenia: son notti che non dormo (Pan Del Diavolo @ Apartamento Hoffman, Conegliano 04/02/2011)

6 febbraio 2011

[piccola premessa: io e Silently dobbiamo smetterla di andare a vedere gli stessi concerti. Ok dare diverse interpretazioni dello stesso gruppo, ma qui stiamo esagerando. Questa è l’ultima, promesso.]

Essendo visibilmente stanco, in carenza di sonno e pure un po’ scazzato, al concerto dei Pan Del Diavolo c’ero io ma eravamo in due.
C’erano Daniel, il me stesso buono, che cerca di divertirsi sempre, aperto alle novità e un po’ paraculo, e Il Griso, il me stesso cattivo, supponente, con gusti ben definiti ma perennemente insoddisfatto e molto rompicoglioni.

Daniel: per un duo di chitarre e voci il locale è perfetto: intimo, con luci soffuse ma rock’n’roll nell’animo.
Il Griso: si, peccato che stiamo aspettando sti stronzi da un’ora e mezza e ancora non suonano. Quante birre dobbiamo ancora bere prima di sentirli?
Daniel: cominciano, contento?
Il Griso: …ma senti che lagna. Già visto, già sentito. sto Pan del Diavolo parte lento, troppo lento cazzo… non prende!
Daniel: però sono originali! Schitarrate acustiche, la voce sbraitata, la grancassa che batte batte batte. Se non ti va di ballare, come minimo ti vien voglia di battere un piede a tempo!
Il Griso: originale come il caffè dopo la sigaretta, con lo stesso effetto lassativo. Quanti gruppi così abbiamo visto? Solo in zona Treviso credo ce ne siano un centinaio di questi gruppi inutili. E poi da Bennato ai Marta Sui Tubi, dai White Stripes a Tenacious D, sta formula è quanto di meno originale si potesse trovare. In Italia son tutti cantautori… E poi a me questo folk/rock’n’roll fa pure cagare.
Daniel: grazie tante, se non fanno sperimentazioni noise o classica minimalista postmoderna, allora per te sono già sentiti. A me sembrano bravi in quello che fanno. Bello sto pezzo, sembra un blues. Quel chitarrista laggiù è bravo davvero… guarda, ora suona una 12 corde! E l’altro, qui davanti, suona, canta E batte pure la grancassa. Sono dei fighi!
Il Griso: ho visto one man band fare altrettanto, se non di meglio… ti ricordi Dead Elvis? O quel tizio con la maschera di Ray Misterio, che suonava pure l’armonica… questi in confronto sono dei dilettanti.
Daniel: però suonano indubbiamente meglio delle tue one man band. Dai, guardali, hanno la POTENZA DEL SUDORE: fanno fatica, ci mettono anima e corpo e si vede… come fanno a non coinvolgerti?
Il Griso: ok, applaudo le gocce che gli imperlano la fronte. Potevano prendersi un batterista, no? Per fare “bam bam bam” bastava anche uno con una gamba sola.
Daniel: vorrei vedere te, a fare lo stesso! E questa dev’essere Sono all’Osso, un gran pezzo. Il modo di cantare è figo, mi ricorda qualcuno…
Il Griso: è Manuel Agnelli, sudato uguale, sbraitato uguale. Strafatto uguale?
Daniel: questa non l’avevo sentita. Dev’essere Il Pan del Diavolo. Bella, mi piace molto anche il testo.
Il Griso: e questo è Blu Laguna. Gran rock’n’roll, peccato che sia IDENTICO a un pezzo di Dead Elvis. Ricordi? Alla fine ci ha tirato scemi per quasi mezz’ora con quel “uh ih ah ah”, il giro è lo stesso, pure il testo mi sembra simile. Un plagio.
Daniel: magari è una cover. Magari entrambi hanno ripreso un altro storico pezzo r’n’r, che ne sai?
Il Griso: suonano parecchio…
Daniel: è un bene!
Il Griso: no, io vorrei andare a dormire. Mi sono rotto. Diventano davvero monotoni dopo un po’.
Daniel: e applaudi un po’, invece di stare a criticare ogni cosa! Non erano il gruppo migliore che abbiamo sentito ultimamente, ok, ma sono stati divertenti! Io me la sono passata alla grande!
Il Griso: applaudo solo per l’indubbia potenza del sudore e un paio di canzoni non male. Però se torni a sentirli, vaffanculo, io non ci vengo.

