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Verdena @ Atlantico, Roma, 09/03/2015

11 marzo 2015

Di recensioni sui Verdena questo blog è pieno zeppo, quindi stavolta non avevo intenzione di scriverla.
Però ho notato che in giro ce ne sono davvero poche (in realtà ho trovato solo questa, oltre a tante foto), e allora oh, mi sacrifico per il bene della cultura.
Lo faccio solo per voi, eh?

Iniziamo dall’inizio: i Jennifer Gentle.
A me, non sono mai piaciuti. Non li capisco: ci ho provato, ma niente. Li trovo sconclusionati, a volte frustranti, e non riesco ad apprezzarli in pieno, però facile che so io, eh? Ormai c’ho na certa, tanta roba nuova considerata di valore da gente più esperta di me io non la comprendo.

Quindi senza indugio alcuno, passo al piatto forte.
Il concerto inizia puntuale (meno male, sennò domani chi c’arriva in ufficio?) con 3 brani di Endkadenz, Vol. I. Ho già espresso in precedenza le mie personali perplessità su Endkadenz, ma devo ammettere che il muro di suono che mi ha investita con “Ho una fissa” mi ha positivamente sconvolta: dal vivo è stata una robetta niente male. Personalmente poi ho apprezzato moltissimo anche “Sci desertico”.
L’Atlantico era pieno, ma neanche troppo (ottima la scelta dell’organizzazione, visto che i biglietti erano sold-out da parecchio, di non stipare troppo il locale), con un’età media non troppo bassa, e tanta gente che ha già memorizzato l’ultimo album.
Invece mi ha fatto strano vedere tante persone, scalmanate e urlanti sui pezzi degli ultimi 2-3 album, rimanere tiepidine di fronte a “Starless” o “Valvonauta”.
Il che mi sembra comunque un buon segno della crescente e meritatissima popolarità dei Verdena, che stanno riuscendo a conquistare pubblico “nuovo”, oltre al solito zoccolo duro irriducibile da 15 anni.
E sicuramente il pubblico dell’Atlantico non può essere rimasto indifferente allo spettacolo di lunedì sera.
I suoni praticamente perfetti, un’amalgama impeccabile che una volta tanto fa ascoltare anche la voce di Alberto.
Al solito, tanti cambi di strumento soprattutto per lui, pochissima interazione col pubblico, insomma niente di nuovo nè di spiazzante. Qualche video proiettato dietro di loro, che non ha catturato molto la mia attenzione.
Il nuovo acquisto, Giuseppe Chiara, quasi invisibile complemento, perfettamente amalgamato nel tutto, ha fatto breccia nel mio cuore non facendosi quasi notare.

Ovviamente non ho stilato una scaletta, ero troppo impegnata ad emozionarmi, ma oltre alle già menzionate posso farvi rosicare pesantemente per non essere venuti (o compiacermi insieme a voi se c’eravate) con robetta tipo “Luna”, “Lui Gareggia”, “Attonito”, “Canos”, una esplosiva e sempre coinvolgente “Scegli me”, una sottovalutata dai più esigenti rompipalle “Muori Delay”, la spassosa “Loniterp” e le sempreverdi “Don Callisto” e “Requiem”.
Chiude il tutto “Funeralus”, che non mi convinceva già dal disco, e non mi ha entusiasmata neanche dal vivo.

Insomma, ma che c’è da dire su un concerto dei Verdena? Sono così potenti, emozionanti, energici senza essere mai presuntuosi. Sono sinceri, sono giovani ma maturi, fragili ma indistruttibili.
Fisicamente e socialmente lontani dal pubblico, che tanto a noi ci basta la musica buona fatta bene per uscire entusiasti ed affrontare con serenità la sveglia del martedì mattina.

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Endkadenz Vol. I – il sorpasso dei Verdena.

13 febbraio 2015

Forse è troppo presto per scrivere una recensione, per me. Ancora non so neanche se e quanto mi sia piaciuto.

È che non posso ascoltarlo come tutti gli altri dischi, mentre cammino per andare a lavoro, o mentre lavo i piatti, perchè mi distraggo. È come se non richiedesse la mia attenzione, non mi rapisce e mi da il permesso di pensare ai fatti miei, ma al tempo stesso non mi da fastidio. Siamo sintonizzati, il che potrebbe sembrare una figata ma in realtà no, perchè semplicemente non mi chiede di essere ascoltato.

