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Ebook reader: una storia di Amore-Odio

25 febbraio 2015

La mia avventura nel mondo degli ebook reader comincia a Natale 2012, grazie ad un regalo: il Kindle di Amazon.

Parliamo proprio della preistoria dei reader di Amazon, che adesso non si vende neanche più. Il massimo della tecnologia che può sfoggiare è la connessione wi-fi per scaricare i libri. E basta.
Non è touch, non è a colori, non è retroilluminato, non è niente: è uno schermo su cui si possono leggere le parole.
Senza luce non si legge, e le pagine si girano con un pulsantino invece che scorrendo un ditino sullo schermo, ma ha comunque i suoi pregi: è la cosa che effettivamente più si potrebbe avvicinare ad un libro di carta, la batteria dura settimane intere, e in borsa pesa come un pacchetto di sigarette. Vuoto.

Inizialmente ero scettica, non pensavo che sarei riuscita davvero ad abbandonare del tutto i libri di carta; ma mi buttai comunque a capofitto e con convinzione nella nuova avventura.
Registra il dispositivo, fai l’account, comincia a scaricare libri aggratis per vedere come funziona, setta le impostazioni, etc etc.
Mi conquistò immediatamente, soprattutto perché ogni giorno Amazon propone delle offerte di libri, solitamente 3 titoli, dai 0,99 a 2,99 euri, con sconti molto forti sul prezzo iniziale, anche 90%. Certo, non sono sempre titoli interessanti, ma il numero fa la forza: con 3 libri al giorno a quei prezzi ridicoli, qualcosa da leggere si trova sempre, soprattutto se non fate gli schizzinosi intellettualoidi e ogni tanto vi abbassate anche a leggere un romanzo di u autore che non abbia mai vinto un Nobel per la letteratura.

In più, il Kindle primordiale è talmente piccolo e leggero che il 95% dei libri di carta che possiedo non regge il confronto, e dulcis in fundo, contiene più libri.
Tanti libri.
Tutti quelli che ti servono per sopravvivere.
Tutti quelli che non troverebbero mai spazio in 35 mq di casa abitata da 2 persone.

Ora, capisco che per qualcuno queste ragioni non siano affatto sufficienti a considerare l’abbandonare la carta, ma per me sì. E lo sarebbero anche per tutti i pendolari delle grandi città del mondo.
Il mio viaggio da/verso l’ufficio è un quotidiano esodo biblico che prevede quasi un’ora di metropolitane e 20 minuti di camminata a piedi. Più ritorno.
Capirete bene che la leggerezza della borsa e la manovrabilità del Kindle ti salvano la vita, soprattutto perché ti permettono di leggere E voltare pagina utilizzando una mano sola, lasciando libera l’altra di scaccolarti, pettinarti, aggiustarti i pantaloni, farti lo shampoo o reggerti agli appositi sostegni della metropolitana.
Insomma, per i primi mesi fu un vero idillio. Non mi mancava molto neanche girare per le librerie vere, a dir la verità.

Nel complesso, risparmiavo (anzi, risparmio tuttora) denaro, tempo e spazio.

E l’odio del titolo, allora?

Ah sì, QUELLO.

E’ cominciato a crescere dentro di me dopo qualche mesetto dall’inizio del nostro idillio.
Io leggo per puro piacere, semplice passatempo, non certo per studiare o memorizzare, mi piace intrattenermi con belle storie scritte bene. Punto.
Il problema mi si è però cominciato a presentare quando mi sono accorta che non ricordavo mai né l’autore né il titolo del libro CHE STAVO LEGGENDO IN QUEL MOMENTO.

Com’è possibile? La risposta è abbastanza facile: non avendo mai il libro vero e proprio tra le mani, la semplice vista (e conseguente memorizzazione inconscia) che avviene quando tiri fuori il libro dalla borsa, lo prendi in mano e poi lo apri, si perde completamente.
Il titolo e l’autore del libro li leggerai si e no 3 volte: quando lo scarichi, quando lo cominci, e quando lo finisci.

Per me, 3 volte non sono sufficienti. Per quanto mi possa essere piaciuto il libro, l’unico modo per fissarlo davvero nella mia memoria è scriverci una recensione, altrimenti è andato, perso. Come se non lo avessi mai letto.
Ora, va bene che non ci studio e che leggo per puro divertimento, ma così è veramente troppo!