[Daniel & Il Griso]

Sono All’Osso, davvero (Il Pan Del Diavolo @ Covo, Bologna, 28/01/2011)

2 febbraio 2011

Non regge il confronto con le altre due esibizioni (Ferrara e Roma) a cui ho assistito, per due motivi:

1 – Un pubblico dimmerda.
Ragazzini iperesaltati probabilmente strafatti di qualsiasi cosa che me l’hanno fatta prendere a male a me, figuriamoci a loro.

2 – La stanchezza di Gianluca&Pietro.
I due sono ormai smostrati, sono stanchi, anzi esausti, e si vede, si vede eccome.
Gianluca ha perso completamente la verve da Elvis dei noaltri che ha sfoggiato nelle altre occasioni, non dico la barba sfatta ma neanche il ciuffo ingellato!

Pietro sembra avere dei problemi di dipendenza grave da sostanze stupefacenti (io non voglio farmi denunciare per diffamazione, ma il ragazzo non ha fatto altro che barcollare, smascellare e sbiascicare, mica colpa mia).

Quindi ora io non so se si è trattato del pubblico o di loro che stanno facendo un tour infinito che li porta avanti e dietro per l’Italia senza soluzione di continuità, però così non ce la possono fare, non si divertono più.
Io non sono stupida (al contrario dell’80% del pubblico presente in sala quella sera), se vedo che suoni a forza non mi diverto, è come guardare le scimmiette al Bioparco, o peggio ancora al circo. Bioparco.

Cheppoi loro son sempre forti, la musica è bella e ti coinvolge lo stesso, ma è stata una vera angoscia, giuro, un’ora in cui non sapevo se cantare e zompettare con gli imbecilli dietro di me o se intristirmi per come li vedevo malmessi.

Note a margine: la quarta canzone non la conoscevo, potrebbe essere nuova;
Le solite due canzoni in solitaria di Pietro, Africa e Ciriaco, con Gianluca in disparte attaccato al muro (al Covo non ci sta neanche uno sgabuzzino per il backstage) che se la canticchia forte;
Il bis di Lux Interior a grande richiesta (con Pietro senza chitarra);
Un tizio che suonava una specie di slide guitar, credo, boh, con cui Pietro ha improvvisato un simpatico pezzettino folk (prima di I Fiori) per permettere a Gianluca di sistemare problemi colla 12 corde.

Scaletta:

Centauro
Coltiverò l’ortica
Il Mistero Dello Specchio
Inedito?
Blu Laguna
Il Pan Del Diavolo
Pertanto
Il Boom
Bomba nel cuore
Sono all’osso
Stile Roberto il maledetto
I Fiori
Farà Cadere Lei
Africa
Ciriaco
Università
Blu Laguna (bis)

[Silently]

Oh God, they’re Back! (Godspeed You! Black Emperor @ Estragon, Bologna 26/01/2011)

30 gennaio 2011

Se qualcuno mi chiedesse se valeva la pena spararsi 4 ore di autostrada e quasi 400 km A/R un mercoledì sera, con la prospettiva di dormire solo una manciata di ore prima di andare al lavoro, pur di vedere questo concerto, rispoderei: ASSOLUTAMENTE SI.

[Per chi non lo sapesse, stiamo parlando di una band storica del post-rock (vero), un collettivo di musicisti canadesi che con solo 3 album e un EP (un totale di 14 brani ma più di 4 ore di musica) tra il ’98 e il 2002, ha definito un genere musicale. Quando si sciolsero, pensai che non avrei mai più avuto una chance di sentirli live… ma fortunatamente mi sbagliavo]


Il concerto comincia in sordina, col pubblico che ancora chiacchiera e beve birra, mentre sul palco, coperto da innumerevoli strumenti e casse spia, salgono un paio di persone. Si chinano sugli strumenti, sembra che li stiano sistemando… e invece comincia un intro noiseggiante di chitarra e riverberi: ”Hope Drone”. Si aggiunge la violinista, così, di passaggio, mentre sullo sfondo compare un’enorme tremolante scritta HOPE.


Poi, un po’ alla volta, con grandissima calma, sul palco illuminato da pochi faretti rossastri, salgono tutti gli 8 componenti e il loro inserirsi nella musica porta a quel crescendo tipico dei GY!BE. E’ un’esplosione al rallentatore, il pubblico viene calamitato dal loro magnetismo. La gente si sposta sempre più verso il palco, tutti vorrebbero essere dentro quei suoni.
La batteria scandisce un ritmo quasi tribale, che risveglia istinti primordiali. Violino e violoncello cantano meglio di qualsiasi voce possibile. 6 corde che toccano corde profonde dell’anima. E il basso, per dio, non mi ero mai reso conto di quanto il basso fosse importante nei loro pezzi!