Non riesco ad isolare bene le tracce. L’ambientazione di quasi tutte le canzoni è vaga, aleatoria, lontana dai riff potenti ed inconfondibili a cui siamo abituati. 

Apprezzo lo stacco da Wow, soprattutto a favore della predominanza del pianoforte sulle tastiere.

L’unica che si discosta un po’ è il singolo (una scelta di marketing più che saggia, forse l’unico pezzo “diverso”, più affine ai Verdena di Wow o di Requiem), che mi ha fatto brillare gli occhi nell’anticipazione di qualcosa che poi, in realtà, nell’album non ho ritrovato.

Nelle sonorità e nell’ambientazione ci sento molto Solo Un Grande Sasso, anche se meno sofferto, meno dolorante, e molto più aperto.

Ed ho come l’impressione generale di sentire meno l’impronta, di solito marcata ed importante, di Luca. Non che la parte ritmica sia assente o mi faccia schifo, lo trovo solo meno incisivo, meno caratterizzante rispetto alla discografia precedente.

Ci ho pensato un po’, a questa nostra relazione, tra me e i Verdena. Ormai è decennale, e i lettori più o meno assidui di questo blog lo sanno bene, vista la quantità di articoli che ho dedicato loro negli anni.

Endkadenz, per me, è troppo sperimentale. 

I Verdena, dopo avermi regalato il capolavoro della mia maturità, stanno andando avanti, ed io, dopo anni ed anni, non riesco più a star loro dietro. Mi hanno doppiata. Loro progrediscono, sperimentano, avanzano, mentre io mi sono stoppata di faccia su Wow.

Sono felice di aver comprato il cd, e doppiamente felice di andare al concerto a marzo.

Aspetto con ansia il Vol. II di Endkadenz.

E continueró a provare, ad ascoltare, e non ho dubbi che prima o poi li raggiungeró, e che continueremo a viaggiare insieme, come abbiamo fatto dal ’99 ad oggi.

Monday Song n° 57

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Kings Of Convenience @ Villa Ada, Roma, 24/07/2013

30 luglio 2013

E’ strano non rispettare la sequenza temporale dei concerti per pubblicarne le recensioni, ma ieri ho riassaporato il gusto di scrivere di musica e mi è rimasto appiccicato alle dita, allora ho pensato di parlarvi anche del concerto che ho visto mercoledì scorso.

Devo dire che sui Kings Of Convenience non sono ferrata, e confesso che ci sono andata perché avevo promesso la mia presenza (e la mia macchina) a mia sorella, ma sono molto molto molto contenta di aver adempiuto ai miei doveri familiari.

Intanto, non mi aspettavo così tanta gente. Probabilmente anche il misero prezzo del biglietto (15 euro) ha contribuito a rinfoltire le fila dei seguaci, tra cui anche qualche sporadico e coraggioso passeggino. Probabilmente, oltre ai fan “veri”, c’erano anche tanti curiosi come me, che spendono volentieri una cifra così irrisoria per andare ad approfondire un gruppo che ha ascoltato poco e male negli anni.

Anche se, in verità vera, i Kings Of Convenience io li ho sempre usati per sopperire a problemi d’insonnia: non mi vergogno a dirlo. E’ una bella cosa… no?
Le voci vellutate dei due norvegesi ti accarezzano e ti cullano, ti dicono che va tutto bene, e che anche se qualcosa va storto, vedrai, si aggiusterà.
La parola giusta per definirli è PUCCETTOSI.

Il concerto è stato diviso in due parti; nella prima siamo stati deliziati (è proprio la parola adatta) esclusivamente dal duo con chitarre e voci; mentre nella seconda parte sono saliti sul palco a rinforzo anche 3 strumentisti (italiani, tra cui il loro produttore artistico Davide Bertolini), coi quali hanno eseguito anche i singoli famosi, Misread e I’d Rather Dance With You.
Serviva la batteria? No, secondo me no. Certo, non è che il concerto ha fatto schifo nella seconda metà. Però il riempimento… non so, non era necessario, l’ho gradito, ma fino ad un certo punto.

