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Ebook reader: una storia di Amore-Odio

25 febbraio 2015

La mia avventura nel mondo degli ebook reader comincia a Natale 2012, grazie ad un regalo: il Kindle di Amazon.

Parliamo proprio della preistoria dei reader di Amazon, che adesso non si vende neanche più. Il massimo della tecnologia che può sfoggiare è la connessione wi-fi per scaricare i libri. E basta.
Non è touch, non è a colori, non è retroilluminato, non è niente: è uno schermo su cui si possono leggere le parole.
Senza luce non si legge, e le pagine si girano con un pulsantino invece che scorrendo un ditino sullo schermo, ma ha comunque i suoi pregi: è la cosa che effettivamente più si potrebbe avvicinare ad un libro di carta, la batteria dura settimane intere, e in borsa pesa come un pacchetto di sigarette. Vuoto.

Inizialmente ero scettica, non pensavo che sarei riuscita davvero ad abbandonare del tutto i libri di carta; ma mi buttai comunque a capofitto e con convinzione nella nuova avventura.
Registra il dispositivo, fai l’account, comincia a scaricare libri aggratis per vedere come funziona, setta le impostazioni, etc etc.
Mi conquistò immediatamente, soprattutto perché ogni giorno Amazon propone delle offerte di libri, solitamente 3 titoli, dai 0,99 a 2,99 euri, con sconti molto forti sul prezzo iniziale, anche 90%. Certo, non sono sempre titoli interessanti, ma il numero fa la forza: con 3 libri al giorno a quei prezzi ridicoli, qualcosa da leggere si trova sempre, soprattutto se non fate gli schizzinosi intellettualoidi e ogni tanto vi abbassate anche a leggere un romanzo di u autore che non abbia mai vinto un Nobel per la letteratura.

In più, il Kindle primordiale è talmente piccolo e leggero che il 95% dei libri di carta che possiedo non regge il confronto, e dulcis in fundo, contiene più libri.
Tanti libri.
Tutti quelli che ti servono per sopravvivere.
Tutti quelli che non troverebbero mai spazio in 35 mq di casa abitata da 2 persone.

Ora, capisco che per qualcuno queste ragioni non siano affatto sufficienti a considerare l’abbandonare la carta, ma per me sì. E lo sarebbero anche per tutti i pendolari delle grandi città del mondo.
Il mio viaggio da/verso l’ufficio è un quotidiano esodo biblico che prevede quasi un’ora di metropolitane e 20 minuti di camminata a piedi. Più ritorno.
Capirete bene che la leggerezza della borsa e la manovrabilità del Kindle ti salvano la vita, soprattutto perché ti permettono di leggere E voltare pagina utilizzando una mano sola, lasciando libera l’altra di scaccolarti, pettinarti, aggiustarti i pantaloni, farti lo shampoo o reggerti agli appositi sostegni della metropolitana.
Insomma, per i primi mesi fu un vero idillio. Non mi mancava molto neanche girare per le librerie vere, a dir la verità.

Nel complesso, risparmiavo (anzi, risparmio tuttora) denaro, tempo e spazio.

E l’odio del titolo, allora?

Ah sì, QUELLO.

E’ cominciato a crescere dentro di me dopo qualche mesetto dall’inizio del nostro idillio.
Io leggo per puro piacere, semplice passatempo, non certo per studiare o memorizzare, mi piace intrattenermi con belle storie scritte bene. Punto.
Il problema mi si è però cominciato a presentare quando mi sono accorta che non ricordavo mai né l’autore né il titolo del libro CHE STAVO LEGGENDO IN QUEL MOMENTO.

Com’è possibile? La risposta è abbastanza facile: non avendo mai il libro vero e proprio tra le mani, la semplice vista (e conseguente memorizzazione inconscia) che avviene quando tiri fuori il libro dalla borsa, lo prendi in mano e poi lo apri, si perde completamente.
Il titolo e l’autore del libro li leggerai si e no 3 volte: quando lo scarichi, quando lo cominci, e quando lo finisci.

Per me, 3 volte non sono sufficienti. Per quanto mi possa essere piaciuto il libro, l’unico modo per fissarlo davvero nella mia memoria è scriverci una recensione, altrimenti è andato, perso. Come se non lo avessi mai letto.
Ora, va bene che non ci studio e che leggo per puro divertimento, ma così è veramente troppo!

Ma la fonte del mio odio non è limitata solo a questa causa.
Trovo anche ESTREMAMENTE frustrante non poter scorrere le pagine.
Non sapere quanto manca alla fine o quanto ho già letto dall’inizio; non poter scorrere indietro fino a trovare il nome di quel personaggio citato a inizio libro; non poter leggere agevolmente le NOTE!!!
Le NOTE SONO IMPORTANTISSIME! Pensate a come potrebbe essere leggere un libro di D.F.W. senza facile accesso alle note: è IMPOSSIBILE! Tanto vale non leggerlo!