Lo capisci subito che sono musicisti veri. Nonostante i volumi e il luogo (un tendone), il suono è per-fet-to: sembra di ascoltare i loro cd in un impianto hi-fi. E’ possibile distinguere perfettamente ogni strumento, indipendente ma amalgamato, e ad ogni suono corrisponde un movimento del rispettivo musicista. In più di due ore di concerto non parleranno mai, si limiteranno a spostarsi da uno strumento all’altro, l’uomo come un mezzo per realizzare arte. Oltre alla musica, solo poche immagini e video scelti, proiettati sullo sfondo. Solo pura musica e, parafrasando gli Ornaments, “ai pensieri di ognuno la possibilità di essere testo”.

Il primo pezzo è infinito, credevo (speravo) che avrebbero avuto il coraggio di fare un concerto in un’unica tirata, senza pause, fregandosene degli applausi. Il secondo piatto: cembali e violino alle spezie mediorientali su sfondo di erbe e serpenti: “Albanian”, uno storico inedito. Il terzo pezzo è “Moya“. E qui perdo il controllo, mi fondo all’ondeggiare del pubblico.


Alla fine di Moya sono emotivamente esausto: da qui in poi perdo il senso del tempo.
“Gamelan”: pizzicato di violino ed echi di chitarre lisergiche in un crescendo di volumi e velocità… poi rallenta, i toni diventano cupi, la tonalità minore, si fa monotono e ossessivo.
Static“: Un predicatore parla “…because when you see the true face of god, you will die…”, accompagnato dal violino e da fiammelle rosse che compaiono sullo sfondo a tempo con la musica. Si aggiungono strumenti, fino a un finale epico e veloce. Dopo 20 minuti di musica siamo tutti molto scossi. Poi Storm, un paesaggio dipinto coi suoni.


L’apice della serata: “Sleep“. Il vecchietto ci parla di Coney Island e quando comincia la canzone vera sono già in estasi. Il violino è una sirena che mi ammalia, conosco il crescendo e so cosa mi aspetta… ma al momento dell’accelerata di batteria e chitarra ho provato lo stesso un orgasmo multiplo!
Ricordi confusi: credo abbiano fatto una parte di “Motherfucker=redeemer” e di “BBF3”. Sullo sfondo acqua, camion che scorrono, cumuli di auto rottamate, titoli di borsa, fiamme che divorano ogni cosa. Ricordo solo il finale. Un apocalittica “East Hastings“, con le fiamme che si espandono, poi di nuovo titoli di borsa mentre sulla sinistra si vedono strade e palazzi rosso sangue e una folla in marcia.

Una frase sullo sfondo mi è rimasta impressa: “The end is at hand”. Ora ho capito perché sono tornati: stanno scrivendo la colonna sonora per il tramonto del genere umano.
E vado a casa felice.

Alcuni commenti colti fra il pubblico:
“andiamo a prendere un vinile” “ma prima del concerto?” “perché, credi che dopo il concerto ne troviamo ancora?”
uno al telefono: “dovevi venire, dovevi venire! Cazzo senti qui” alza il telefono sopra la testa e passa mezz’ora così.
“oddio… ma è meraviglioso!”
“FATE SILENZIO! * BESTEMMIA * VOGLIO SENTIRE!”
“secondo te che vuol dire tutti quei numeri… il dow jones…la borsa”“che c’è crisi, no?”
“questi sono dei mostri”
“cristo si si è quello E’ QUELLO!”
ma soprattutto a un ragazzo in estasi in fianco a me scorrevano copiose lacrime sulle guance.
Serve aggiungere altro?

Credimi è dura: Verdena @ Circolo Degli Artisti, Roma, 27/01/2011

28 gennaio 2011

Diapositiva per dimostrare che no, non ho visto praticamente gnente.

Non sarà affatto facile.
Se volete leggere una bella recensione tecnica ed obiettiva del concerto di ieri sera, non fatevi scrupolo di gugolare altrove, mica mi offendo.