Ma la fonte del mio odio non è limitata solo a questa causa.
Trovo anche ESTREMAMENTE frustrante non poter scorrere le pagine.
Non sapere quanto manca alla fine o quanto ho già letto dall’inizio; non poter scorrere indietro fino a trovare il nome di quel personaggio citato a inizio libro; non poter leggere agevolmente le NOTE!!!
Le NOTE SONO IMPORTANTISSIME! Pensate a come potrebbe essere leggere un libro di D.F.W. senza facile accesso alle note: è IMPOSSIBILE! Tanto vale non leggerlo!

Vabbè Silvia, ma allora smetti di usarlo e comprati i libri veri, mica c’è un manipolo di terroristi che ti costringe con la forza ad usarlo, ‘sto Kindle.

EH NO! E’ per questo che lo odio! Ormai mi sarebbe impossibile rinunciare alla comodità pratica di cotal oggetto.
Non ho spazio in casa, non ho spazio in borsa, non ho tempo per la visita fisica alla libreria, non ho soldi per comprare tutti i libri che vorrei leggere a 18 euri l’uno!
Io ormai sono dipendente dal mio Kindle. E odio essere dipendente dal Kindle, ma, ad esempio, l’anno scorso ho letto Il Conte di Montecristo, e Guerra e Pace: come avrei mai fatto a portarmeli in giro quei mattoni infiniti?
E finire un libro la mattina, ed avere la possibilità di cominciarne subito un altro? E’ insostituibile.

Eppure, continuerò a rimpiangere tutte quelle azioni, coscienti o non, che mi aiutavano davvero a capire un libro nella sua interezza: il controllare un fatto dimenticato successo nel Capitolo 2, o rivedere l’albero genealogico o la mappa dei territori della storia all’inizio del libro, o leggere agevolmente le note che spesso sono inutili, ma che a volte ti risolvono la storia.

CONSIGLIO FINALE: Non comprate un ebook reader. E’ come l’eroina: non potrete più farne a meno, ma rimpiangerete di aver iniziato.

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La vita perfetta di William Sidis – Morten Brask

27 agosto 2014
La vita perfetta di William Sidis

La vita perfetta di William Sidis

 

 

Bello. Finalmente, dopo mesi, un bel libro, di quelli che ti danno gusto a leggerlo, che ti fanno perdere le fermate della metropolitana.

Uno di quei libri che te la fanno prendere a male, una pagina dopo l’altra, e che ti fanno avere compassione del protagonista, soprattutto sapendo che si tratta di un personaggio realmente esistito.
William Sidis è stato un genio, un bambino prodigio, particolarmente dotato per le lingue e per la matematica, nato a New York agli inizi del XX° secolo, figlio di immigrati ucraini sfuggiti alle persecuzioni civili e politiche del loro paese.
William è un bambino che ha bisogno di un affetto che i genitori non possono o non riescono a dargli. Abbraccia prestissimo l’ideologia filo-sovietica, e si ritrova imprigionato dai suoi stessi genitori, da cui scapperà presto e con cui taglierà tutti i rapporti, a causa di una manifestazione finita male con il suo arresto.

E’ stato il più giovane iscritto ad Harvard di tutti i tempi, e blablablabla… ma qual è davvero la parte bella ed interessante della vita del genio col più alto QI mai misurato nella storia?
Il disagio.

E’ difficile non fare un paragone con il bambino genio (stavolta puramente letterario) Gould, protagonista di City: anche se non sopporto più leggere Baricco, ha avuto una parte molto importante nella mia vita da adolescente, ed in particolare questo libro, che è stato sempre uno dei miei preferiti.
L’unica differenza è che Gould, essendo un personaggio inventato, alla fine riuscirà a gestire il disagio che gli viene dalla sua genialità, grazie ad una tata molto speciale, ad un allenatore di calcio, ad un professore e ai suoi due amici immaginari, mentre William Sidis, essendo un personaggio reale, non avrà altrettanta fortuna.

