Posts Tagged ‘recensioni’

sQuola di Babele – La Cour de Babel

10 aprile 2015

Metti che ti invitano ad un’anteprima di un film, no?
Prodotto e distribuito in Italia da una casa indipendente, la KitchenFilm, per cui lavora una tua amica, che ti dice DAIDAIDAI VIENIVIENIVIENI.
E tu che fai? Mi pare ovvio, ci vai.

Fidandomi ciecamente della mia amica, non mi informo neanche sul nome del film, non so di cosa tratta, non conosco il genere, insomma arrivo al Multisala Lux con la predisposizione d’animo di un appuntamento al buio, e scopro che il film è francese, IN francese, sottotitolato in italiano, che in realtà è un documentario, ed che è stato interamente girato in una scuola media francese di Parigi.
Ora, non voglio fare l’intellettualoide hipster, quindi confesserò che prima dell’inizio del film, si era affacciata alla mia mente la possibilità che potesse essere leggermente pesante, o quantomeno noioso.

E invece no.
E’ bello. E’ interessante. Non pensavo avrei mai potuto dire una cosa del genere di un film-documentario, ma addirittura ha ritmo. La pesantezza intrinseca delle storie raccontata è trattata con la leggerezza dello sguardo limpido di chi guarda e racconta senza giudicare nè interpretare.
Ti trascina con prepotenza dentro ad una classe di accoglienza di un istituto parigino, dove si trovano i “protagonisti”, ragazzi dagli 11 ai 15 anni che vengono accompagnati nell’integrazione scolastica puntando innanzitutto sull’insegnamento intensivo del francese, ma soprattutto sull’accettazione della diversità e sulla convivenza tra piccole persone provenienti da tutto il mondo (e quando dico tutto, intendo proprio TUTTO: Cile, Brasile, Cina, Irlanda, UK, Africa….).
Come fa a non essere noioso, mi chiederete voi?
Innanzitutto, non c’è una voce narrante.
Potrà sembrare una stupidaggine, ma gli spiegoni alla Alberto Angela vanno forse bene per la storia e la natura, ma quando riguardano contesti umani, quando riguardano le persone, sono sempre fuori luogo. Spesso condiscendenti o moralizzanti, le voci narranti ti fanno sentire stupido e levano autenticità e freschezza ai protagonisti veri.
Qui, gli unici a parlare sono i ragazzi, i loro genitori e l’insegnante.
Non mi metterò qui a straparlare del periodo adolescenziale come periodo difficile di transizione blablabla che noia: i ragazzi parlano per loro, e non sono affatto tutti uguali e inscatolabili sotto un’unica etichetta “adolescenti emigrati-emarginati”: ci sono i secchioni, ci sono quelli bisognosi di attenzione, ci sono i timidoni, ci sono quelli già adulti e quelli ancora oppressi, i rifugiati politici, quelli che a Parigi non ci volevano venire, quelli che sono gli unici in famiglia a parlare francese.
Il pregio del tutto è l’asciuttezza della narrazione, la sua spontaneità.
Lo stile di narrazione di Julie Bertuccelli mi ha ricordato quello di Ágota Kristóf: è un paragone un po’ ardito, lo so, ma se ci pensate, entrambe si limitano a narrare (per immagini o per parole) dei semplici fatti, nudi e crudi, così come sono; e questo evitare come la peste ogni tipo di interferenza di opinione o di interpretazione, ti permette di guardare il film e di scegliere, liberamente, senza nessuna “spintarella” ideologica, che cosa pensare, ti permette di fare le tue valutazioni in completa autonomia.
Questo è un pregio da non sottovalutare: siamo così abituati a sentirci dire che cosa pensare, che una film del genere ti mette in moto il cervello.

Insomma, il film esce nelle sale italiane il 23 aprile.
Io, se fossi in voi, un’oretta e mezza la spenderei così, ad accendere il cervello, e a farvi commuovere dalle storie dei piccoli grandi protagonisti.

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Verdena @ Atlantico, Roma, 09/03/2015

11 marzo 2015

Di recensioni sui Verdena questo blog è pieno zeppo, quindi stavolta non avevo intenzione di scriverla.
Però ho notato che in giro ce ne sono davvero poche (in realtà ho trovato solo questa, oltre a tante foto), e allora oh, mi sacrifico per il bene della cultura.
Lo faccio solo per voi, eh?

Iniziamo dall’inizio: i Jennifer Gentle.
A me, non sono mai piaciuti. Non li capisco: ci ho provato, ma niente. Li trovo sconclusionati, a volte frustranti, e non riesco ad apprezzarli in pieno, però facile che so io, eh? Ormai c’ho na certa, tanta roba nuova considerata di valore da gente più esperta di me io non la comprendo.

