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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 5 di ???

18 novembre 2010

Money money money

La cosa più scomoda della posizione di un dottorando è la sua ambiguità:  infatti un dottorando è uno studente, ma al tempo stesso un lavoratore. Questo lo rende carico di responsabilità, ma con la continua frustrazione di essere perennemente l’ultima ruota del carro… Inoltre il dottorato è una fase transitoria, al termine della quale è molto frequente passare diversi mesi a spasso. Questo aggiunge all’incertezza lavorativa quella economica.  E l’incertezza economica è il vero motivo per cui le università italiane si svuotano: la gente non ce la fa, o emigra o si mette a lavorare nel privato. Per questo motivo è importante arrivare alla fine del dottorato non solo con i conti in pari, ma anche con dei piccoli risparmi che permettano di tirare avanti qualche mese, perchè la ricerca in italia è roba da ricchi. O da schiavi.

Dottorandi senza borsa.

Avete vinto il concorso del dottorato ma non siete arrivati entro la prima metà o peggio (le borse disponibili devono essere almeno quanto la metà dei posti) Questo vi dà la fantastica opportunità di lavorare per almeno tre anni e mezzo gratis, alla modica cifra di una tassa universitaria che oscilla tra i 500 e i 1400 euro annui…
E chi sta meglio di voi? Vediamo subito come porre rimedio a questo tragico colpo di fortuna. Innanzitutto, presentiamo la fata turchina della nostra favola, il coordinatore del dottorato. Il coordinatore del dottorato è una figura buona e caritatevole che si smazza tutte le rogne dei dottorandi, tipicamente a titolo gratuito. Solo una grande passione e una fede nel suo compito può giustificare questo onere autoinflitto, quindi in genere il coordinatore è una figura di riferimento importante. Almeno all’inizio.
Pertanto se siete senza borsa il consiglio è quello di andare a bussare dal coordinatore e chiedere le seguenti cose: chi nel corpo docenti può rimediarvi una borsa privata (sì, esistono per davvero) e l’esonero delle tasse (sì, esiste pure lui). Infatti il consiglio di dipartimento può dispensarvi dal pagare le tasse con una delibera apposita.  Siccome le iscrizioni scadono a dicembre e il consiglio si riunisce al più una volta al mese, questa è una delle prime cose che vanno fatte appena semi-vinto il concorso.

Dottorandi, eterni studenti.

I dottorandi sono studenti universitari. Pertanto: hanno diritto a mense, accesso ai centri sportivi e ricreativi universitari (sì, esistono), accessi nelle biblioteche, convenzioni universitarie con cinema e teatri, sconti sui mezzi pubblici. Credo che la questione degli alloggi sia più delicata, informatevi.
Ricordatevi che se siete borsisti questo vi colloca nella fascia contributiva più bassa: infatti non siete più a carico di mammà e papà e quindi la vostra borsa da circa 12000 euro netti (che non è uno stipendio, quindi non va dichiarata) non si cumula con il loro (o il vostro) reddito. Fatelo presente ogniqualvolta serve, tipo per la mensa. Veementemente.

Dottorandi, un popolo cosmopolita.

Durante un dottorato si viaggia molto: ci sono le conferenze, le visite a professori all’estero, le scuole estive. E tutte queste cose costano tanti soldi. Una conferenza, per esempio, ha generalmente un costo di iscrizione, poi ci sono le spese di viaggio, vitto e alloggio, la social dinner. La professionalità di un dottorando si vede nella sua non-disponibilità nel mettere questi soldi di tasca propria. Chi ce li dà? Loro:
1. scrivere agli organizzatori della conferenza e chiedere se è previsto “a financial support for students”. In genere così spese di conferenze e alloggio si riducono, se non si annullano del tutto. Lo stesso vale per i professori che visistate: potete provare a chiedere di essere invitati a spese loro.
2. attingere al fondi di mobilità per le missioni dei dottorandi, previa autorizzazione del coordinatore di dottorato.
3. in genere i fondi di mobilità sono ridicoli, bastano per una conferenza l’anno. Quando finiscono non esitate a chiedere soldi al vostro professore, specie se lui non va alla conferenza: del resto le può sempre considerare come spese di rappresentanza ;)
4.prenotate con largo anticipo, appena decidete di andare, per abbattere spese di viaggio e alloggio. Booking.com è un ottimo riferimento per trovare alberghi dalle parti delle università.
5. I giorni trascorsi all’estero danno diritto ad un incremento del 50% della borsa e sono cumulabili. Quindi se state fuori 15 giorni in un anno sono circa 250 euro riguadagnati. Ricordatevi sempre di farvi fare l’autorizzazione per la missione dal coordinatore e di richiedere un attestato di partecipazione in cui sono indicati i giorni di arrivo e di partenza. Se andate da un professore, basterà una sua dichiarazione in carta intestata in inglese.