Primo: perchè non ho visto un cazzo. Ero a metà del locale ed eravamo talmente stipati che per metà del tempo ho potuto sbirciare Roberta e Omid tra gli incavi dei colli delle persone ammassate davanti a me.
Alberto non l’ho visto mai quando stava seduto alla tastiera, e molto raramente in piedi alla chitarra.
Per fortuna di un paio di canzoni sono riuscita a contemplare la furia omicida di Luca, il vero spettacolo di ieri (e di tutti i concerti dei Verdena che ho visto nella mia vita: non pochi).

Secondo: perchè è difficilerrimo per me parlare di ‘sto gruppo. Le recensioni mi vengono caotiche, nervose, senza filo conduttore, e stavolta anche senza scaletta (non avrei potuto neanche volendo; per fortuna la potete leggere e vedere qui).
Il fatto è che siamo praticamente coetanei (forse Luca ha un anno più di me), ed è come se in tutti questi anni fossimo cresciuti musicalmente insieme, album dopo album. E non cercano mai di fregarmi con un album raffazzonato o pop: io apprezzo tanto la loro integrità artistica.

Non so se riesco a spiegarvelo. Non li considero come ‘amici’, o persone vicine che conosco da anni; anzi ho sempre cercato di evitarli, non mi sono mai avvicinata a farmi firmare cd, o a parlarci, neanche quando non erano nessuno e giravano in mezzo alla folla nei festival come Arezzo Wave e Tora! Tora!.
Anzi visto che forse non riesco a spiegarvelo, facciamo che non ci provo neanche, e tento invece di tirar fuori qualcosa da questo cervellino ancora in modalità *lovvo* da ieri.

Il tutto è cominciato con un breve pezzo strumentale del nuovo (no, non me lo ricordo qual era) alle 21.40 circa, seguito a ruota da ‘Scegli Me’, molto molto bella.
Luca si riconferma ad ogni pezzo un genio, io gli vorrei entrare nel cervello per ascoltare quello che sente lui.
Alberto inizialmente alla tastiera per i primi due pezzi; il volume della voce è basso, proprio come nell’ultimo cd.

Già al terzo pezzo un boato (…almeno nel mio cervello) accoglie ‘Spaceman’, e da qua in poi non vi so più dire nulla dell’ordine delle canzoni.

Delle nuove ricordo molto bene le mie preferite di Wow:
Miglioramento’,
Adoratorio’,
‘Sorriso In Spiaggia’,
‘Razzi Arpia Inferno e Fiamme’,
‘Badea Blues’,
‘Rossella Roll Over’,
tutte bellissime (ecco cosa intendo per ‘non essere obiettiva’: il mio commento tecnico preferito è ‘bellissimo’).
Meno coinvolgenti ‘Loniterp’, ‘Lui Gareggia’, ‘Sul Ciglio’, ‘Le Scarpe Volanti’ e un altro paio lente di cui ora non mi sovviene il titolo.

Ma non parliamo del nuovo, è banale e scontato; parliamo del vecchio, che, inutile girarci intorno, è quello che emoziona sempre.
Non tanto ‘Viba’ (che è stato comunque un colpo pesante al mio povero stomaco già compromesso), quanto ‘Starless’ avrebbe potuto uccidermi sull’istante, nonostante l’abbiano suonata in modo non proprio perfetto, devo dire. Masticazzi, rimane comunque una delle mie canzoni preferite che la lacrimuccia me la fa sempre scendere. (Dannazione non se n’era accorto nessuno)
Stesso fomentone per ‘Was?’ e ‘Isacco Nucleare’ (a parte qualche trascurabilissima stecca), mentre ho apprezzato meno (un meno relativo, ovviamente) ‘Il Gulliver’, ‘Muori Delay’, non per l’esecuzione in particolare, ma penso che dopo Starless avrei avuto bisogno di una mezzora de silenzio totale pe ripiamme e ricominciare a ragionare in maniera decente.
Bella invece ‘Canos‘.

Chicca Per Il LOL: ‘Love Of My Life’.
lol.

Due i bis, per un totale di due ore di musica in cui nessuno s’è risparmiato niente. Tranne che non mi sembra di aver sentito nessun pezzo da ‘Il Suicidio Dei Samurai’. All’inizio pensavo di sì ma mi sa che tipo no.
Tutti han suonato qualsiasi strumento, anche se ho sofferto un po’ quando Luca si è spostato dalla batteria (NOOOO!! STAI LIII!!!) e se n’è andato a suonare la drum machine su uno dei pezzi nuovi. Vi vorrei dare i dettagli degli strumenti suonati da ciascuno, maffigurate se avevo modo e cervello di vedere e segnare tutto.
La storia dei coretti è figa, Omid è molto bravo ma il tutto dev’essere un po’ perfezionato (Roberta ‘potrebbe fare di meglio’).

