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Verdena @ Atlantico, Roma, 09/03/2015

11 marzo 2015

Di recensioni sui Verdena questo blog è pieno zeppo, quindi stavolta non avevo intenzione di scriverla.
Però ho notato che in giro ce ne sono davvero poche (in realtà ho trovato solo questa, oltre a tante foto), e allora oh, mi sacrifico per il bene della cultura.
Lo faccio solo per voi, eh?

Iniziamo dall’inizio: i Jennifer Gentle.
A me, non sono mai piaciuti. Non li capisco: ci ho provato, ma niente. Li trovo sconclusionati, a volte frustranti, e non riesco ad apprezzarli in pieno, però facile che so io, eh? Ormai c’ho na certa, tanta roba nuova considerata di valore da gente più esperta di me io non la comprendo.

Quindi senza indugio alcuno, passo al piatto forte.
Il concerto inizia puntuale (meno male, sennò domani chi c’arriva in ufficio?) con 3 brani di Endkadenz, Vol. I. Ho già espresso in precedenza le mie personali perplessità su Endkadenz, ma devo ammettere che il muro di suono che mi ha investita con “Ho una fissa” mi ha positivamente sconvolta: dal vivo è stata una robetta niente male. Personalmente poi ho apprezzato moltissimo anche “Sci desertico”.
L’Atlantico era pieno, ma neanche troppo (ottima la scelta dell’organizzazione, visto che i biglietti erano sold-out da parecchio, di non stipare troppo il locale), con un’età media non troppo bassa, e tanta gente che ha già memorizzato l’ultimo album.
Invece mi ha fatto strano vedere tante persone, scalmanate e urlanti sui pezzi degli ultimi 2-3 album, rimanere tiepidine di fronte a “Starless” o “Valvonauta”.
Il che mi sembra comunque un buon segno della crescente e meritatissima popolarità dei Verdena, che stanno riuscendo a conquistare pubblico “nuovo”, oltre al solito zoccolo duro irriducibile da 15 anni.
E sicuramente il pubblico dell’Atlantico non può essere rimasto indifferente allo spettacolo di lunedì sera.
I suoni praticamente perfetti, un’amalgama impeccabile che una volta tanto fa ascoltare anche la voce di Alberto.
Al solito, tanti cambi di strumento soprattutto per lui, pochissima interazione col pubblico, insomma niente di nuovo nè di spiazzante. Qualche video proiettato dietro di loro, che non ha catturato molto la mia attenzione.
Il nuovo acquisto, Giuseppe Chiara, quasi invisibile complemento, perfettamente amalgamato nel tutto, ha fatto breccia nel mio cuore non facendosi quasi notare.

Ovviamente non ho stilato una scaletta, ero troppo impegnata ad emozionarmi, ma oltre alle già menzionate posso farvi rosicare pesantemente per non essere venuti (o compiacermi insieme a voi se c’eravate) con robetta tipo “Luna”, “Lui Gareggia”, “Attonito”, “Canos”, una esplosiva e sempre coinvolgente “Scegli me”, una sottovalutata dai più esigenti rompipalle “Muori Delay”, la spassosa “Loniterp” e le sempreverdi “Don Callisto” e “Requiem”.
Chiude il tutto “Funeralus”, che non mi convinceva già dal disco, e non mi ha entusiasmata neanche dal vivo.

Insomma, ma che c’è da dire su un concerto dei Verdena? Sono così potenti, emozionanti, energici senza essere mai presuntuosi. Sono sinceri, sono giovani ma maturi, fragili ma indistruttibili.
Fisicamente e socialmente lontani dal pubblico, che tanto a noi ci basta la musica buona fatta bene per uscire entusiasti ed affrontare con serenità la sveglia del martedì mattina.

Endkadenz Vol. I – il sorpasso dei Verdena.

13 febbraio 2015

Forse è troppo presto per scrivere una recensione, per me. Ancora non so neanche se e quanto mi sia piaciuto.

È che non posso ascoltarlo come tutti gli altri dischi, mentre cammino per andare a lavoro, o mentre lavo i piatti, perchè mi distraggo. È come se non richiedesse la mia attenzione, non mi rapisce e mi da il permesso di pensare ai fatti miei, ma al tempo stesso non mi da fastidio. Siamo sintonizzati, il che potrebbe sembrare una figata ma in realtà no, perchè semplicemente non mi chiede di essere ascoltato.

Non riesco ad isolare bene le tracce. L’ambientazione di quasi tutte le canzoni è vaga, aleatoria, lontana dai riff potenti ed inconfondibili a cui siamo abituati. 

Apprezzo lo stacco da Wow, soprattutto a favore della predominanza del pianoforte sulle tastiere.

L’unica che si discosta un po’ è il singolo (una scelta di marketing più che saggia, forse l’unico pezzo “diverso”, più affine ai Verdena di Wow o di Requiem), che mi ha fatto brillare gli occhi nell’anticipazione di qualcosa che poi, in realtà, nell’album non ho ritrovato.

Nelle sonorità e nell’ambientazione ci sento molto Solo Un Grande Sasso, anche se meno sofferto, meno dolorante, e molto più aperto.

Ed ho come l’impressione generale di sentire meno l’impronta, di solito marcata ed importante, di Luca. Non che la parte ritmica sia assente o mi faccia schifo, lo trovo solo meno incisivo, meno caratterizzante rispetto alla discografia precedente.

Ci ho pensato un po’, a questa nostra relazione, tra me e i Verdena. Ormai è decennale, e i lettori più o meno assidui di questo blog lo sanno bene, vista la quantità di articoli che ho dedicato loro negli anni.

Endkadenz, per me, è troppo sperimentale. 

I Verdena, dopo avermi regalato il capolavoro della mia maturità, stanno andando avanti, ed io, dopo anni ed anni, non riesco più a star loro dietro. Mi hanno doppiata. Loro progrediscono, sperimentano, avanzano, mentre io mi sono stoppata di faccia su Wow.

Sono felice di aver comprato il cd, e doppiamente felice di andare al concerto a marzo.

Aspetto con ansia il Vol. II di Endkadenz.

E continueró a provare, ad ascoltare, e non ho dubbi che prima o poi li raggiungeró, e che continueremo a viaggiare insieme, come abbiamo fatto dal ’99 ad oggi.