Quindi senza indugio alcuno, passo al piatto forte.
Il concerto inizia puntuale (meno male, sennò domani chi c’arriva in ufficio?) con 3 brani di Endkadenz, Vol. I. Ho già espresso in precedenza le mie personali perplessità su Endkadenz, ma devo ammettere che il muro di suono che mi ha investita con “Ho una fissa” mi ha positivamente sconvolta: dal vivo è stata una robetta niente male. Personalmente poi ho apprezzato moltissimo anche “Sci desertico”.
L’Atlantico era pieno, ma neanche troppo (ottima la scelta dell’organizzazione, visto che i biglietti erano sold-out da parecchio, di non stipare troppo il locale), con un’età media non troppo bassa, e tanta gente che ha già memorizzato l’ultimo album.
Invece mi ha fatto strano vedere tante persone, scalmanate e urlanti sui pezzi degli ultimi 2-3 album, rimanere tiepidine di fronte a “Starless” o “Valvonauta”.
Il che mi sembra comunque un buon segno della crescente e meritatissima popolarità dei Verdena, che stanno riuscendo a conquistare pubblico “nuovo”, oltre al solito zoccolo duro irriducibile da 15 anni.
E sicuramente il pubblico dell’Atlantico non può essere rimasto indifferente allo spettacolo di lunedì sera.
I suoni praticamente perfetti, un’amalgama impeccabile che una volta tanto fa ascoltare anche la voce di Alberto.
Al solito, tanti cambi di strumento soprattutto per lui, pochissima interazione col pubblico, insomma niente di nuovo nè di spiazzante. Qualche video proiettato dietro di loro, che non ha catturato molto la mia attenzione.
Il nuovo acquisto, Giuseppe Chiara, quasi invisibile complemento, perfettamente amalgamato nel tutto, ha fatto breccia nel mio cuore non facendosi quasi notare.

Ovviamente non ho stilato una scaletta, ero troppo impegnata ad emozionarmi, ma oltre alle già menzionate posso farvi rosicare pesantemente per non essere venuti (o compiacermi insieme a voi se c’eravate) con robetta tipo “Luna”, “Lui Gareggia”, “Attonito”, “Canos”, una esplosiva e sempre coinvolgente “Scegli me”, una sottovalutata dai più esigenti rompipalle “Muori Delay”, la spassosa “Loniterp” e le sempreverdi “Don Callisto” e “Requiem”.
Chiude il tutto “Funeralus”, che non mi convinceva già dal disco, e non mi ha entusiasmata neanche dal vivo.

Insomma, ma che c’è da dire su un concerto dei Verdena? Sono così potenti, emozionanti, energici senza essere mai presuntuosi. Sono sinceri, sono giovani ma maturi, fragili ma indistruttibili.
Fisicamente e socialmente lontani dal pubblico, che tanto a noi ci basta la musica buona fatta bene per uscire entusiasti ed affrontare con serenità la sveglia del martedì mattina.

Ebook reader: una storia di Amore-Odio

25 febbraio 2015

La mia avventura nel mondo degli ebook reader comincia a Natale 2012, grazie ad un regalo: il Kindle di Amazon.

Parliamo proprio della preistoria dei reader di Amazon, che adesso non si vende neanche più. Il massimo della tecnologia che può sfoggiare è la connessione wi-fi per scaricare i libri. E basta.
Non è touch, non è a colori, non è retroilluminato, non è niente: è uno schermo su cui si possono leggere le parole.
Senza luce non si legge, e le pagine si girano con un pulsantino invece che scorrendo un ditino sullo schermo, ma ha comunque i suoi pregi: è la cosa che effettivamente più si potrebbe avvicinare ad un libro di carta, la batteria dura settimane intere, e in borsa pesa come un pacchetto di sigarette. Vuoto.

Inizialmente ero scettica, non pensavo che sarei riuscita davvero ad abbandonare del tutto i libri di carta; ma mi buttai comunque a capofitto e con convinzione nella nuova avventura.
Registra il dispositivo, fai l’account, comincia a scaricare libri aggratis per vedere come funziona, setta le impostazioni, etc etc.
Mi conquistò immediatamente, soprattutto perché ogni giorno Amazon propone delle offerte di libri, solitamente 3 titoli, dai 0,99 a 2,99 euri, con sconti molto forti sul prezzo iniziale, anche 90%. Certo, non sono sempre titoli interessanti, ma il numero fa la forza: con 3 libri al giorno a quei prezzi ridicoli, qualcosa da leggere si trova sempre, soprattutto se non fate gli schizzinosi intellettualoidi e ogni tanto vi abbassate anche a leggere un romanzo di u autore che non abbia mai vinto un Nobel per la letteratura.