Un ringraziamento special a tutti quelli che han caricato videi su iutub (almeno qualcosina oggi riesco a vedere), in particolare a lui/lei che ha caricato anche videi del 26.

Qualche bella foto, invece, qui.

[Silently]

Tendini&Vene: Showcase Acustico – Verdena Live @ Fnac, Porte di Roma, 25/01/2011.

26 gennaio 2011

Mettetevi comodi, cominciamo.

Di tutto lo spazio che hanno alla Fnac, per i Verdena c’era un angoletto rientrato senza palco, transennato con nastri. Devono essere amici con quelli della Feltrinelli anche se qui di cd ne avevano a volontà.

La gente stipata è già parecchia un’ora prima dell’inizio; a questo proposito come primissima cosa voglio ringraziare quella coppia di ragazzi che nonsoccome hanno convinto tutti quelli avanti a sedersi. Due geni, davvero, io vi stimo e vi aringrazio.

I primi ad arrivare sono Luca Ferrari e Omid Jazi (il quarto Verdena per ora, durerà? A me piace.) che cominciano a montare ed accordare; Luca ha uno scatolone magggico da cui estrae cose, una minifisarmonica viola, bonghetti, maracas, tamburelli, una valigetta bianca, battenti (le bacchette quelle coi tamponi di feltro alla fine), etcetc.
Controllano i volumi e fanno tutte quelle cose che la gente che fa musica da 15 anni nun me pare faccia più. Ne riparleremo, prima o poi.

Arrivano anche Alberto e Roberta e anche loro provano volumi e accordano roba.
E’ tutto molto intimo, e durante la prova dei volumi parte così senza preavviso una cover dei Beatles, ‘That Means A Lot’. E’ tutto molto lovvoso.
A ruota segue ‘Baby’s in Black‘, ma si capisce che stiamo ancora nel vivo del soundcheck: infatti Alberto dice che stiamo aspettando John.
Tutti a chiamare John, John dov’è, John chicazz’è, e per ingannare il tempo Alberto improvvisa una versione acustica di Valvonauta che un modo migliore per ammazzare il tempo io non l’ho mai sentito.
Sarà che son vecchia e affezionata alle mie canzoni adolescenziali.
Ma John ancora non si vede, John chi, John il giornalista, addòs’è ficcato John; alla fine i 4 se ne vanno a fumare.
Nel frattempo un demente in maglioncino rosa (ROSA, davvero), ignorando completamente la corsia lasciata libera apposta per raggiungere l’area del concertino, comincia a pestare le mani alle ragazzine sedute a terra per raggiungerla.
Quando gli chiedo gentilmente dove pensa di andare, risponde ‘A presentare un disco’.
Che eroe.
John.
Dev’essere un soprannome perché quel tizio aveva una faccia da Mario (senza offesa per i Marii), una vocetta da dirigente medio represso, la simpatia di un puntaspilli, il cipiglio da ESPERTODIMUSICA nonché il già succitato maglioncino ROSA.

UPDATE: il John in questione trattasi di John Vignola (e non di Mario). Grazie a Giuglia che mi svela l’arcano e mi fornisce materiale d’appoggio alle mie tesi.

Quando i 4 giuovini si riapprossimano ai propri posti, Mr. Simpatia-John li ‘presenta’ (era già un quarto d’ora che suonavano, praticamente) dicendo che la musica dei Verdena non ha bisogno di presentazioni. Però continua a straparlare di ‘intento cabalistico’ della scelta di inserire 27 tracce nell’ultimo album, 27 come il numero degli anni a cui muoiono le rockstar (CobainJoplinBonhamHendrixMorrison etcetc). Candido come la neve Alberto dice che no, non c’avevano proprio pensato mai.

Ma sorvoliamo e passiamo al concerto.

 

Le facce di Alberto e la maglietta degli Iron Maiden: a proposito di lol.

E’ stata una cosetta breve ma intensa, di musica neanche un’oretta; i ragazzi erano abbastanza rilassati e dopo la falsa partenza AspettandoJohn tutto è filato liscissimo.

