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Robert Plant, Ben Harper @ Rock In Roma, 19/07/2011

20 luglio 2011


Come al solito, se volete una recensione tecnica e fedele (e comprensibile), cercatela altrove, perché qua, questo post, è scritto cor core ‘n mano.

Quando ero una giuovin donzella ancora più giuovine di ora (lo so, lo so, sembra impossibile, eh?), per la prima volta andai ad un concerto di Robert Plant, a Enzimi 2000. Appena due mesi prima avevo visto John Paul Jones, all’ippodromo di Tor Di Valle, e per quanto quell’esperienza possa essere stata devastante per la mia acerba mentina, non ha potuto comunque reggere il confronto con quello che provai trovandomi di fronte (ero sotto al palco, letteralmente sotto il lobo destro del mio idolo) a Robert Plant, il CAZZO DI CANTANTE DEI LED ZEPPELIN.
Sì, ho pianto, èvvero, ma poco.
Non conoscevo molte canzoni dei dischi post-ledzeppeliniani, ed Egli non suonò canzoni dei Led Zeppelin (tranne un accenno di, mi pare, D’yer Maker, o forse Nobody’s Fault But Mine, ma non ricordo perché fu veramente solo un accenno en passant), e così, quando ho visto che tornava a Roma, oltretutto insieme a Ben Harper, ho deciso di informarmi sul prezzo del biglietto.
40 euri erano veramente un po’ troppi per le mie tasche, e lo ammetto impunemente e a mento alto, ho preferito prendere quello dei Chemical Brothers, dato che Ben Harper l’ho visto due anni di seguito (di cui una a gratis, tralaltro).

Ciò non toglie che quando Siria-Santa-Subito mi ha chiamata perché aveva un biglietto in più, non ho esitato due secondi a dirle di sì.

Diciamo che l’impatto con la figura di Robert Plant, ormai splendido 63enne in formissima e chiomato come il ventenne che tutti ricordiamo, non mi ha fatto la stessa impressione che mi fece 10 anni fa. E’ stato un po’ come rivedere un vecchio conoscente lontano, un ex fidanzato a cui tieni ancora ma che ormai non conosci più.
Ovviamente finché non ha attaccato con Black Dog. Da lì in poi, è stato un unico e solo crescendo di LOVVO TOTALE ED INCONDIZIONATO. Bilanciati con brani post-ledzeppeliniani e arrangiati in chiave più pop/etnica di quanto avrei voluto, Robert Plant mi ha cantato, oltre alla succitata Black Dog, robette come What Is And What Should Never Be, Bron-y-aur Stomp, Misty Mountain Hop, 10 minuti di Ramble On, nonché a chiusura concerto, Gallows Pole.
Se si fosse consultato con me per la scaletta non avremmo discusso, direi.
Certo, il mio vecchio ha bisogno della corista di rinforzo. Certo, siamo lontanissimi dagli strilli a cui siamo affezionatissimi ma che ormai, facciamocene una ragione, sono andati.
Eppure io non mi aspettavo di sentire Led Zeppelin; e se poi tu mi parti con Black Dog, vuol dire che cerchi di farmi ringiovanire di 10 anni e farmi piagnucolare di nuovo.
Mbè, sappi che non ci sei riuscito. Fino a Bron-y-Aur Stomp. Vabbè, sono stati 20 minuti dignitosi per me.

E di Ben Harper, maccosa vi devo dire? Appena Robert Plant ha smontato il palco, sul Rock In Roma si è abbattuto l’acquazzone tropicale definitivo; Ben non ha fatto in tempo a suonare due canzoni che i tecnici hanno dovuto arretrare il palco di 3 metri.
Dopo 10 minuti, lui è tornato con un foglio bianco in mano urlando in un italiano VERY stentato ‘Se voi restate io resto’; inutile che tenti di descrivervi il boato della folla, lo potete immaginare.

No, la scaletta non l’ho segnata. Così, a memoria e in ordine sparsissimo?
–    Ground On Down
–    Pleasure And Pain
–    Burn To Shine
–    Walk Away
–    Burn One Down
–    una cover di Hendrix (mi pare Who Knows, ma non sono sicura)
–    Glory&Consequence con SPETTACOLARE inserto di Jeremy
–    Un paio di canzoni nuove di cui ho afferrato il titolo per dimenticarlo prontamente stamattina.

Nota di meritissimo: Ben Harper ha fatto succedere questa cosa sulla cover di Where could I go.

A tornare indietro? Il biglietto lo comprerei, eccome.

[Silently]

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