In più, il Kindle primordiale è talmente piccolo e leggero che il 95% dei libri di carta che possiedo non regge il confronto, e dulcis in fundo, contiene più libri.
Tanti libri.
Tutti quelli che ti servono per sopravvivere.
Tutti quelli che non troverebbero mai spazio in 35 mq di casa abitata da 2 persone.

Ora, capisco che per qualcuno queste ragioni non siano affatto sufficienti a considerare l’abbandonare la carta, ma per me sì. E lo sarebbero anche per tutti i pendolari delle grandi città del mondo.
Il mio viaggio da/verso l’ufficio è un quotidiano esodo biblico che prevede quasi un’ora di metropolitane e 20 minuti di camminata a piedi. Più ritorno.
Capirete bene che la leggerezza della borsa e la manovrabilità del Kindle ti salvano la vita, soprattutto perché ti permettono di leggere E voltare pagina utilizzando una mano sola, lasciando libera l’altra di scaccolarti, pettinarti, aggiustarti i pantaloni, farti lo shampoo o reggerti agli appositi sostegni della metropolitana.
Insomma, per i primi mesi fu un vero idillio. Non mi mancava molto neanche girare per le librerie vere, a dir la verità.

Nel complesso, risparmiavo (anzi, risparmio tuttora) denaro, tempo e spazio.

E l’odio del titolo, allora?

Ah sì, QUELLO.

E’ cominciato a crescere dentro di me dopo qualche mesetto dall’inizio del nostro idillio.
Io leggo per puro piacere, semplice passatempo, non certo per studiare o memorizzare, mi piace intrattenermi con belle storie scritte bene. Punto.
Il problema mi si è però cominciato a presentare quando mi sono accorta che non ricordavo mai né l’autore né il titolo del libro CHE STAVO LEGGENDO IN QUEL MOMENTO.

Com’è possibile? La risposta è abbastanza facile: non avendo mai il libro vero e proprio tra le mani, la semplice vista (e conseguente memorizzazione inconscia) che avviene quando tiri fuori il libro dalla borsa, lo prendi in mano e poi lo apri, si perde completamente.
Il titolo e l’autore del libro li leggerai si e no 3 volte: quando lo scarichi, quando lo cominci, e quando lo finisci.

Per me, 3 volte non sono sufficienti. Per quanto mi possa essere piaciuto il libro, l’unico modo per fissarlo davvero nella mia memoria è scriverci una recensione, altrimenti è andato, perso. Come se non lo avessi mai letto.
Ora, va bene che non ci studio e che leggo per puro divertimento, ma così è veramente troppo!

Ma la fonte del mio odio non è limitata solo a questa causa.
Trovo anche ESTREMAMENTE frustrante non poter scorrere le pagine.
Non sapere quanto manca alla fine o quanto ho già letto dall’inizio; non poter scorrere indietro fino a trovare il nome di quel personaggio citato a inizio libro; non poter leggere agevolmente le NOTE!!!
Le NOTE SONO IMPORTANTISSIME! Pensate a come potrebbe essere leggere un libro di D.F.W. senza facile accesso alle note: è IMPOSSIBILE! Tanto vale non leggerlo!

Vabbè Silvia, ma allora smetti di usarlo e comprati i libri veri, mica c’è un manipolo di terroristi che ti costringe con la forza ad usarlo, ‘sto Kindle.

EH NO! E’ per questo che lo odio! Ormai mi sarebbe impossibile rinunciare alla comodità pratica di cotal oggetto.
Non ho spazio in casa, non ho spazio in borsa, non ho tempo per la visita fisica alla libreria, non ho soldi per comprare tutti i libri che vorrei leggere a 18 euri l’uno!
Io ormai sono dipendente dal mio Kindle. E odio essere dipendente dal Kindle, ma, ad esempio, l’anno scorso ho letto Il Conte di Montecristo, e Guerra e Pace: come avrei mai fatto a portarmeli in giro quei mattoni infiniti?
E finire un libro la mattina, ed avere la possibilità di cominciarne subito un altro? E’ insostituibile.

Eppure, continuerò a rimpiangere tutte quelle azioni, coscienti o non, che mi aiutavano davvero a capire un libro nella sua interezza: il controllare un fatto dimenticato successo nel Capitolo 2, o rivedere l’albero genealogico o la mappa dei territori della storia all’inizio del libro, o leggere agevolmente le note che spesso sono inutili, ma che a volte ti risolvono la storia.

CONSIGLIO FINALE: Non comprate un ebook reader. E’ come l’eroina: non potrete più farne a meno, ma rimpiangerete di aver iniziato.

Endkadenz Vol. I – il sorpasso dei Verdena.

13 febbraio 2015

Forse è troppo presto per scrivere una recensione, per me. Ancora non so neanche se e quanto mi sia piaciuto.