Scaletta per i più pignoli, inclusi i pezzi del soundcheck:

– That Means a Lot – Beatles
– Baby’s in black – Beatles
– Valvonauta
Le Scarpe Volanti
Razzi Arpia Inferno e Fiamme
– Miglioramento
Rossella Roll Over
Castelli in Aria
E’ solo lunedì

Chicche: una minintervista fatta da Mr. Simpatia John in cui gli chiedeva se avevano dovuto scartare qualche pezzo, se avevano ascoltato qualcosa in questi 4 anni o se avevano solo suonato: Alberto gli dice che no, avevan solo prodotto il cd ma John gli voleva far dire che avevano ascoltato Battisti e Brian Wilson.
Battisti si sente tanto in ‘E’ Solo Lunedi’ (”Io Vivrò/senza te”), mentre un po’ di Beatles li potete ascoltare in Rossella Roll Over, che comincia con una parodia di Obladi-Obladà.
Prima di attaccare ‘E’ Solo Lunedì’ Alberto la introduce come ”Un pezzo in re minore, come consigliano i Quintorigo” e in effetti verso la fine della canzone poi azzarda un qualche gorgheggio strano di quelli à la John De Leo. Mi ha fatto molto ridere.
E mi ha fatto anche molto ridere l’accenno LedZeppeliniano alla fine di Rossella Roll Over, un paio di versi a citare Babe I’m Gonna Leave You, così en passant.

Bella anche tutta la storia dei coretti, pensavo che avrebbero un po’ infrociato la situazione, e invece niente, sono un’evoluzione perfetta.

Best Performance a Luca Ferrari, ovviamente. All’inizio ho rosicato perché non aveva la batteria, eccheccazzo proprio nell’introdurre le canzoni del cd nuovo che è il suo capolavoro mi si deve presentare coi bonghetti e il tamburello.
Ma ovviamente, stronza io, perché Luca ha suonato tutto quello che gli capitava a tiro, l’asta del microfono, lo sgabello, la minifisarmonica, spesso la batteria l’ha cantata chino sul microfono dei bonghetti che ogni tanto Alberto glielo doveva aggiustare tanto si dimenava.
Roberta sempre composta, un po’ timida; Alberto invece spigliato come raramente l’ho visto (essì che ne ho visti de concerti dei Verdena); il nuovo acquisto (Omid) preciso e scorettante senza essere invasivo (tra l’altro presentato da Alberto come il loro amplificatore, il Fender); ma quello che proprio mi fa uscire ai matti è Luca, io non smetterei un secondo di guardarlo, è tipo una macchina da musica.
A volte penso macchejedice er cervello a questo? Tipo su ‘Miglioramento’ ha ricoperto i bonghetti col suo maglione e l’ha suonata tutta così, coi battenti sui bonghetti ricoperti col suo maglione.
Ma alla fine ha sempre ragione lui. Un genio, davvero.
E’ secco da far paura, gli avambracci minuscoli mostrano solo tendini e vene, che poi dev’essere tutto ciò che gli serve per suonare: tendini e vene.

[Silently]

E andiamo a vedere… (Le Luci Della Centrale Elettrica @ New Age, Treviso 21/01/11)

25 gennaio 2011

Se c’è un musicista che può spaccare il pubblico sulla qualità dei suoi live, è questo qui:

Ha riempito un locale, ma metà della gente con cui ho parlato dice che non gli è piaciuto. Chi non sopporta i testi, chi dice che è stonato (beh, su questo è indifendibile), chi l’ha trovato troppo pretenzioso, chi banale…
Cosa dico io? Boh, a me è piaciuto…
Sarà che avevo già letto qui che i suoi live possono lasciare delusi anche i fan più accaniti. Sarà che, non essendo un fan sfegatato, parto avvantaggiato: non può cadere troppo chi non è su un piedistallo. Sarà che non ho dovuto pagare il biglietto (mi piace vincere facile)…

Io ci speravo in un concerto quasi unplugged, chitarra scordata, voce e il violino di Rodrigo D’Erasmo (Afterhours). Invece cosa mi trovo… * rullo di tamburi * un percussionista! E in alcuni pezzi batteva, eh! Suoni che riempivano, volumi troppo alti. Ora, non so che dimensione voglia dare Vasco Brondi ai suoi live, ma secondo me non ha capito perché al pubblico piace la sua musica. Come dice anche Silently, credo sia quel suono di chitarra sporco, quel cantare un po’ incerto, come uno che strimpella le sue corde a notte fonda in Piazza Santo Stefano, con un paio di amici e una bottiglia di vino scarso, pronto a prendersi gli insulti da chi vuole solo dormire e non pensare. Brondi incarna tutti quei sedicenni che suonano nelle loro stanzette. Succede poi che un Vasco su mille riesca a sfondare: allora diventa il rappresentante di tutti quelli con velleità artistiche ma poca tecnica, con pacchi di canzoni in un cassetto (e il sottoscritto è fra questi). E’ per questo che piace, perché non è una rockstar genio e sregolatezza, è un ragazzo che strimpella.

