Posts Tagged ‘phd’

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 3 di ???

27 ottobre 2010

Come non dare di matto.

Nei paesi scientificamente evoluti i dottorandi vengono considerati una risorsa dell’università. Vengono impiegati, guidati, sollecitati e manutenuti, come qualsiasi altra attrezzatura del dipartimento. I dottorandi all’estero sono gente che lavora, con serenità e profitto. Sono cullati dalla sicurezza di un futuro meritatamente radioso.

Le coccole del futuro radioso non esistono per il dottorando italiano perché sa che alla fine del suo ciclo lo aspetta un impietoso collo di bottiglia. Su dieci neodottori di ricerca forse uno potrà proseguire la sua carriera in italia, tre-quattro emigreranno, gli altri sono destinati al precariato nelle scuole, al precariato nelle aziende private o direttamente alla disoccupazione.
Non che queste ultime siano attività da disdegnare in sè, ma uno non ha bisogno di perdere anni e salute a scrivere un libro pieno di risultati nuovi per poterle esercitare. Gli basta aver perso già mesi e salute per scrivere un libro di risultati non nuovi, quando si è laureato.

La difficoltà di accesso al mondo accademico dà al dottorando italiano la corretta sensazione che il futuro sia appeso ad un filo e l’errata sensazione di non potersi permettere nessun tipo di errore. Questo porta a scene pietose tipo questa:

“Gentile Prof.ssa Vattelappesca,”

no no troppo formale

“Cara Emmy…”

troppo poco formale

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo”

no forse è meglio la L

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
Le scrivo per chiederLe di spostare il nostro appuntamento…”

merda il correttore segna rosso

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
le scrivo per chiederle di spostare il nostro appuntamento a giovedì perchè oggi ho avuto un contrattempo”

no no così sembra che voglio imporle il giovedì, invece a me va benissimo sempre

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo e volevo chiederle se possiamo spostarlo ad un altro giorno”

accidenti è ovvio che lo dovremo spostare ad un altro giorno, mica non vorrà vedermi mai più!

cazzo e se non vuole vedermi mai più?

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

Cordiali saluti

Anna”

Cordiali saluti è troppo

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perchè ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Cazzo la é

“Cara Prof.ssa Vattelappesca,
oggi non posso venire al nostro appuntamento perché ho avuto un contrattempo. Quando possiamo incontrarci?

A presto

Anna”

Ecco. Tempo di stesura: un quarto d’ora. Tempo di rilettura: altri dieci minuti. Densità di imprecazioni: 90%. Per una mail alla tua relatrice, la donna che vedi e da cui dipendi più di tua madre. Follia pura.

A queste problematiche grammaticali tutte italiane si aggiunge l’intrinseca difficoltà del fare ricerca. Si può rimanere anche per mesi al palo prima di progredire un po’. Si può imbroccare una strada senza uscita e buttare nel cesso settimane di lavoro.
La ricerca è un’attività noiosa, faticosa, frustrante nella maggior parte del tempo. Ma poi, una o due volte l’anno, ci si ricorda perchè si fa: arriva l’idea. Di fatto si vive per l’illuminazione, si vive per quel momento di pura chiarezza, si vive del cieco orgoglio di essere i primi al mondo ad arrivare alla soluzione.

Dunque…come non dare di matto? L’unica speranza è quella di fare leva sulla propria motivazione e di non isolarsi nelle proprie fobie.
L’originalità è la chimera di tutti i depressi: ma in realtà qualsiasi pensiero cupo vi tormenti, state pur certi che riposa in pace tra le righe dei ringraziamenti della tesi di qualche nostro collega.

[Anna]

Annunci

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) 1 di ???

30 settembre 2010

La scorsa settimana uno dei tanti piccoli cerchi della vita si è concluso: il mio professore, il mio mentore mi ha chiesto di consigliare un suo studente sulla scelta del dottorato. Il tizio era indeciso tra il dipartimento dove mi sono dottorata e la facoltà dove mi sono laureata e così mi ha scritto chiedendomi la mia esperienza. Ed è lì che si è rinnovata quella consapevolezza in me mai veramente acquisita: ho finito, sono fuori dall’incubo! Rispondergli non è stato per niente facile, ci ho messo più di un’ora a riordinare i pensieri riguardanti un periodo così incerto ed ansioso della mia vita. Ora, ebbra del conseguimento del mio primo assegno di ricerca (YEAHHHHH!), riciclo le mie perle di saggezza a favore del mondo.