Loro due, superpuccettosi, sono esattamente come sembrano nei loro video: Eirik Glambæk Bøe (quello bello) sempre un po’ timidino, con quel sorriso dolcissimo che ti strappa le mutande (ops scusate, troppo?); e Erlend Øye (lo spilungone simpatico) quello che sembra sempre un pochino svitato, che balla esattamente come nel video di I’d Rather Dance With You, e che smozzica un pochino di italiano (mi pare di aver capito che sta vivendo in Sicilia o che ha comunque molti amici siciliani).
Il che ha portato ad un’esilarante performance di una vecchia canzone degli anni ’60 che conosciamo tutti, purtroppo.
Purtroppo perchè cantavano tutti talmente a squarciagola che coprivano i due puccettoni, che comunque cantavano in italiano molto meglio di parecchi romani che conosco.

Una recensione vera e molto ben fatta la trovate qui.

Quanto ho pagato il biglietto: 15 euri (PAGATO… quando li restituirò)
Quanto avrei pagato: 20-22 euri.

The Wall – Roger Waters @ Stadio Olimpico, Roma, 29/07/2013

29 luglio 2013

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E’ passato quasi un anno esatto dalla mia ultima recensione musicale (ma per fortuna non dal mio ultimo concerto), e anche se la vita è cattiva con me e mi fa invecchiare e lavorare troppo, io non mi dimentico di voi.
Lo SO che non potete vivere un altro giorno senza sapere che cosa ho fatto ieri sera.

EBBENE, ieri sera sono andata all’Olimpico a vedere Roger Waters, e non per merito mio, bensì di due amichici che mi hanno regalato il biglietto a Natale 2012.

Cosa mi aspettavo da questo concerto?

Mi aspettavo un 70enne mediamente ben tenuto, con un gruppo di validissimi turnisti, che seduto su una seggiolina con un basso/chitarra in mano, avrebbe ripercorso i gloriosi viali del suo passato, forse facendomi TENERAMENTE commuovere in alcuni punti; magari, quando la voce gli avrebbe tremato, io avrei pensato: OH! Povero nonno!
Che coraggio, che audacia, alla sua età!

Che cosa ho visto invece?
Non ne ho idea, sono ancora stordita dal concerto più spettacolare che io abbia mai visto nella mia (breve) vita.
E dove per SPETTACOLARE intendo che ho assistito ad uno show vero e proprio, una pièce teatrale, un musical, un numero da circo di 2 ore e 20, capitanato sapientemente da un 70enne che sta MEJO DE ME che c’ho 30 anni!
E la commozione c’è stata, OH se c’è stata… Migliaia di occhi lucidi all’attacco di Another Brick In The Wall, altrettanti per Hey You, forse di più per Comfortably Numb, cori da stadio per Run Like Hell…

Un dramma, uno spettacolo, un evento.

Il muro è ENORME, leggo in giro che parliamo di 150 metri di mattoni bianchi, su cui una cinquantina di proiettori sputano immagini a qualità altissima.
Aerei che si schiantano sul muro, maiali giganti che volano, Teacher Martellone di 20 metri insultato dal coro dei bimbi di Another Brick In The Wall, fuochi d’artificio, foto di gente morta in guerra, video strappalacrime di soldati che riabbracciano i figli, bambini che muoiono di fame e memorial di vittime di guerra e razzismo e terrorismo e chi più ne ha più ne metta.

Roger Waters si fa anche capire in italiano; lo spettacolo è probabilmente adattato ad ogni paese (“Mother should I trust the government?” Risposta scritta sul muro: “COL CAZZO”).

Ora, la vera domanda è: perchè ha suscitato così tanta commozione, così tanta emozione su un pubblico così vasto ed eterogeneo?

Degli altri sticazzi, ma per quello che mi riguarda, lo show in se stesso ha fatto tanto. Il tutto va oltre la musica; musica conosciuta, sentita e risentita e risentita di nuovo in epoche per me anche mezzo lontane. Tra l’altro, The Wall non è neanche uno di quei dischi che ho idolatrato durante la mia adolescenza (nonostante ne abbia sempre riconosciuto la perfezione, e lo abbia ascoltato migliaia di volte); il concerto in sè, musicalmente, non ha avuto nessun picco di rilievo: c’è poco da cambiare in un disco perfetto, d’altronde.

