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Le mie morti: Luciano.

19 febbraio 2015

Questa serie di post un po’ lugubre è nata proprio pensando a Luciano.

Qualche giorno fa ero in metropolitana, e pensavo in generale che, per quanto il 2014 sia stato un anno di merda, Novembre mi aveva risparmiata.
Novembre è diventato il mio spauracchio, il mese di cui avevo terrore e che ogni anno attendevo con ansia malcelata, il 9 Novembre 2008, quando Luciano morì in un incidente di moto.

Chi era Luciano?

Più significativo di Valerio nella mia vita, Luciano è stato il mio secondo fidanzatino, e il primo “importante”.
Credo di aver avuto sempre intorno ai 16-17 anni (scusate la vaghezza temporale che accompagna questi post, ma sapete bene che l’adolescenza può diventare nebulosa già mentre la si vive).
Vi ho detto che Valerio era un bel ragazzo? Mbè, anche Luciano. Di altezza media, magro, biondo e con gli occhi di ghiaccio, aveva un sorriso un po’ da Joker, con gli angoli della bocca sempre rialzati anche quando era incazzato.

Il nucleo della combriccola eravamo io, Luciano, S. e V., più una serie di altri personaggi random che ci gravitavano intorno. Stavamo insieme tutti i pomeriggi, quasi senza eccezione, e ce la cavavamo bene anche senza cellulari per gli appuntamenti. Ci telefonavamo a casa, ci davamo luogo ed orario, e ci si incontrava.

Il più delle volte giravamo per Ostia, Vitinia, Casal Bernocchi, Ostia Antica. Non facevamo danni, passavamo tanto tempo sul trenino avanti e indietro, a volte senza biglietto.
Fumavamo sigarette, come se fosse una gran figata, ma ce le smezzavamo sempre perché eravamo sempre senza una lira.

Ogni tanto andavamo in spiaggia, anche se a quel tempo a me mi faceva schifo, il mare. Eravamo tutti bianchi come cenci, ci scottavamo puntualmente.
Io pesavo 20 chili ma, ovviamente, ero convinta di essere grassa, quindi rimanevo vestita in spiaggia, mi sentivo costantemente a disagio.

Eravamo talmente piccoli, che il primo bacio ce lo siamo dato qualche giorno dopo esserci messi insieme: non era estate, ma eravamo andati lo stesso in spiaggia, dalla parte della riserva del presidente, ai Cancelli. Gli amici fecero di tutto perché accadesse, ci lasciarono soli il prima possibile con delle scuse senza senso, ma chi avrebbe mai protestato?

Camminammo un po’ sulla battigia, passammo un canaletto di scolo, ci accoccolammo al riparo di un tronco gigante portato in spiaggia dalla corrente, e lì accadde: il fatidico primo bacio.
Per entrambi non era il primo in assoluto, ma i precedenti erano stati così insignificanti (almeno per me), che nella mia memoria si impresse come il primo “vero”, il primo per cui il contorcimento delle budella non era dato dalla paura di fare qualcosa di sbagliato e di collezionare una figura dimmerda.

Nonostante tutte queste emozioni, io ero pur sempre un’adolescente acida.
Lui era presissimo dalla nostra storia, mentre a me passò subito. Non lo lasciavo, perché mi ubriacava di attenzioni. Adoravo le vignette in cui disegnava legati insieme ma divisi da genitori, impegni, scuola.
Mi scriveva un sacco di lettere, aveva una bellissima scrittura gioiosa, un po’ artefatta forse, ma faceva delle “e” e delle “s” meravigliose.
Era premuroso, sempre pieno di pensieri carini, la trottolina gialla e quella verde, le cassette registrate dalla radio con la dedica per ogni singola canzone.

Ma non vi immaginate uno zerbino: Luciano era un ragazzo forte, già molto indipendente e con le idee molto chiare. Nel gruppetto di dementi che eravamo, la sua personalità spiccava più demente delle altre, era simpatico, faceva ridere, ma era anche un po’ fumino, era facile alla rabbia, ma si dominava bene per essere un 17enne abbandonato dal padre.
Quando lo facevo incazzare con la mia indifferenza, ad esempio, si sfogava facendo flessioni a nastro, chiuso in camera sua.
Era finemente sarcastico, a volte era difficile distinguere lo scherzo. E si stupiva facilmente, di tutto: spalancava gli occhioni azzurri e allargava quelle labbra sottili alla sua risata da Joker.