Mi posiziono un po’ lontano, in alto per vedere meglio il palco: sotto il pubblico è assorto, silenzioso. Di rado mi è capitato di sentire un tale silenzio prima di un concerto: avevano davvero voglia di ascoltarlo!
Le percussioni mi spiazzano di brutto, però spara “Cara Catastrofe”, “Piromani” e “Quando Tornerai dall’Estero”  fatte (quasi) come le volevo io: emozionate e emozionanti. Il pubblico è fermo, non si muove. Ascolta e ogni tanto canta in coro pezzi di canzoni.

Perle ai pirla: una irriconoscibile cover di “Trafitto” dei CCCP. Dai, anche noi tifiamo rivolta, ma questa volta hai pisciato un po’ fuori dal vaso, per usare una fine metafora: così brutta che l’ho riconosciuta solo dal testo! Batteria pestatissima; melodia sparita nel nulla; finale con casino di violino; recitato, non salmodiato… ma soprattutto: HAI DOVUTO LEGGERE IL TESTO! Plaudo anyway il coraggio di reinterpretare la storica band emiliana, che nessuno ha (ri)conosciuto, visti i pochi, incerti applausi.
E stendo un velo pietoso sul riarrangiamento di “Lacrimogeni”, una delle mie preferite, irrimediabilmente storpiata.
Il concerto prosegue, si risolleva man mano che ci avviciniamo al finale, ma allo stesso tempo  sembra stia andando tutto in vacca, anche la mia attenzione. E non è per colpa delle birre.
Si congedano con “Per combattere l’Acne”. Il pubblico diventa l’esercito del Sert, cantando in coro ogni parola. E pure io, nonostante non sia una delle mie preferite, provo per empatia la sensazione di stare ascoltando un capolavoro. E poi chi non vorrebbe fare dei rave sull’Enterprise?

Un ovvio bis di tre canzoni, “Le ragazze kamikaze” come finale. Ormai lo scazzo aveva preso il sopravvento: tutto prende una piega punk, con suoni irriconoscibili, Vasco che urla, sbraita sbattendosene altamente dell’intonazione, trascinando il microfono in giro e infine buttandolo a terra.
E quando pensavo fosse tutto finito… il buon Brondi esce di nuovo e ci regala un altro paio di accordi di “Stagnola”, così scazzati e unplugged, con la voce roca e la passione di chi vorrebbe solo bersi una birra e fumarsi una sigaretta in pace. Probabilmente è questo il momento che più si è avvicinato a quello che mi aspettavo io dal suo concerto.


Diciamo che, per ammazzare il tempo, ci siamo sconvolti.

[grazie ad Alessandra Donadel per i video e Paolo Gazzola per (una) foto]

[Deniz De Gray]

Forse Gesù direbbe WOW se fosse qua (Verdena @ Apartaménto Hoffman, Conegliano-TV 20/01/11)

23 gennaio 2011


Data zero del nuovo tour dei Verdena: un “secret show” per un numero limitato di persone (dicono 300, su 1200 richieste, il massimo che effettivamente poteva reggere il locale) visto che il tour vero comincia il 26.

Premessa: i Verdena li ho scoperti dopo una festa devastante nel 2000, quando facendo pulizie ho trovato il loro primo CD abbandonato fra i miei. Non ho mai scoperto chi lo avesse dimenticato, ma lo ringrazierò per sempre. Da allora, questo è il 4° loro concerto che vedo: con Verdena in un grande rock club (2000); con Solo Un Grande Sasso era in un tendone a una festa paesana (2002); per Requiem ero ad un festival all’aperto (2007). Ogni volta un album totalmente diverso dai precedenti, ogni volta un’esperienza totalmente diversa.