Vabbè Silvia, ma allora smetti di usarlo e comprati i libri veri, mica c’è un manipolo di terroristi che ti costringe con la forza ad usarlo, ‘sto Kindle.

EH NO! E’ per questo che lo odio! Ormai mi sarebbe impossibile rinunciare alla comodità pratica di cotal oggetto.
Non ho spazio in casa, non ho spazio in borsa, non ho tempo per la visita fisica alla libreria, non ho soldi per comprare tutti i libri che vorrei leggere a 18 euri l’uno!
Io ormai sono dipendente dal mio Kindle. E odio essere dipendente dal Kindle, ma, ad esempio, l’anno scorso ho letto Il Conte di Montecristo, e Guerra e Pace: come avrei mai fatto a portarmeli in giro quei mattoni infiniti?
E finire un libro la mattina, ed avere la possibilità di cominciarne subito un altro? E’ insostituibile.

Eppure, continuerò a rimpiangere tutte quelle azioni, coscienti o non, che mi aiutavano davvero a capire un libro nella sua interezza: il controllare un fatto dimenticato successo nel Capitolo 2, o rivedere l’albero genealogico o la mappa dei territori della storia all’inizio del libro, o leggere agevolmente le note che spesso sono inutili, ma che a volte ti risolvono la storia.

CONSIGLIO FINALE: Non comprate un ebook reader. E’ come l’eroina: non potrete più farne a meno, ma rimpiangerete di aver iniziato.

La Scopa Del Sistema – David Foster Wallace

24 settembre 2013

laScopaDelSistema
È imbarazzante tentare di scrivere una recensione su un qualsiasi tipo di scritto di David Foster Wallace. Il problema fondamentalmente è che lui era un genio, e tu? Tu chi ti pensi di essere per dare un giudizio sul primo romanzo di David Foster Wallace?
Tipo NESSUNO, però, visto che mi è piaciuto moltissimo, potrei provare a sprofondarmi in qualche trilione di elogi, cercando di motivarli in maniera decente.

Allora in generale: DFW, quando lo leggi, ti fa sentire intelligente.
Ma non generalizziamo: in questo romanzo in particolare, quasi niente è veramente SPIEGATO. Il 90% della storia e del contesto è semplicemente desumibile da quello che, più che un romanzo, sembra una sceneggiatura, dove il parlante non è quasi mai indicato, ma anch’esso è deducibile dal contenuto delle prime battute. A volte è più difficile di quello che potrebbe sembrare.

La storia in sè in realtà non ha inizio nè fine, è come se fosse una grande piazza al centro di una grande città.
DFW ti spiega a grandi linee l’architettura e la storia della cattedrale e del palazzo municipale e della fontana, e poi ti indica col ditino le viuzze che si dipartono dalla piazza, dicendoti verso di là c’è il panettiere, di là il cinema, di là l’ospedale, ma non te li descrive nè ti porta veramente a visitarli, così tu stai lì e cerchi di immaginarteli, cerchi di capire se sono strani e creativi e geniali e pittoreschi come la cattedrale e la fontana e il palazzo municipale che stai guardando.

Ci sono delle immagini, delle situazioni che ogni tanto mi hanno fatto venire in mente La schiuma dei giorni di Vian. È stato come intravedere dei piccoli bagliori di affinità tra due genialità completamente diverse.

La lettura non è impegnativa come quella di alcuni dei suoi racconti (ad esempio Brevi Interviste Con Uomini Schifosi), manca del tutto il pachidermico ed ingombrante impianto delle note, che più avanti nella produzione letteraria di DFW diventerà un intricato sistema a scatole cinesi che io faccio sempre molta fatica a decifrare.
Certo che non parliamo neanche di un libro scorrevole, eh? Non vi pensate di leggere un abbozzo di storia favolosa nello stile harrypotteriano.
Wallace è Wallace anche nel suo primo romanzo: i periodi sono lunghi ed ingarbugliati e a volte ritrovarne soggetto e verbo e metterli insieme vuol dire come minimo rileggere la frase un paio di volte.
Ma poi la rileggi, la capisci, e ti dici AH QUANTO SO’NTELLIGGGENTE!

Ti da’ soddisfazione, ecco.

Penso anche che il traduttore (Sergio Claudio Perroni) abbia fatto un lavoro strepitoso.

Penso anche che secondo me lo dovete leggere.

Ah e penso pure che, se avete l’edizione Einaudi Stile Libero, dovreste saltare la prefazione di Stefano Bartezzaghi. Semmai la leggete dopo, perchè prima pare di ascoltare la spiegazione di una barzelletta che ancora non avete sentito.
Fastidioso.