E questo è quello che ricordo di Luciano a 17 anni.

Com’è facilmente intuibile, dopo l’inevitabile rottura ci perdemmo di vista, molto prima che io mi trasferissi a Bologna. Probabilmente già nel 2000 non ci sentivamo più da un po’ di tempo.
E da qui, comincia il mio periodo felice, lo spiccare il volo (… ok, fuggire a gambe levate) dal nido per il trasferimento in un’altra città, ed il mio passaggio dall’adolescenza verso la vita post-adolescenziale di cui abbiamo già parlato.

Durante quel periodo sviluppai un’abitudine piuttosto strana: come se volessi “ripulirmi” la coscienza dalle malefatte di gioventù, cominciai a scrivere lettere ai ragazzi che mi sentivo di aver maltrattato o preso in giro senza motivo.
Le buttai quasi tutte, erano solo un mio sfogo personale, volevo dirmi: Silvia, hai sbagliato qui, qui e qui.

La lettera per Luciano fu l’unica che spedii. Chissà dove trovai l’indirizzo; comunque presi il coraggio a due mani, l’affrancai e la imbucai. Non ricordo precisamente cosa gli scrissi, qualcosa tipo “Mi dispiace di essere stata così cretina, eri un bravissimo ragazzo e io una piccola stupida immatura, avevi ragione tu”.
E poi me ne dimenticai.

Non ricordo se mi telefonò, o mi mandò un sms: so solo che qualche settimana dopo, mi organizzai per far posto a lui e ai suoi amici nello studentato dove vivevo con altre 6 ragazze: venivano al MotorShow, e giustamente lui pensò di approfittare della mia redenzione per scroccarci qualche mezzo posto letto messo male.
Fu un successo: tutte le mie coinquiline li adorarono immediatamente. Facevano casino, erano simpatici, invadenti al punto giusto, non troppo volgari: erano entrati subito nello spirito di vita dello studentato.

Ho un sacco di prove che dimostrano che le mie gesta (la lettera, l’ospitalità) non nascondessero intenti romantici o nostalgie malcelate:
1- La prima notte Luciano dormì nel mio letto e… non successe assolutamente nulla.
2- Qualche giorno dopo, cominciai una relazione con un ragazzo dello studentato (un altro a cui dovrei una delle mie lettere di auto-redenzione… Magari arriverà, prima poi)
3- In contemporanea, Luciano e una delle mie coinquiline si cominciarono a frequentare in una tormentata relazione a distanza.

Cominciò quindi una frequentazione abbastanza assidua, più che tra me e lui, tra le nostre due combriccole.
Ricordo con particolare tenerezza un viaggio in macchina, la sua Opel Corsa nera, da Roma a Bologna, con un paio di suoi amici. Avevamo ricominciato a frequentarci da poco, e nel caos delle nuove conoscenze, noi due in realtà avevamo parlato ben poco: eravamo, l’un per l’altra, quegli adolescenti acerbi che non avevano nulla a che fare con le persone che eravamo diventati.
Io, ad esempio, dalle loro chiacchiere di discoteche, Rimini, Riccione, Rococò e Chicchirichì, credevo che i suoi gusti musicali si fossero ampiamente divisi dai miei.
E invece quella notte, per smorzare il casino che facevano i suoi due amici dietro (mi ricordo di voi, cari, ma non voglio scrivere i vostri nomi), mi chiese di prendergli il raccoglitore dei CD, ed esclamando “Vedrai come dormono mo’!” mise su Solo Un Grande Sasso dei Verdena,
E infatti, i due giuovini tosto si zittirono, e noi potemmo cominciare il nostro chiacchiericcio sommesso da lungo viaggio a velocità moderata sulla provincialona adriatica.
In quel momento mi confessò che dalla mia lettera aveva capito che io ero diventata una persona orribile e sola, e che stavo ravanando nel passato cercando qualcuno che avesse pietà di me.
Mi confessò che era venuto per godere della mia disfatta umana come persona, per vedere a cosa mi avesse portato la mia attitudine negativa. E invece mi disse qualcosa tipo “Stai da paura, hai cambiato città e sei piena di amici”. Non era molto bravo a parlare di sentimenti, lui era il buffone, quindi questa sua confessione fu molto significativa per me.