Questa volta era un locale davvero piccolo, tanto che se allungavi le mani potevi rubare il basso a Roberta. Forse la location non era delle migliori: faceva caldissimo, eravamo superpressati, l’acustica del locale non è fatta per quei volumi da sberle in faccia. In poche parole, opinione comune: si sentiva un po’ di mmerda e un paio di problemi tecnici non hanno aiutato. Però la carta da parati, il fumo, i giochi di luce, il lampadario di cristallo e l’essere a due metri dai musicisti davano un tono davvero intimo, indie, da band emergente. E, da quello che ho sentito, questo calza a pennello con lo stile delle canzoni di WOW.


Ma parliamo di musica.
Se uno si aspetta i Verdena un po’ punk degli esordi, il rockettone di Requiem, o anche solo qualche rivisitazione di pezzi vecchi, resterà deluso. “Muori Delay“, “Non prendere l’acme, Eugenio” e “Canos” sono (purtroppo?) gli unici brani già noti: il resto sono solo pezzi nuovi da WOW. Bene allora, vediamo un po’ come sono i Verdena dopo 4 anni di silenzio.
Non ci sono neri e blu, non ci sono cristi che sanguinano in questo concerto, niente grunge dei primi album, niente riffoni di chitarra: anzi, la chitarra si sente davvero poco! C’è pianoforte, tanta sperimentazione, tantissima psichedelia, un pizzico di noise. Prevalgono i pezzi lenti, riflessivi, ma pestati: maggiore maturità e maggiore complessità. Luca si conferma un batterista coi controca$$i: batte come un pazzo ma tira fuori dei ritmi geniali e assurdi. Per me il migliore è lui. Il basso di Roberta saliva dai piedi e riempiva tutto. Alberto, beh, lui sperimentava alla faccia nostra, molto più spesso davanti ai tasti che non alle 6 corde. Lo sconosciuto tastierista (Omid?) era il suo doppleganger, riempiendo gli strumenti che man mano lasciava vuoti spostandosi per il palco. Si, un paio di pezzi, sebbene lenti, erano molto catchy, prendevano fin da subito, ma per il resto la mia reazione media era: “ok, neanche questo pezzo lo conosco… strano, faccio fatica a seguirlo… però bello, vorrei riascoltarlo meglio”. Nelle derive strumentali finali mi trovavo a ondeggiare, onestamente trasportato dalla canzone, svegliandomi di colpo e pensando che WOW, nomen omen, descrive molto bene la reazione dell’ascoltatore. Questo è l’effetto di brani come “Lei disse…” o “Razzi, arpie…” In più di un’occasione mi sono trovato a sorridere, per ritmi di batteria bizzarri, passaggi che sembrano proprio delle prese per il culo del rock duro e puro (vedi Il Nulla di O?). Notevole Attonito praticamente sludge metal, molto breve, con batteria che batte e voce graffiata , l’unico dei pezzi nuovi a scatenare un po’ di onesto pogo fra il pubblico. Sul versante opposto, non mi è piaciuto per niente il pezzo con la batteria elettronica. Qui e là forse ho colto Radiohead, Dresden Dolls, Doors, Marlene Kuntz, Grinderman, una batteria doom e una melodia alla Bjork, ma questi sono problemi miei, voi fate finta che non abbia detto niente…


Risultato finale: sorpreso e soddisfatto, col desiderio di ascoltare il cd per capire se le canzoni sono davvero belle o se sono stato condizionato dal live. Non so se questa sarà la scaletta del tour: forse hanno scelto soprattutto pezzi tranquilli per evitare di scaldare gli animi in un posto tanto piccolo. Col senno di poi, avrei preferito vedere il concerto in un teatro, seduto. In ogni caso consiglio vivamente un ascolto preventivo di WOW, in modo da non arrivare impreparati e gustare meglio il concerto.

note varie:
+1 alla maglietta di Luca raffigurante Ratzinger  :D


+1 a Roberta: quando qualcuno urla “C’è gente che sta male! Aiuto! C’è gente che sta male”, lei risponde “Questa canzone la dedichiamo alla gente che sta male
-1 all’imbarazzante taglio di capelli di Alberto
-100 al tizio che ha urlato “Roberta nuda”: non siamo capaci di valutare le capacità artistiche di una persona al di là del suo essere donna? Cioè, se sei donna l’unica cosa che puoi fare è spogliarti? Questa è l’Italia, maledizione…
R.I.P. la testata Orange che è partita a 2/3 del concerto.

[Grazie infinite ad Alessandra Donadel e Caterina Mognol per le ottime foto e video!]

[Deniz De Gray]