Dottorandi, grandi lavoratori pubblici.

Una fonte di guadagno extra ma fondamentale sono i tutoraggi e i corsi in codocenza (ossia una parte del corso, tipicamente un terzo delle ore frontali previste, viene affidata a voi). La paga è bassa e arriva anche dopo molto tempo, ma: innanzitutto non si butta niente, secondo la didattica fa curriculum e terzo la didattica rafforza la vostra posizione all’interno del dipartimento. Può succedere che la soddisfazione di un professore per un bravo assistente si trasformi in aperto appoggio politico durante la discussione della tesi o futuri concorsi. Per accedere a queste posizioni bisogna fare un concorso pubblico, ma la cosa migliore è contattare preventivamente il titolare del corso, perchè la didattica è una questione delicata e i professori vogliono essere sicuri di avere accanto persone valide (e anche un po’ sottomesse). Cosa che un bel curriculum da solo non necessariamente può garantire.

Dottorandi, grandi lavoratori privati.

Le ripetizioni sono un classico intramontabile per sopravvivere ad un dottorato, specie senza borsa o a borsa finita. A seconda dei periodi potete dedicare senza rimorso alcuno dalle 4 alle 8 ore settimanali a questa nobile attività e ricordatevi:
1. chiedete un compenso adeguato. Infatti avete studiato almeno quanto uno psicologo (da 50 euro ai 100 euro a seduta), infinitamente di più di un’estetista (dai 30 ai 40 euro l’ora per un massaggio), decisamente di più di uno studente universitario (10-15 euro l’ora per ripetizioni alle superiori) . Svalutare il vostro lavoro è una mortificazione inutile e controproducente. La gente pagando ha la tranquillizzante sensazione (giusta) di ricevere un servizio di qualità. A volte un compenso giusto è un buon biglietto da visita.
2. potete denunciare sulla vostra dichiarazione dei redditi quello che guadagnate con le ripetizioni. Esiste una soglia al disotto della quale quello che guadagnate non va denunciato, al di sopra basta rilasciare una ricevuta e accluderne copia al modello unico.
3. evitate imbarazzanti questioni deontologiche. Niente lezioni a gente del vostro dipartimento. Tutto il resto del mondo vi aspetta!

Esiste inoltre tutto un mondo di corsi appaltati alle università da altri enti pubblici e privati. In genere sono faticosi ma ben pagati, quindi è un circuito nel quale vale la pena cercare di inserirsi.

Dottorandi, gente che sa aspettare.

Se avete pianificato un periodo di alcune settimane all’estero alla scadenza della vostra borsa di dottorato, avete diritto a recuperare l’incremento del 50% della borsa chiedendo una sospensione della borsa con riattivazione alla partenza. Se ad esempio dovete stare fuori 4 mesi, a 6 mesi dalla partenza iniziate a fare domanda, rivolgendovi all’ufficio dottorato della vostra università.
Certo, avete fatto la fame per 4 mesi in Italia, ma questo investimento vi restituirà al ritorno un guadagno netto di circa 2000 euro. Questo ovviamente presuppone che voi siate in grado di stare 4 mesi senza borsa e campare all’estero con solo 1000 euro al mese, cosa non da tutti. Solo da ricchi. O da schiavi.

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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 4 di ???

10 novembre 2010

Come parlare in pubblico

Il lungo percorso che porta da un’idea ad un risultato scientifico si può articolare nelle seguenti fasi:

1.  farsi venire un’idea, che di solito consiste nell’impercettibile miglioramento di idee avute da altri

2.  dimostrare che la suddetta idea è sensata e scriverla per bene sotto forma di articolo

3. capire a cosa serve questa cazzo di idea, per riempire l’introduzione del suddetto articolo

4. accertarsi che quest’idea non l’abbia avuta nessun altro (no, contrariamente al buon senso è una delle ultime cose che si fanno). Se leggiamo da qualche parte la nostra brillante idea è un risultato “classical, trivial, well known, a direct /straightward/immediate consequence of…, whose proof is left to the reader, a crap” si torna al punto 1. Abbiamo scherzato. Scherzato per mesi.  Che divertimento.

5.  rimpinguare la bibliografia, possibilmente con articoli di nostri collaboratori, nella speranza che loro rimettano a noi l’impact factor che noi rimettiamo ai nostri relatori. Amen. L’impact factor è una misura della validità di un articolo: più viene citato più vale.