In seguito continuammo a frequentarci, più che altro a Bologna.
Lui si lasciò con la mia coinquilina, io invece perseverai nella relazione iniziata da pochi mesi.
Una volta mi costrinse bonariamente ad andare a casa del fratello più grande che vive(?) dalle parti di Budrio, nell’hinterland bolognese. Non ricordo molto di quella serata, tranne una deliziosa nipotina innamorata persa dello zio biondo che non vedeva mai.

Una volta Luciano venne a trovarci sotto Natale. Mia moglie aveva fatto un modesto presepe con le statuine di pasta di sale modellate da noi. Già io, mia moglie e il mio futuro cognato avevamo creato delle figurine poco ortodosse (una piovra, una bambola voodoo di Berlusconi trafitto da stuzzicadenti etc), in più arrivò Luciano e lo trasformò prima in un circo, poi nel Luneur (con giostre annesse), infine in un concerto di Marylin Manson con tanto di programma scritto.

Luciano era un creativo. Nonostante si sforzasse di vestire alla moda, andare a ballare nelle disco fighette e rimorchiare le principesse della notte, era un artista, un artista vero, solo che non lo sapeva. Ideava e disegnava una storia a fumetti in 5 minuti, dal nulla. Eppure preferiva mostrarsi diverso. Forse non credeva molto nelle sue stesse doti, non saprei dirlo.

E poi, così com’era cominciata, la nostra frequentazione scemò, fino ad estinguersi del tutto, nonostante nel frattempo io fossi tornata a Roma.
Esteriormente non avevamo molto in comune: io universitaria hipster mezzo intellettualoide di sinistra che andava alle mostre e ai concerti di gruppetti sconosciuti, lui sempre molto alla moda nelle migliori discoteche d’Italia e alla costante ricerca di lavoro. Gli fluttuavano attorno ragazze molto appariscenti e ben curate, il contrario di me insomma: non mi sarei potuta integrare tra i suoi amici, né lui tra i miei. E così, ci allontanammo di nuovo, mentre ancora qualcuna delle mie ex-coinquiline ancora sentiva lui e i suoi amici, almeno per sms credo.

Novembre 2008.
Sono a Roma, sto affrontando l’inizio della mia carriera nella consulenza in un brutto e vecchio ufficio della sezione informatica della Corte Dei Conti.
Ricevo una telefonata nel mezzo della mattinata da una delle mie ex-coinquiline. Non ci sentivamo da quando avevo lasciato lo studentato per trasferirmi in case private, per un ammontare di almeno 3 anni di totale indifferenza, preceduta da qualche litigata isterica per motivi casuali (stateci voi 2 anni in una casa con altre 6 ragazze, poi mi dite).
Insomma mi chiama, io la ignoro beatamente. Magari vuole qualche soldo di qualche bolletta, cheppalle. Oddio e se sta a Roma, magari mi vuole vedere? Per come è fatta lei, mi chiama per fare una rimpatriata a Bologna. Magari si laurea e mi vuole invitare, dionoperfavore. Desiste.
Mi richiama dopo qualche minuto. Vuoi vedere che è importante? Cedo e rispondo.
E’ importante.
Sul momento penso: Luciano è talmente cretino che ci sta facendo uno scherzo. Che scherzo di merda, sempre il solito. Non mi ci vuole molto per realizzare, salutare, attaccare e scappare a nascondermi. Dopo un’ora, un collega mi ritrova smarrita su una panchina in un parchetto vicino. Mi consola come può, anche se io a malapena gli dico perché sono in quello stato pietoso.
La sera del giorno dopo, l’11 Novembre, è il mio compleanno. I miei vicini, con l’aiuto di mamma e parenti, mi hanno organizzato una festa a sorpresa. Ridiamo cantiamo mangiamo balliamo. Ad una certa, mi sento talmente male che devo andare a letto. Per fortuna devo solo attraversare un cancelletto.
Qualche giorno dopo, io e mia moglie andiamo al funerale. Di tutte le sue nuove “amiche”, le mie coinquiline che andavano matte per lui (compresa una ex), solo noi due eravamo lì a farci strappare il cuore in mille pezzettini minuscoli.
Da quel momento in poi, il 9 novembre di tutti gli anni a venire sarà un giorno drammatico.