All’opposto del genio Gould, viene in mente anche Seymour Glass, primo protagonista della straordinaria famiglia Glass creata nientepopodimenoche dal mio amatissimo J.D. Salinger. Seyomur è il primo di 7 fratelli, tutti caratterizzati da una genialità che, apparentemente, viene gestita bene sia dai genitori che dai ragazzi stessi. Il racconto dedicato a Seymour, “Un giorno ideale per i Pescibanana”, è uno dei più commoventi mai scritti nella storia della letteratura americana. Si, lo so che non ho letto tutti i racconti della letteratura americana esistenti… Ma sto divagando, e soprattutto non voglio spoilerare un racconto così bello, quindi tornerò al libro in questione.

Il disagio sociale che seguirà per tutta la vita William Sidis, lo condurrà ad abbandonare l’insegnamento della matematica per dedicarsi alla stesura di opere di psicologia, cosmologia, storia, e, curiosamente, di tram.
Non capisco bene quale fosse il suo livello di socialità, sicuramente non è mai stato sposato, anche se ha avuto una lunga relazione affettuosa con una donna, Martha, a cui resterà idealmente legato per tutta la vita. Aveva degli amici, anche se mi sembra di capire che morì in solitudine.

Il libro è scritto con lo stile asciutto tipico degli scrittori nordici che io apprezzo tantissimo, anche se la struttura a balzi temporali (un capitolo sull’infanzia, uno sull’adolescenza, una sull’età adulta e poi via da capo) a volte può risultare un po’ faticosa e sembrare fine a se stessa. La scelta di uno stile letterario semplice e lineare, senza tanti fronzoli letterari pretestuosi, è invece perfetto per esaltare la storia, già straordinaria di suo.

La Scopa Del Sistema – David Foster Wallace

24 settembre 2013

laScopaDelSistema
È imbarazzante tentare di scrivere una recensione su un qualsiasi tipo di scritto di David Foster Wallace. Il problema fondamentalmente è che lui era un genio, e tu? Tu chi ti pensi di essere per dare un giudizio sul primo romanzo di David Foster Wallace?
Tipo NESSUNO, però, visto che mi è piaciuto moltissimo, potrei provare a sprofondarmi in qualche trilione di elogi, cercando di motivarli in maniera decente.

Allora in generale: DFW, quando lo leggi, ti fa sentire intelligente.
Ma non generalizziamo: in questo romanzo in particolare, quasi niente è veramente SPIEGATO. Il 90% della storia e del contesto è semplicemente desumibile da quello che, più che un romanzo, sembra una sceneggiatura, dove il parlante non è quasi mai indicato, ma anch’esso è deducibile dal contenuto delle prime battute. A volte è più difficile di quello che potrebbe sembrare.

La storia in sè in realtà non ha inizio nè fine, è come se fosse una grande piazza al centro di una grande città.
DFW ti spiega a grandi linee l’architettura e la storia della cattedrale e del palazzo municipale e della fontana, e poi ti indica col ditino le viuzze che si dipartono dalla piazza, dicendoti verso di là c’è il panettiere, di là il cinema, di là l’ospedale, ma non te li descrive nè ti porta veramente a visitarli, così tu stai lì e cerchi di immaginarteli, cerchi di capire se sono strani e creativi e geniali e pittoreschi come la cattedrale e la fontana e il palazzo municipale che stai guardando.

Ci sono delle immagini, delle situazioni che ogni tanto mi hanno fatto venire in mente La schiuma dei giorni di Vian. È stato come intravedere dei piccoli bagliori di affinità tra due genialità completamente diverse.

La lettura non è impegnativa come quella di alcuni dei suoi racconti (ad esempio Brevi Interviste Con Uomini Schifosi), manca del tutto il pachidermico ed ingombrante impianto delle note, che più avanti nella produzione letteraria di DFW diventerà un intricato sistema a scatole cinesi che io faccio sempre molta fatica a decifrare.
Certo che non parliamo neanche di un libro scorrevole, eh? Non vi pensate di leggere un abbozzo di storia favolosa nello stile harrypotteriano.
Wallace è Wallace anche nel suo primo romanzo: i periodi sono lunghi ed ingarbugliati e a volte ritrovarne soggetto e verbo e metterli insieme vuol dire come minimo rileggere la frase un paio di volte.
Ma poi la rileggi, la capisci, e ti dici AH QUANTO SO’NTELLIGGGENTE!

Ti da’ soddisfazione, ecco.

Penso anche che il traduttore (Sergio Claudio Perroni) abbia fatto un lavoro strepitoso.

Penso anche che secondo me lo dovete leggere.