Quindi? Quindi niente; quindi lo spettacolo, quindi quella simbologia che da 40 anni aleggia come marchio dei Pink Floyd, come simbolo di qualcosa di musicalmente e culturalmente inarrivabile, si concretizza davanti ai tuoi occhi e nella maniera più spettacolare che vi possa venire in mente.
Quindi l’elicottero in quadrifonia su tutto lo stadio, il faretto che fruga nella folla prima dell’attacco di Another Brick In The Wall, gli impressionanti filmati degli aerei da guerra che scaricano sulla città le simbologie di totalitarismo e consumismo durante Goodbye Blue Sky, in contrapposizione con il muro chiuso dietro cui esce magicamente Hey You, e la semplice intimità di una chitarra acustica e di Comfortably Numb, tutto ti fa rimanere sull’orlo delle lacrime e con la pelle d’oca fissa per 2 ore, e tutto ti fa commuovere.

Ma non commuovere teneramente, come pensavo che sarebbe successo prima che cominciasse il concerto: ti com-MUOVE, ti sdraia lo stomaco, ti agita l’intestino, ti prende alla gola, ti lascia colla bocca aperta, ti fa dimenticare di respirare.

Se proprio ci devo trovare un difetto per forza, direi che le immagini dei bambini morti di fame e in generale le storie strappalacrime sui bimbi sofferenti forse si potevano evitare; ovviamente siamo tutti d’accordo con la denuncia pacifista del buon Roger, ma usare le foto dei bambini mi da sempre un pochino fastidio.

Comunque, all in all…. Si dai, mi è mezzo piaciuto :D

Quanto ho pagato il biglietto: 52 (Regalo!)
Quanto avrei pagato: anche 80.

Fun fun fun – Beach Boys @ Rock In Roma, 26/07/2012

28 luglio 2012

Saranno pure dei vecchietti, ma questo è stato uno dei concerti più divertenti che io ricordi negli ultimi anni. Non divertente come possono essere divertenti gli Elii, ad esempio, ma divertente che ti fa sorridere e ridacchiare e ballare tutto il tempo. Credo sia impossibile per chiunque al mondo non conoscere neanche una delle… boh, diciamo 40 canzoni che hanno suonato. Anche ammesso che qualcuno non conosca pezzi bellissimi come God Only Knows o Kokomo o Sloop John B. o When I Grow Up, grazie a film, pubblicità e discoteche trash non c’è modo di non aver mai sentito e canticchiato Barbara Ann, Don’t worry baby, che ne so, Good Vibrations, Surfin’ Safari, I Get Around etc.

Il concerto è cominciato alle 21.49 ed è finito alle 00.00 spaccate.

Non male per degli utrasettantenni, magari in California li conservano meglio che in Inghilterra.

C’è da dire che sul palco erano almeno in 10 (non li ho contati ma erano veramente tanti), c’era il pianoforte bianco, un batterista e un percussionista, un paio di tastiere e duecento chitarre e bassi.

Fa impressione sentir parlare Mike Love. La sua voce è, ovviamente, quella di un settantenne, allora ti chiedi: seh vabbè e mo’? Se si mette a cantare con questa voce, sembrerà un film dell’orrore!

E invece, incredibile!!!

Le armonizzazioni come se fossimo tornati negli anni 60! Senza parole, davvero.

Certo, l’aiuto dei “giovani” componenti della band è più che necessario, ma quei coretti che tutti ricordiamo, le armonizzazioni tanto care a Wilson, sono bellissime, cristallizzate nel tempo.

Gli errori tecnici non sono solo perdonabili, ma danno anche quel tocco di ruvidezza che rende il tutto ancora più umano, ancora più divertente.

Wilson dietro al suo pianoforte bianco è un po’ estraniato, leggermente assente, e la sua voce quando canta è più incerta di quella di Love (che canterà quasi tutti i pezzi), molto sporca ed imprecisa. Il che è stato abbastanza commovente.

Pubblico molto scarso, comunque, il che è veramente un gran peccato. Capisco la perplessità di andare a vedere un gruppo i cui componenti principali abbiano una media di oltre 70 anni, ma fatevelo dire: avete fatto una cazzata.

Unica nota stonata nei suoni: la batteria.

E’ già la seconda volta che mi lamento del suono della batteria nel Rock In Roma.

A parte il volume, che ho trovato di nuovo troppo alto, a darmi fastidio è stato soprattutto il suono della grancassa, forse. O più in generale, il suono molto moderno di una batteria ottima, su canzoni degli anni 60 che usavano più il clapping che il rullante, probabilmente. Non so, pensate a I Get Around durante la strofa, o a Barbara Ann nelle versioni originali: ecco, metteteci la batteria al posto del battito delle mani. Fastidioso. Soprattutto sui pezzi molto molto vecchi.