Sarò isterica tutto il giorno e scoppierò a piangere in punti a caso della giornata, a volte senza rendermene conto. Una sera in particolare ricordo che cominciai a singhiozzare senza motivo, finché non mi resi conto di che giorno fosse.
Questo è successo tutti gli anni, puntuale come i mandarini a Natale, tutti i 9 novembre dal 2008 al 2013.

E’ a questo che pensavo la settimana scorsa, in metropolitana: nonostante l’anno complessivamente di merda, quest’anno il 9 novembre è passato liscio. Sarà che stavo tentando per l’ennesima volta di imparare il surf in una bellissima caletta delle Canarie con un gruppo di amici + la mia persona speciale (non nego che questo POTREBBE aver aiutato…), ma comunque non dubito che i miei futuri novembri saranno sempre un po’ meno peggio.

Ah, e qui una roba che alla luce di queste due storie, potrebbe risultare più comprensibile, rispetto a quando l’ho pubblicata.

Novembre, di nuovo

26 ottobre 2012

in anticipo quest’anno l’inizio delle ostilità novembrine, cerco comprensione sperando di non trovarla
mi rivolgo alla gente ridendo e mi incazzo perchè non mi capiscono
novembre si incunea in ottobre e mi fa rispolverare dischi accantonati a dicembre dello scorso anno
è quasi novembre, il freddo nelle mani si toglie solo tra i tuoi capelli
e le tue promesse, novembre mio, sono fuochi fatui che continuo a seguire tutti gli anni
non li prendo mai, ma mi attirano fuori dal tunnel
ci striscio fuori da sola con l’illusione di essere stata aiutata
ringrazio tutti tranne l’unica che mi aiuta sempre
l’unica che non trova mai scuse per non darmi una mano
l’unica che non è mai troppo stanca e non ascolta quando rifiuto la mano protesa
unica che mi prende per i capelli, mi scuote per la collottola, mi fa piangere e strillare e mi lascia dall’altra parte
tremante ma salva
incazzata ma viva
triste ma con gli occhi aperti
ciao novembre
tanto passerai, come al solito, come tutti gli anni

ah un’altra cosa:

Novembre: ‘ttenaffanculo.

Your punchball, with love.

23 novembre 2010

Salve, sono Silently, quella gran figa indipendente e menefreghista che se ne sbatte di essere offesa&vituperata, tanto sono talmente forte e piena di boria e fiducia in me stessa che niente mi scalfisce.

Ciao, sono quella che quando sei nervosett*, la vita ti sta sfasciando e non ce la fai più a sopportare il peso del mondo, le puoi saltare alla gola e insultarla che tanto non la fai mica piangere, nooooo, macchè, hai trovato pan per focaccia e ti puoi sfogare con me fino alla morte.

Ciao, sono quella che tanto quando cade si rialza da sola, praticamente subito, quindi tanto vale sfruttare questa capacità innata e usarmi come tuo sfogo personale per tutte le tue frustrazioni, dai, fatti sotto, che mi ci vuole a me a farmi una bella litigata?
Dimmi che è colpa mia se stai litigando con tutte le persone che ti vogliono bene, dimmi che è colpa mia delle tue isteriche crisi di pianto, che io sono presuntuosa saccentona boriosa piena del mio ego, che tutto mi è dovuto secondo me, che nella vita io non faccio un cazzo mentre tu ti fai in quattro per portare a casa due soldi (che sono sempre più dei miei), daaaaiii che se continui ad insultarmi così pesante riesci a dimenticarti di quanto sei patetic* e anche ad addossarmi tutti i tuoi disagi, che tanto non mi chiederai mai scusa, ma figuriamoci, la colpa sarà sempre mia e probabilmente alla fine per farti stare zitt* sarò io a chiederti perdono, così te ne puoi andare col naso all’insù soddisfatt* della tua vittoria morale, ma questa chiccazzo si crede di essere a pensare di avere ragione con me?
Non mi costa niente chiederti scusa per qualcosa che non ho capito di aver fatto, figuriamoci.
Magari chiediti cosa costa a te, quando ti sarà passata la volatile gratificante sensazione di soddisfazione procuratati dalla tua schiacciante vittoria dialettica, e tornerai ad affogare nella tua merda da sol*.