Ah e penso pure che, se avete l’edizione Einaudi Stile Libero, dovreste saltare la prefazione di Stefano Bartezzaghi. Semmai la leggete dopo, perchè prima pare di ascoltare la spiegazione di una barzelletta che ancora non avete sentito.
Fastidioso.

Acciaio – Silvia Avallone

10 settembre 2013

acciaio

Ancora non ho capito bene bene quanto mi è piaciuto.
Considerando che l’ho finito in pochi giorni perché volevo sapere come andasse a finire, tanto schifo non mi ha fatto.
E’ che mi sembra, non so, una bozza di quello che potrebbe essere un libro molto più bello, ecco.
E’ già il secondo romanzo di formazione di fila che mi bevo, ma mentre “Sette Piccoli Sospetti” ha anche una componente di ironia e di leggerezza che, nonostante i drammi veri raccontati, ti fa sempre un po’ sorridere, “Acciaio” tiene fede al suo nome, non è un libro leggero.
Già la storia in sé è uno spaccato mediamente drammatico di persone intrappolate (soprattutto mentalmente) in una periferia squallida, dominata e scandita dai turni dell’acciaieria, dalla quale fanno finta di tentare di uscire.
Come quando devi lavare i piatti: dopo, lo faccio dopo, adesso non mi va.
So che è per il mio bene, so che devo muovermi e sbattermi per cambiare, e che poi starò benissimo dopo averli lavati sticazzo de piatti…. ma adesso non ho tanta voglia, aspetto ancora un pochino.
Ed è così che le mamme delle due protagoniste rimangono appiccicate ai due mariti, uno violento e psicopatico, l’altro furbetto ladruncolo con manie di grandezza.
Invece i ragazzi del romanzo, neanche ci provano. Si accontentano di lavorare nell’acciaieria di Piombino, di arrotondare con qualche furtarello per comprarsi la droga e stravolgersi e magari reggere il turno di 8 ore in fabbrica.
Le uniche che alla fine sembrano muoversi sono Anna e Francesca, le due protagoniste quasi quattrodicenni amiche per semprissimo quasisorelle non ci lasceremo mai e poi a metà romanzo invece litigano.
Litigano perché una si innamora dell’altra, mentre l’altra tende più verso gli amici del fratellone, Alessio.
Il finale è… non saprei. E’ un lieto fine?  Non lo so, non ti lascia per niente lieto. Ma lascia accesa quella piccola speranza di cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno, sempre.
Forse è un finale molto reale, ecco perchè non si inquadra tanto bene.
E’ come se Anna e Francesca si infilassero i guanti per lavare i piatti.

Quello che mi lascia leggermente perplessa, invece, è lo stile narrativo, che sembra come aver bisogno ancora di qualche limatura, a volte alcune costruzioni sintattiche sono un po’ forzate.
Non è “brutto” da leggere; ogni tanto c’è qualche uscita molto felice, qualche espressione un po’ più poetica che ti sorprende, e a volte invece il tutto risulta un po’ stiracchiato, leggermente preso per i capelli, come impastato a forza.

Lo consiglierei?

Sì, ma l’edizione ebook, che costa sui 9 euro. Il prezzo di copertina del cartaceo, invece, è decisamente troppo alto (18 euro).

Sette Piccoli Sospetti – Christian Frascella

5 settembre 2013

Col post di oggi voglio inaugurare quella che spero diventerà una abitudine: scrivere sul telefono mentre vado a lavoro in metropolitana.
Non vi mentirò: è stato MOLTO difficile. Ma forse – e ribadisco FORSE – sarà fattibile. Incrociate i ditini per me.