6. mandare questo sudato prodotto ad una rivista nella speranza che venga pubblicato. (La scelta della rivista è un mistero che non sono ancora riuscita a permeare. Vi farò sapere)

A quel punto parte il tour promozionale, che poi è il vero oggetto di questo post. Quando si ha un risultato nuovo è fondamentale diffonderlo il più possibile, presentandolo a conferenze, seminari, workshop e quant’altro. In queste occasioni si creano importanti contatti che in realtà sono il vero obbiettivo di un dottorato di ricerca.

Il problema è che parlare in pubblico, specialmente in uno stentato inglese scolastico, può essere una delle esperienze più imbarazzanti della vita. Per esperienza personale vi posso dire che ci si abitua: dopo un bel po’ di figure di merda uno impara. Impara che? Impara a parlare inglese decentemente, impara a superare la paura delle domande alla fine, impara a superare la paura che non ci siano domande alla fine, impara perfino a non far addormentare la platea. Ma fino ad allora sono cazzi. Per sopravvivere al primo talk ci si può regolare così:

1. preparare con cura maniacale le slides: devono essere poco dense, con pochi colori possibilmente riposanti (bianco, grigio, celeste, verdolino), poco tecniche: se uno è interessato ai dettagli se li legge sull’articolo. Se uno non è interessato ai dettagli a sentirli si rompe i coglioni: per quanto ne siate orgogliosi, non imponeteli alla platea. Le figure e le animazioni sono le cose che vengono ricordate di più: esagerate. Ma con sobrietà.

2. preparare con cura maniacale il discorso: non vergonatevi di scriverlo e impararlo a memoria, lo hanno fatto tutti almeno una volta. E di solito questa unica volta è la prima :)

3. scacciate l’idea di essere ad un’interrogazione. Ormai gli esami sono finiti, dal giorno dopo la laurea tutto quello che la gente vorrà sentire da voi sono spiegazioni convincenti. Perchè nel 90% dei casi la gente, questi esimi e terrificanti professori,  ha solo una vaghissima idea di cosa state parlando. E se non li annoierete vi saranno grati per sempre. E forse vi daranno pure un postdoc tra qualche anno.

4. brevità: meglio ma molto meglio finire 5 minuti prima che un secondo dopo il tempo che vi è concesso. Perchè, allo scadere del tempo che vi è concesso, i vostri interlocutori inizieranno ad andare in astinenza da caffeina: dapprima si distrarranno e subito dopo passeranno dall’indifferenza all’odio.

5. informatevi su quanto tempo vi è concesso.

6. avete presente K., il dottorando con gli occhi da bambi in cui parlo in Fair enough for me? Fate come lui, nascondete l’imbarazzo in un sorriso alla gatto di shrek: l’istinto materno è un sentimento potente. Ma anche soggetto a rapida usura: la carta bambi si può usare una volta sola nella vita.Come per il discorso a memoria: la prima va benissimo!

Ultimo consiglio: ricordate sempre chi siete. E se state per parlare dei vostri risultati originali ad una conferenza internazionale, beh tanto schifo non dovete fare!

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 3 di ???

27 ottobre 2010

Come non dare di matto.

Nei paesi scientificamente evoluti i dottorandi vengono considerati una risorsa dell’università. Vengono impiegati, guidati, sollecitati e manutenuti, come qualsiasi altra attrezzatura del dipartimento. I dottorandi all’estero sono gente che lavora, con serenità e profitto. Sono cullati dalla sicurezza di un futuro meritatamente radioso.

Le coccole del futuro radioso non esistono per il dottorando italiano perché sa che alla fine del suo ciclo lo aspetta un impietoso collo di bottiglia. Su dieci neodottori di ricerca forse uno potrà proseguire la sua carriera in italia, tre-quattro emigreranno, gli altri sono destinati al precariato nelle scuole, al precariato nelle aziende private o direttamente alla disoccupazione.
Non che queste ultime siano attività da disdegnare in sè, ma uno non ha bisogno di perdere anni e salute a scrivere un libro pieno di risultati nuovi per poterle esercitare. Gli basta aver perso già mesi e salute per scrivere un libro di risultati non nuovi, quando si è laureato.

La difficoltà di accesso al mondo accademico dà al dottorando italiano la corretta sensazione che il futuro sia appeso ad un filo e l’errata sensazione di non potersi permettere nessun tipo di errore. Questo porta a scene pietose tipo questa:

“Gentile Prof.ssa Vattelappesca,”

no no troppo formale

“Cara Emmy…”

troppo poco formale

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo”

no forse è meglio la L

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
Le scrivo per chiederLe di spostare il nostro appuntamento…”

merda il correttore segna rosso

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo per chiederle di spostare il nostro appuntamento a giovedì perchè oggi ho avuto un contrattempo”

no no così sembra che voglio imporle il giovedì, invece a me va benissimo sempre

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo e volevo chiederle se possiamo spostarlo ad un altro giorno”

accidenti è ovvio che lo dovremo spostare ad un altro giorno, mica non vorrà vedermi mai più!

cazzo e se non vuole vedermi mai più?