Ciao, sono quella che ti guarda annaspare per prendertela con me, arrampicarti sugli specchi per trovare una qualsiasi motivazione per aggredirmi e/o ignorarmi, che alla gente messa male gli piace anche il giochetto del potere non-ti-saluto non-ti-rispondo, e io ti guardo e ti rido in faccia, dai su, cerca di ferirmi, avaaaanti, dai che ce la puoi fare!

Ciao, sono quella che mi sgridi perchè non ti racconto mai un cazzo. Sarà perchè quando ti dico
oggi mi fa male un dit…
tu attacchi con
AAAHHH NON SAAAIIII che dolore l’altro giorno quando il cucciolo di ornitorinco di zia Gianna si è appoggiato sul tavolino facendo cadere un cucchiaino da caffè drittodritto sulla mia nocca, un cazzo di doloreeeeeee ma che stavi dicendo?
Eh niente, oggi a lavoro mi hanno fatto sudar…
SEEEHHHH caaaaapirai nun me lo di a me oh, oggi il capo era tutto in ebollizione che arrivava la consegna delle penne di Ottobre in rtardo, ovviamente, e io ho dovuto pulire tutti i portapenne dell’ufficio non sai che male al pollice!!! Oh ma perchè non mi racconti mai un cazzo, tre ore davanti a sta birra ancora non mi hai detto niente!
Si io veram…
ma lo sai il mio prozio Guglielmo cha un’unghia incarnita, porello oh non può appoggiare il piede a terra che strilla come un maiale scannato, non si regge più e quindi zia Concetta che dice che vuole divorziare, lo sai com’è la prozia Concetta no?
No?
Ecche non lo so?

[Silently]

che ti penso raramente

9 novembre 2010

e sono già due anni che la tua idiozia è scomparsa dal mondo
che adesso ti penso raramente e non mi sto pentendo, no non è quello, comunque tu avresti rosicato perché eri abituato a stare al centro, in centro
le persone ti gravitavano attorno perché facevi ridere, un cretino buono sotto le vene chiuse e i tuoi giudizi spioventi e i controllini inaspettati negli armadi e nei cassetti chiusi male e per poco
e quel prete che ti avrà visto si e no 3 volte in vita sua io e C. ridacchiando in chiesa in mezzo ai fiori, che poverino, il prete, lui mica lo sapeva del presepe con marylin manson e i re magi che giocavano a carte con giuseppe e le pecorelle che si ingroppavano le galline, ma qualcosa si vede aveva intuito perché faceva il vago diceva che non eri proprio proprio vicino a cristo.
comunque tutto bene finché non te ne sei andato davvero
la macchina balena che ti teneva in pancia se n’è andata, è stato un problema che la gravità s’era girata e io non riuscivo a staccarmi dal muro e le lacrime però cadevano in verticale, non si capiva bene forse perché stavo precipitando dappertutto
forse se non c’era C. mi ritrovavano lì fuori da quella chiesa ad affogare come una tartaruga rovesciata
e ti penso raramente che guidando di notte i tuoi amici parcheggiati nel sedile posteriore rompevano i coglioni e per farli addormentare tu hai detto mo gli mettiamo questo e dormono, detto fatto due minuti e abbiamo cominciato il chiacchiericcio sommesso quello da strada provinciale di notte con quella musica che un po’ ti rompe dentro, quella che sbanda molto più della tua opel corsa nera ma meno della tua moto
e ti penso raramente con quella trottolina gialla e poi quella verde, dove sfociava il canale a castelfusano alla riserva del presidente che a guadare indietro la marea era salita e non sapevamo come tornare dopo il primo bacio, l’acqua alta e la realtà e la nostra fottuta adolescenza ci impedivano di fare marcia indietro, l’acqua era più alta e noi anche.
e ti penso raramente ma più di quanto ti aspetteresti.

[Silently]