1. Cos’è un dottorato di ricerca.

Formalmente è un percorso di studi e di ricerca post-laurea, della lunghezza di tre-quattro anni, che si conclude con la discussione di una tesi contenente tutti i risultati originali ottenuti, più una lunghissima introduzione, più una bibliografia contenente tassativamente tutta la produzione letteraria del proprio relatore: dal tema di licenza elementare alla lista della spesa dell’ultimo sabato prima della consegna del manoscritto.

Teoricamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere del ricercatore.

Praticamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere di sopravvivere alle magagne di dipartimento, all’ambiguità dei professori, all’oblio dell’inattività, alla paura per il futuro, alle infinite frustrazioni dati da temi di ricerca troppo difficili, inutili e/o malposti, alla dipendenza da caffeina.

2. Perchè fare un dottorato di ricerca. E soprattutto perché farlo in Italia.

Il dottorato e l’imparentamento con un rettore sono le uniche vie per accedere al mondo della ricerca o, più in generale, all’altra parte della barricata universitaria. Il solo motivo per cui un neolaureato dovrebbe imbarcarsi in un’impresa del genere è una delicata alchimia di fuoco sacro per la ricerca, amore per la propria materia, snobismo intellettuale, smodata ambizione, idiosincrasia verso gli orari di ufficio e orrore dei soldi. Se manca anche una sola di queste componenti tanto vale lasciar perdere. Non esiste un motivo al mondo per fare il dottorato in Italia, è sconveniente sotto tutti i punti di vista, tranne uno. Un culo troppo pesante. Come il mio, che ai miei tempi manco a Perugia sono voluta andare.

3. Come scegliere un dottorato in Italia.

In Italia esiste un solo criterio per scegliere dove andare: l’influenza dei propri contatti. L’unico contatto che un neolaureato ha è tipicamente il suo relatore ed è da lì che bisogna cominciare. Bisogna parlare col proprio professore dei propri progetti e dare retta a lui. Se vi manda in culo al mondo, andate.

Se invece siete stati scaricati dal vostro relatore, niente di grave ma la questua è l’unica strada percorribile. Prima ancora del concorso di dottorato, bisogna entrare in contatto con qualcuno del dipartimento di destinazione: leggere i suoi lavori più recenti, mettersi in condizione di parlare decentemente e sinteticamente della propria tesi e andare a bussare. Una volta ottenuta udienza, la frase “Ho letto il suo articolo…” deve essere tassativamente pronunciata almeno una volta e possibilmente entro i primi 10 minuti o le 1000 parole. Il professore deve vedere in voi l’affare, qualcuno che lavora, porta risultati e non rompe eccessivamente i coglioni. Visto che state sparando nel mucchio, tanto vale puntare ad uno grosso, possibilmente un neo-ordinario, potente, esperto ma ancora non rincoglionito.

4. La scelta del relatore e del tema di ricerca.

Insomma ce l’avete fatta. Il concorso è stato vinto, tra qualche mese inizieranno a pagarvi, siete dei fichi. I primi tre mesi, finchè non arrivano i soldi, è pacchia. Poi al primo bonifico inizia l’ansia: se mi pagano vorranno qualcosa da me, e mo? La cosa migliore è arrivare a questa fase con un accordo prematrimoniale firmato con qualcuno, di cui al punto 3. Se invece vi siete intrufolati nell’anonimato più completo, bisogna guardare nel dipartimento. E ricominciare con la questua. Non smignotteggiate con più professori contemporaneamente, il paese è piccolo, la gente mormora e ormai siete proprietà del primo con cui avete parlato seriamente di tesi.

Prima di cedere i prossimi tre anni della vostra vita ad un professore, è indipensabile aver appurato la sua disponibilità ad esercitare la propria influenza per mandarvi avanti. Ora, ottenere assicurazioni esplicite è impossibile, gli accademici non sono progettati per farlo ed estorcere loro una promessa è come costringere un prete a dare credito a Darwin. La loro religione, ossia il culto del discarico delle responsabilità, glielo impedisce. Bisogna fidarsi del lato umano e delle oggettive possibilità del professore. Valutate cinicamente e spassionatamente quanto conta, quanti soldi ha, quanti ne è disposto a spendere per voi.

Tenevi lontani dai geni ribelli, dai fighetti, dagli esauriti. Un dottorato è una navigata in acque tempestose, e nei momenti di delirio e follia il vostro relatore sarà la vostra ancora alla realtà. Meglio che sia un catenone piuttosto che una collanina dorata.

Il tema di ricerca è assolutamente marginale in questo discorso. Cercate di fare ricerca su qualcosa che va di moda. Ad esempio per i matematici le equazioni differenziali applicate alla biomatematica vanno benissimo. O, sempre per i matematici, roba da ingegneri: controllo, telecomunicazioni, trattamento di immagini.