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

Cordiali saluti

Anna”

Cordiali saluti è troppo

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Cazzo la é

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perché ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Ecco. Tempo di stesura: un quarto d’ora. Tempo di rilettura: altri dieci minuti. Densità di imprecazioni: 90%. Per una mail alla tua relatrice, la donna che vedi e da cui dipendi più di tua madre. Follia pura.

A queste problematiche grammaticali tutte italiane si aggiunge l’intrinseca difficoltà del fare ricerca. Si può rimanere anche per mesi al palo prima di progredire un po’. Si può imbroccare una strada senza uscita e buttare nel cesso settimane di lavoro.
La ricerca è un’attività noiosa, faticosa, frustrante nella maggior parte del tempo. Ma poi, una o due volte l’anno, ci si ricorda perchè si fa: arriva l’idea. Di fatto si vive per l’illuminazione, si vive per quel momento di pura chiarezza, si vive del cieco orgoglio di essere i primi al mondo ad arrivare alla soluzione.

Dunque…come non dare di matto? L’unica speranza è quella di fare leva sulla propria motivazione e di non isolarsi nelle proprie fobie.
L’originalità è la chimera di tutti i depressi: ma in realtà qualsiasi pensiero cupo vi tormenti, state pur certi che riposa in pace tra le righe dei ringraziamenti della tesi di qualche nostro collega.

[Anna]

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 2 di ???

20 ottobre 2010

Come tirare avanti.

Spesso si critica al sistema universitario l’assenza di meritocrazia. Non è vero. E’ solo che il concetto di merito è alterato: la capacità di gestire i rapporti con gli strutturati nei dipartimenti, l’aspetto politico diciamo, è importante quanto la produttività scientifica.
In altre parole anche se scrivete dieci articoli, ma siete degli stronzi o peggio ancora degli imbranati o peggio peggio ancora avete fatto incazzare il vostro professore, siete accademicamente morti. Stecchiti. Sepolti in una stanzetta polverosa. E senza neanche un pc da cui leggere ConversazioniMetropolitane.

Invece bisogna essere attivi e diplomatici: andare a tutte le conferenze, parlare con tutti, smazzarsi gli ospiti dei vostri professori a pranzo, lavorare, leggere molte pubblicazioni relative al vostro lavoro, lavorare, chiedere udienze settimanali al relatore, anche per non dire niente, lavorare, dire sempre la verità. Lavorare.

Mostrarsi sempre motivati e affidabili. Sempre. Sempre. Sempre.

Il perché di questa impellenza risiede in un’analisi dei professori dal punto di vista etologico ed economico.
I professori sono creature pavide ed opportuniste, atteggiamento rinforzato dalla ridicola esiguità dei loro fondi. Quando investono soldi, tempo ed influenza sui loro studenti, si sentono molto magnanimi: ma una qualsiasi fibrillazione può spaventarli.
La loro stima oscilla come in una dinamica di mercato: dando segno di non essere un investimento solido, farete crollare la vostra quotazione. E cosa fanno gli investitori con le azioni che crollano? Se ne disfano.

Ecco. Anche nella disperazione più nera, sempre motivati.

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) 1 di ???

30 settembre 2010

La scorsa settimana uno dei tanti piccoli cerchi della vita si è concluso: il mio professore, il mio mentore mi ha chiesto di consigliare un suo studente sulla scelta del dottorato. Il tizio era indeciso tra il dipartimento dove mi sono dottorata e la facoltà dove mi sono laureata e così mi ha scritto chiedendomi la mia esperienza. Ed è lì che si è rinnovata quella consapevolezza in me mai veramente acquisita: ho finito, sono fuori dall’incubo! Rispondergli non è stato per niente facile, ci ho messo più di un’ora a riordinare i pensieri riguardanti un periodo così incerto ed ansioso della mia vita. Ora, ebbra del conseguimento del mio primo assegno di ricerca (YEAHHHHH!), riciclo le mie perle di saggezza a favore del mondo.