Sette Piccoli Sospetti

Quando cominciarono a spuntare i cartelloni pubblicitari, che sarà stato? febbraio? marzo 2010? mi sembró molto strano. Certo, “Mia sorella è una foca monaca” era stato un caso editoriale, io lo avevo appena letto e molto apprezzato, ma era la prima volta che vedevo dei poster così grandi per pubblicizzare un LIBRO.
Un libro ITALIANO!
Quindi avevo pensato LO DEVO ASSOLUTAMENTE LEGGERE APPENA ESCE!
Poi uscì, e costava troppo; poi cambiai lavoro, e cominciai ad andare in ufficio in macchina e praticamente smisi di leggere.
Oggi, che sono ricca e non faccio un cazzo dalla mattina alla sera AHAHAHAHAH
dicevo oggi, che son tornata ad usare la metro ed ho accanitamente ripreso le mie attività letterarie, son riuscita finalmente a leggerlo; e mi chiedo ancora il motivo dei cartelloni.
“Sette Piccoli Sospetti” (Fazi Editore, 2010) è un bel libro, è dolce, è delicato a suo modo.
È una storia normale, di una periferia squallida, ambientata a metà degli anni 80′, che va a scavare nella miseria economica per risorgere con la nobiltà d’animo che si ripresenta dove e quando meno te l’aspetti.
Non è un libro epico, né nella storia né nello stile narrativo: la scrittura non è sciatta, ma neanche particolarmente elaborata o con pretese auliche.
E’ solo onesta.
La narrazione di Frascella è narrazione quotidiana, in uno stile semplice e senza fastidiosi fronzoli, senza presunzioni o pretese, che racconta storie semiordinarie nelle quali la bellezza e il coraggio risaltano sullo sfondo della miseria quotidiana di un paesino di provincia.
La storia: 7 dodicenni, in vari modi attanagliati dalle brutture della vita (economiche e sociali), concepiscono un piano per svaligiare la banca del paese. Sullo sfondo, le vicende (principalmente famigliari) dei sette ragazzi/bambini, più quelle del Messicano, figura leggendaria della malavita scomparsa anni prima dal paese, che pensa bene di ricomparire proprio adesso per sconvolgere ulteriormente le vite – già non proprio facilissime – dei sette protagonisti.
Ecco perché non mi spiego la campagna pubblicitaria che gli era stata riservata: non ci vedo la stoffa del best-seller venduto in milioni di copie, non ci sono storie di vampiri sbrilluccicosi o torbidi racconti sessuali per casalinghe frustrate o letteratura aulica da premio nobel scritta in maniera pretenziosa e pomposa.

È un libro troppo dignitoso ed onesto per meritare cartelloni 3×4 alla stazione Ostiense.

Lo shopping secondo me.

23 marzo 2010

Msn

Silently: Ieri pomeriggio mi sono fatta forza
Silently: ho prelevato quei 200 euri che mi rimanevano
Silently: e sono andata in giro a fare shopping!
Silently: senti qua: ho preso 35 euri di libri usati
Silently: una cosa tipo 15 libri
Silently: alcuni bellissimi vecchissimi, tipo un’edizione di Delitto e Castigo copertina rigida del ’65, meraviglia
Silently: POI
Silently: ho ordinato la Lonely Planet di Istanbul, ma non c’era e domani la vado a prendere
Silently: POI
Silently: ho comprato un COMODISSIMO tappetino per farci il puzzle sopra, completo di tubo per arrotolarlo. Altro che tavola di legno :D
Silently: POI
Silently: Ho comprato un nuovo accordatore per chitarra a clip, bellissimo
Moglie: …
Moglie: hai un concetto strano di shopping

[Silently]

Tommaso Debenedetti: Libero di scrivere cazzate.

1 marzo 2010

Sapete chi è Philip Roth? Eccolo qua.

L’antefatto: nel novembre 2009, Libero se ne esce con questa intervista telefonica, ad opera di Tommaso Debenedetti.

Breve riassunto della parte incriminata: Roth è molto deluso dall’operato di Obama, di cui prima era innamorato ma che si è rivelato solo un gran chiacchierone.

Il fatto: una intervista di venerdì scorso sul Venerdì di Repubblica.
Riassunto della parte incriminata: Roth dice che Obama è un gran figo e che l’ha sempre pensata così.
L’intervistatrice (un agnellino tra le grinfie del leone) gli dice timidamente che un giornale gli ha messo in bocca le parole di cui sopra.
Roth s’incazza, chiama il suo agente, entrambi smentiscono categoricamente di aver rilasciato interviste a tale Tommaso Debenedetti, nonchè a giornali di nome Libero.

Ora, io non sono una grandissima fan di Roth. Non mi è simpatico, ho letto solo un paio di suoi libri, e comunque lungi da me dire che non sa scrivere.
Sfiora il Nobel ogni anno, e lo prenderà, alla fine. Lamento di Portnoy mi ha fatto molto ridere. Pastorale americana mi ha invorticata.
Insomma, lo stimo parecchio, ecco.