Per i pezzi invece del disco nuovo, That’s Why God Made The Radio, e in generale per quelli più recenti degli anni 60-inizio 70, rimaneva cmq il problema del volume, che secondo me andava a coprire troppo le bellissime armonizzazioni vocali.

Per il resto, un concerto che probabilmente rimarrà nella storia, almeno nella mia personale. Divertente, sì, ma anche molto molto emozionante in pezzi come Don’t Worry Baby, Good Vibrations, God Only Knows, California Dreaming, Rock’n Roll Music, che ti fanno venire quel sorrisetto scemo che poi ti giri e ti pare strano che sei a Roma, ma dov’è il mare? E il tramonto? E il falò sulla spiaggia? E la birretta ghiacciata in mano? E gli occhiali da sole? E le tavole da surf?

Sono uscita dall’ippodromo con addosso una felicità estiva che mi sembrava impossibile poter provare lontano dal mare e lontano dal relax di una vacanza ben fatta.

Quanto ho pagato il biglietto: 52 euri

Quanto avrei pagato: anche 60-65.

Portishead @ Rock In Roma, 27/06/2012

28 giugno 2012

Ero un po’ indecisa se scrivere qualcosa su questo concerto.
Dei Portishead, a parte la canzone famosa non conoscevo molto, però Giuglia ci voleva andarissimo e i Portishead non venivano in Italia da una cosa tipo 17 anni…in realtà, comincio a dubitare che siano mai venuti.
E siccome quando c’era da comprare i biglietti non ero povera in canna, ho pensato PERCHE’ NO?

Non sono in grado di fare una recensione decente, né di scrivere una scaletta.
Vi posso dire che il concerto è durato un’ora e mezza, il che per 44 euri devo ammettere che è un po’ pochino, anche se ci sono stati zero tempi morti, nessuna chiacchiera, canzoni tutte attaccate una all’altra; anche il tempo prima dell’Encore è stata roba di un minuto.
Quindi parliamo di un’ora e mezza pienissima, però boh, sempre 44 euri abbiamo sborsato.

Mi sono piaciuti i video proiettati dietro: c’era sia materiale registrato, che proiezioni live di telecamerine posizionate strategicamente sul palco (una dentro alla grancassa della batteria!) con degli effetti molto anni ’90 che rendevano bene.

In sostanza è stato un concerto molto DRAMMATICO. I Portishead sono DRAMMATICI. Lei è DRAMMATICA.
Tutto molto intenso, tutto molto incentrato sulla musica. Tutti suoni pieni, tutte atmosfere cariche di pathos, zero ironia, zero leggerezza.

Lei ha una voce formidabile, niente di studiato, una voce naturalmente molto molto bella, nei pochi strilli e nei tanti sussurri, spesso in netto contrasto con l’atmosfera musicale pesante.

In alcuni pezzi ho trovato che il volume della batteria fosse un po’ troppo alto rispetto agli altri strumenti, e a volte invece la voce un po’ penalizzata.

Tutto sommato ne è valsa assolutamente la pena, non mi sono mai annoiata, nonostante la cupezza del concerto. Ho sentito qualche suono “nuovo” che mi è piaciuto parecchio (nonostante il loro ultimo album sia uscito nel 2008).

Ah, ho deciso di introdurre questa nuova FEATURE nelle recensioni dei concerti:

Quanto ho pagato il biglietto: 44 euri
Quanto avrei pagato: 25 euri

I Quintorigo suonano Hendrix @ Terme di Caracalla, Roma, 20/06/2012

21 giugno 2012

Ieri sera c’erano i Quintorigo che suonavano le cover di Jimi Hendrix alla Festa Del Pd, alle Terme di Caracalla.
Lo sapevate?
No, non lo sapevate, perché fondamentalmente non lo sapeva nessuno. Neanche l’organizzazione, visto che sul sito della Festa del PD non c’era scritto niente.
A me l’ha detto un amico che era stato informato da un altro amico che è il loro fotografo “ufficiale” (a proposito, si chiama Stefano Caporilli e fa un sacco di foto bellissime, vedere per credere).
La praticamente totale mancanza di promozione dell’evento (che era gratuito, oltretutto), ha fatto sì che gli spettatori fossero circa un decimo di quelli abituali dei Quintorigo.
Ecco una diapositiva del pubblico presente:


Tralasciamo questi che sono DETTAGLI nell’organizzazione di un concerto (mi domando come il PD pensi di poter gestire l’Italia se non riesce manco ad organizzare un concerto. Ottima pubblicità, bravi), passerei a blaterare un po’ di musica.
Mi sembra di aver capito che questa fosse la prima volta che portavano lo spettacolo in pubblico. Non che si notasse, eh? I Quintorigo sono sempre stati dei professionisti, non tanto dello show in sé (anche se sono molto simpatici), ma della musica nel senso stretto della parola.
Devo dire che sono rimasta un po’ sorpresa nel non vedere Luca Sapio, anche se lo avevo mezzo intuito dalle notizie recenti che lo volevano in tour in America, o qualcosa di simile, insomma avevo già letto da qualche parte che attualmente si stava facendo un po’ gli affari suoi lontano dai Quintorigo. Inizialmente ci son rimasta male, Sapio è un professionista del blues, non mi sarebbe dispiaciuto sentirlo cantare Hendrix.

Invece sul palco coi Quintorigo ieri c’era tal Moris Pradella, di cui non avevo mai sentito parlare. Sembra un Ben Harper con la panza e i dread lunghi, e anche la voce più o meno è molto simile.
Sui Quintorigo mi sono dilungata molto spesso e molto volentieri su questo blog (per i più pigri: qua c’è il link al tag, tiè, più comodo de così), quindi vi ammorbo solo con questo cantante nuovo: è bravo.
Perfetto per dare voce a Hendrix, davvero, proprio perché sembra Ben Harper. Fondamentalmente di cover di Hendrix direi che ne abbiamo sentite parecchie negli anni, ma mai riarrangiate per archi e sassofono. Almeno credo, boh, non so voi che concerti andate a vedere. E comunque potreste anche invitare, ogni tanto.
Anche le canzoni più sputtanate del mondo, come Hey Joe, o Purple Haze, che quando ti capita di ascoltarle in giro riesci solo a pensare: ….ANCORA? CHEPPALLE, diventano qualcosa di talmente nuovo quando escono da un violino e vengono cantate da Ben Harper, che è veramente difficile farsi annoiare.

Mi sa che ho mezzo mezzo ricavato una scaletta; è un po’ vaga, prendetela colle molle, ma magari meglio di un pugno sui denti.

– Star-Spangled Banner
– Purple Haze
– Manic Depression
– Hey Joe
– Spanish Castle Magic
– Red House
– Angel
– Voodoo Child
– Bold As Love
– The Wind Cries Mary
– Foxy Lady
– Fire
– Gypsy Eyes
Encore
– Manic Depression
– Puprle Haze

E per la primissima volta nella mia vita, il bis è stato effettivamente un bis! E il rientro nei camerini è durato neanche un minuto, questo probabilmente a causa del pubblico scarso.

E’ solo una mia supposizione, però un gruppo come i Quintorigo, abituati ad un pubblico molto più consistente, magari non si è divertito molto, il che mi dispiace perché comunque, non mi stancherò mai di ribadirlo, loro son bravi. Punto. Non ci sono cazzi, non c’è da discuterne. La loro bravura non è data solo dalla creatività, dall’istinto, dalla sensibilità che può avere un cantautore che sa a malapena strimpellare 4 accordi: questi sanno suonare, sanno produrre un sacco di notine tutte molto vicine tutte attaccate tutte a tempo e tutte intonate.
Il concerto è durato un’ora e venti circa (non è che ci potevamo aspettare tanto di più. Tanto era gratis).

Da segnalare:
– Belli i controcanti, soprattutto su Fire e Foxy Lady. Suppongo sia facile fare un controcanto mentre suoni un violino. Già.
– Un paio di interruzioni per leggere qualche frase di Hendrix, raccontare qualche aneddoto sulla vita e sulla morte. Brevi, quindi per niente noiose.
– The Wind Cries Mary è suonata insieme a Hendrix. No, non hanno speso miliardi per creare un ologramma che suonasse sul palco con loro, è troppo mainstream. Praticamente c’è uno schermo sul fondo del palco, dove mandano un’esecuzione della canzone in tv, e loro ci suonano sopra. Ma piano, delicato, un accompagnamento gentile. Bello.
– I pezzi strumentali che fanno da intro ad alcune canzoni, tipo Bold As Love e Foxy Lady, veramente meritevoli di menzione.