1. Cos’è un dottorato di ricerca.

Formalmente è un percorso di studi e di ricerca post-laurea, della lunghezza di tre-quattro anni, che si conclude con la discussione di una tesi contenente tutti i risultati originali ottenuti, più una lunghissima introduzione, più una bibliografia contenente tassativamente tutta la produzione letteraria del proprio relatore: dal tema di licenza elementare alla lista della spesa dell’ultimo sabato prima della consegna del manoscritto.

Teoricamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere del ricercatore.

Praticamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere di sopravvivere alle magagne di dipartimento, all’ambiguità dei professori, all’oblio dell’inattività, alla paura per il futuro, alle infinite frustrazioni dati da temi di ricerca troppo difficili, inutili e/o malposti, alla dipendenza da caffeina.

2. Perchè fare un dottorato di ricerca. E soprattutto perché farlo in Italia.

Il dottorato e l’imparentamento con un rettore sono le uniche vie per accedere al mondo della ricerca o, più in generale, all’altra parte della barricata universitaria. Il solo motivo per cui un neolaureato dovrebbe imbarcarsi in un’impresa del genere è una delicata alchimia di fuoco sacro per la ricerca, amore per la propria materia, snobismo intellettuale, smodata ambizione, idiosincrasia verso gli orari di ufficio e orrore dei soldi. Se manca anche una sola di queste componenti tanto vale lasciar perdere. Non esiste un motivo al mondo per fare il dottorato in Italia, è sconveniente sotto tutti i punti di vista, tranne uno. Un culo troppo pesante. Come il mio, che ai miei tempi manco a Perugia sono voluta andare.

3. Come scegliere un dottorato in Italia.

In Italia esiste un solo criterio per scegliere dove andare: l’influenza dei propri contatti. L’unico contatto che un neolaureato ha è tipicamente il suo relatore ed è da lì che bisogna cominciare. Bisogna parlare col proprio professore dei propri progetti e dare retta a lui. Se vi manda in culo al mondo, andate.

Se invece siete stati scaricati dal vostro relatore, niente di grave ma la questua è l’unica strada percorribile. Prima ancora del concorso di dottorato, bisogna entrare in contatto con qualcuno del dipartimento di destinazione: leggere i suoi lavori più recenti, mettersi in condizione di parlare decentemente e sinteticamente della propria tesi e andare a bussare. Una volta ottenuta udienza, la frase “Ho letto il suo articolo…” deve essere tassativamente pronunciata almeno una volta e possibilmente entro i primi 10 minuti o le 1000 parole. Il professore deve vedere in voi l’affare, qualcuno che lavora, porta risultati e non rompe eccessivamente i coglioni. Visto che state sparando nel mucchio, tanto vale puntare ad uno grosso, possibilmente un neo-ordinario, potente, esperto ma ancora non rincoglionito.

4. La scelta del relatore e del tema di ricerca.

Insomma ce l’avete fatta. Il concorso è stato vinto, tra qualche mese inizieranno a pagarvi, siete dei fichi. I primi tre mesi, finchè non arrivano i soldi, è pacchia. Poi al primo bonifico inizia l’ansia: se mi pagano vorranno qualcosa da me, e mo? La cosa migliore è arrivare a questa fase con un accordo prematrimoniale firmato con qualcuno, di cui al punto 3. Se invece vi siete intrufolati nell’anonimato più completo, bisogna guardare nel dipartimento. E ricominciare con la questua. Non smignotteggiate con più professori contemporaneamente, il paese è piccolo, la gente mormora e ormai siete proprietà del primo con cui avete parlato seriamente di tesi.

Prima di cedere i prossimi tre anni della vostra vita ad un professore, è indipensabile aver appurato la sua disponibilità ad esercitare la propria influenza per mandarvi avanti. Ora, ottenere assicurazioni esplicite è impossibile, gli accademici non sono progettati per farlo ed estorcere loro una promessa è come costringere un prete a dare credito a Darwin. La loro religione, ossia il culto del discarico delle responsabilità, glielo impedisce. Bisogna fidarsi del lato umano e delle oggettive possibilità del professore. Valutate cinicamente e spassionatamente quanto conta, quanti soldi ha, quanti ne è disposto a spendere per voi.

Tenevi lontani dai geni ribelli, dai fighetti, dagli esauriti. Un dottorato è una navigata in acque tempestose, e nei momenti di delirio e follia il vostro relatore sarà la vostra ancora alla realtà. Meglio che sia un catenone piuttosto che una collanina dorata.

Il tema di ricerca è assolutamente marginale in questo discorso. Cercate di fare ricerca su qualcosa che va di moda. Ad esempio per i matematici le equazioni differenziali applicate alla biomatematica vanno benissimo. O, sempre per i matematici, roba da ingegneri: controllo, telecomunicazioni, trattamento di immagini.