Eppure mi è sempre sembrato un personaggio molto antipatico, molto scomodo, una persona con cui mai e poi mai desidererei farei due chiacchiere.
Niente a che vedere con l’affabilità che mi potrebbe ispirare, che ne so, un Bryson, o un Melville, o un Dickens.
E quindi devo ammettere che un dubbietto mi ha sfiorata.
Roth è un uomo di una sagacia ed un’intelligenza fuori dal normale, e secondo me è anche un po’ un fijo de na mignotta non da poco.
Inoltre ha 77 anni, è fissato col sesso, si tromba la figlia degli amici, insomma è una personcina un po’ così.
D’altronde mica ci devo uscire, devo solo leggere i suoi libri.
Quindi ho pensato che forse, magari, poteva anche averla detta lui, la cazzata, e che poi se ne sia semplicemente dimenticato, o che abbia cambiato idea e se ne sia fregato poi di prendersene la responsabilità. Potrebbe anche essere, ho pensato.

Però anche io, diosanto, prima di farmi venire qualche dubbio, dovevo riflettere meglio sulla parola ‘Libero’.

Tutte le mie perplessità infatti sono state prontamente fugate, qui.

Breve riassunto: Paola Novarese, capoufficio stampa Einaudi, dice che negli ultimi mesi l’unica intervista che hanno organizzato con Roth è quella di Repubblica.
Francesco Borgonovo, responsabile culturale di Libero, dice che Debenedetti e Roth sono amiconi e che quindi non sono passati attraverso Einaudi per l’intervista.
Debenedetti è incontattabile da un paio di giorni, e dice che “OPS! Non trovo le registrazioni, accipuffolina!”

Che mi viene voglia di prenderli per un orecchio, a questi di Libero, ed apostrofarli tipo: “Dai, bambini, andate a giocare altrove, che i grandi hanno da lavorare”.

[Silently]

La schiuma dei giorni. O le bolle dell’anima, boh.

20 gennaio 2010

Eh niente, praticamente è successo che sono andata in libreria a spendere la metà del mio micragnoso stipendio (e fin qui ordinaria amministrazione), comprando dei libri (ma và?), tra cui ce n’era uno con la copertina rossa. Non quel rosso che ti aggredisce, però. Un rosso tenue, invitante. Sopra c’è disegnata una casetta, un omino e due topini, tutto molto stilizzato modaltà infantile. E il titolo è “La schiuma dei giorni”, e l’autore è Boris Vian.

E praticamente è successo che a me ‘sto libro m’ha sfracellato l’anima, ne ha ricavato un mucchio di piccoli origami e poi li ha soffiati via, ridendo. Ma non ridendo di scherno, ridendo tipo… tipo come potrebbe ridere il tuo migliore amico per tirarti su il morale dopo una tragedia. L’ho letto in un giorno, andata e ritorno e notte inoltrata, non in quest’ordine. Non sono neanche riuscita a piangere, perchè è troppo bello. Ma no, in realtà non è “troppo bello”, altrimenti sarebbe famoso, sarebbe un classico, e tutte le persone a cui lo sto spacciando come se l’avessi scritto io non mi guarderebbero con aria interrogativa quando lo nomino.

E allora cos’è? Una fiabetta. Una tragedia. Una tragedia infilata dentro il linguaggio di Queneau, frullata con la tenerezza del Piccolo Principe, e ripassata attraverso l’ironia di Voltaire. Si ok, forse su Voltaire sto forzando la mano, ma è per tentare di spiegare questo viluppo di sensazioni che ti lascia dentro. Ti dice che l’amore è spettacolare in tutti i sensi, anche se va a finire male, e che comunque non c’è da scegliere, non è che si sceglie se amare o no, e quando succede non si può più smettere, anche se ti si sfracella tutto il mondo addosso e poi ne puoi morire, ma non è evitabile, inutile lottare. non è che un giorno ti svegli e dici “Si ok sono innamorato ma per salvarmi la vita posso smettere di amare”, no non esiste, scordatelo, è insensato, non è una possibiità contemplata.

E comunque ne vale la pena, anche se poi sei destinato a soffrire tanto da morirne, sticazzi. Ne valeva la pena.

E dire che io manco ci credo, a questa visione tragico-idilliaca dell’amore.

E nella tragedia è tutto così leggero, si parla con le nuvole, si guarisce con i fiori, si pattina, si parla coi topolini di casa, si fanno crescere armi col calore del corpo, e le ninfee crescono nei polmoni, e si balla lo sbircia-sbircia, ed esiste un pianocktail che mesce i drink a seconda delle note suonate, e si ascolta Chloé arrangiata di Duke Ellington e poi ci si innamora della sua impersonificazione. Si nasce ricchi e si muore poveri, ci si innamora e si perde tutto, ma sempre senza guardarsi indietro nè avanti, e tutto è inevitabile, leggero, pesantissimo, dolcissimo, allegro e tristissimo.

Si è capito che mi è piaciuto?

[Silently]

Queequeg e la tolleranza di Melville

25 novembre 2009

Un po’ di tempo fa ho letto Moby Dick.

C’avete presente, no? Quel lunghissimo trattato sullo sciibile cetaceo: 1851, dice Wikipedia.
A parte che il libro è molto bello (blablabla) anche se interi capitoli sarebbero saltabili se uno non fosse minimamente interessato alla pesca, al mare o ai cetacei (e che te lo leggi a fà allora?), c’è un piccolo particolare che non ho mai trovato menzionato da nessuno, e che invece a me m’ha proprio lasciata stecchita: l’apertura mentale di Melville nei confronti del diverso.
Non so se avete presente la storia, vagamente.
Breve sunto della prima parte (digressioni peschereccie escluse): il protagonista (Ismaele) si vuole imbarcare su una baleniera per andare a cacciare le balene. Arriva nello sperduto paesino dove ci si imbarca sulle baleniere per andare a cacciare le balene, tale Nantucket, e non c’ha una lira. Allora va dall’oste della bettola più bettola di tutto lo spoglio paesino, per cercare di mangiare e dormire co’ quei du’ spicci che se ritrova, e l’oste che fa? Pensa bene di piazzarlo in camera con un altro tizio. Uno sconosciuto, per l’esattezza, con un nome anche abbastanza inquietante: Queequeg; professione: ramponiere.
E Ismaele sta lì, si dondola un po’ sui piedi, si smangiucchia le unghie, che-faccio-che-non-faccio, e alla fine decide: vabbè sticazzi c’ho troppo sonno. Dormo nel lettone con lo straniero (alla faccia dell’omofobia).

Ecco secondo me ‘sto pezzo qui, quando l’ignaro Queequeg si appropinqua nella SUA stanza ed è tutto tatuato strano e comincia a fare tutti rituali strani in una lingua strana che Ismaele a momenti ce rimane, dicevo che questo passaggio è la più bella testimonianza contro il razzismo e l’omofobia e l’intolleranza religiosa che io abbia mai letto.

Praticamente Ismaele è terrorizzato e schifato da questo selvaggio che si presenta come un cannibale della peggio specie; rimane piterificato per un po’. Poi secondo gli standard di comportamento ISO 2009, dovrebbe alzarsi e cominciare a scappare urlando come un pazzo, giusto?

E invece no. Lo sai che succede?
Melville, oh, è vissuto nell’800′, eh? Mica nel 2009.
Eppure il suo alter ego Ismaele non solo si avvicina a questa creatura e scopre che, oltre ad essere un pezzo de pane, è pure un pezzo grosso nell’isoletta sperduta del Pacifico da cui proviene: ‘sto Queequeg, gli piace, pure. E ci si infila nel lettone e diventano subito BFF e si fanno gli scherzoni e rimangono a parlare fino al mattino come due fidanzatini e si addormentano abbracciati.

In tutto questo, l’Ismaelico sguardo è vivo, è uno sguardo di scoperta e di sorpresa e di totale comprensione ed accettazione del diverso, di TUTTO il diverso che vi può venire in mente: culturale, religioso, sessuale.
Cioè non è che fanno roba, eh, intendiamoci. Non si sa mai che correte a leggere Moby Dick perchè v’aspettate Brockeback Mountain.
E’ solo che gli sembra naturale dormire abbracciato ad un selvaggio cannibale appena conosciuto.
Cioè manco je passa per la testa, che qualcuno gli può dare dell’invertito.

Ha trovato un amico. Punto.

E insomma mi sembrava strano che non fosse un passo molto importante da studiare a scuola (o da citare come esempio in Parlamento) perchè a me, invece, m’ha fatto pensare tanto.

1851 vs 2009 : 1-0. Che tristezza.

[Silently]