È che non posso ascoltarlo come tutti gli altri dischi, mentre cammino per andare a lavoro, o mentre lavo i piatti, perchè mi distraggo. È come se non richiedesse la mia attenzione, non mi rapisce e mi da il permesso di pensare ai fatti miei, ma al tempo stesso non mi da fastidio. Siamo sintonizzati, il che potrebbe sembrare una figata ma in realtà no, perchè semplicemente non mi chiede di essere ascoltato.

Non riesco ad isolare bene le tracce. L’ambientazione di quasi tutte le canzoni è vaga, aleatoria, lontana dai riff potenti ed inconfondibili a cui siamo abituati. 

Apprezzo lo stacco da Wow, soprattutto a favore della predominanza del pianoforte sulle tastiere.

L’unica che si discosta un po’ è il singolo (una scelta di marketing più che saggia, forse l’unico pezzo “diverso”, più affine ai Verdena di Wow o di Requiem), che mi ha fatto brillare gli occhi nell’anticipazione di qualcosa che poi, in realtà, nell’album non ho ritrovato.

Nelle sonorità e nell’ambientazione ci sento molto Solo Un Grande Sasso, anche se meno sofferto, meno dolorante, e molto più aperto.

Ed ho come l’impressione generale di sentire meno l’impronta, di solito marcata ed importante, di Luca. Non che la parte ritmica sia assente o mi faccia schifo, lo trovo solo meno incisivo, meno caratterizzante rispetto alla discografia precedente.

Ci ho pensato un po’, a questa nostra relazione, tra me e i Verdena. Ormai è decennale, e i lettori più o meno assidui di questo blog lo sanno bene, vista la quantità di articoli che ho dedicato loro negli anni.

Endkadenz, per me, è troppo sperimentale. 

I Verdena, dopo avermi regalato il capolavoro della mia maturità, stanno andando avanti, ed io, dopo anni ed anni, non riesco più a star loro dietro. Mi hanno doppiata. Loro progrediscono, sperimentano, avanzano, mentre io mi sono stoppata di faccia su Wow.

Sono felice di aver comprato il cd, e doppiamente felice di andare al concerto a marzo.

Aspetto con ansia il Vol. II di Endkadenz.

E continueró a provare, ad ascoltare, e non ho dubbi che prima o poi li raggiungeró, e che continueremo a viaggiare insieme, come abbiamo fatto dal ’99 ad oggi.

La vita perfetta di William Sidis – Morten Brask

27 agosto 2014
La vita perfetta di William Sidis

La vita perfetta di William Sidis

 

 

Bello. Finalmente, dopo mesi, un bel libro, di quelli che ti danno gusto a leggerlo, che ti fanno perdere le fermate della metropolitana.

Uno di quei libri che te la fanno prendere a male, una pagina dopo l’altra, e che ti fanno avere compassione del protagonista, soprattutto sapendo che si tratta di un personaggio realmente esistito.
William Sidis è stato un genio, un bambino prodigio, particolarmente dotato per le lingue e per la matematica, nato a New York agli inizi del XX° secolo, figlio di immigrati ucraini sfuggiti alle persecuzioni civili e politiche del loro paese.
William è un bambino che ha bisogno di un affetto che i genitori non possono o non riescono a dargli. Abbraccia prestissimo l’ideologia filo-sovietica, e si ritrova imprigionato dai suoi stessi genitori, da cui scapperà presto e con cui taglierà tutti i rapporti, a causa di una manifestazione finita male con il suo arresto.

E’ stato il più giovane iscritto ad Harvard di tutti i tempi, e blablablabla… ma qual è davvero la parte bella ed interessante della vita del genio col più alto QI mai misurato nella storia?
Il disagio.

E’ difficile non fare un paragone con il bambino genio (stavolta puramente letterario) Gould, protagonista di City: anche se non sopporto più leggere Baricco, ha avuto una parte molto importante nella mia vita da adolescente, ed in particolare questo libro, che è stato sempre uno dei miei preferiti.
L’unica differenza è che Gould, essendo un personaggio inventato, alla fine riuscirà a gestire il disagio che gli viene dalla sua genialità, grazie ad una tata molto speciale, ad un allenatore di calcio, ad un professore e ai suoi due amici immaginari, mentre William Sidis, essendo un personaggio reale, non avrà altrettanta fortuna.

All’opposto del genio Gould, viene in mente anche Seymour Glass, primo protagonista della straordinaria famiglia Glass creata nientepopodimenoche dal mio amatissimo J.D. Salinger. Seyomur è il primo di 7 fratelli, tutti caratterizzati da una genialità che, apparentemente, viene gestita bene sia dai genitori che dai ragazzi stessi. Il racconto dedicato a Seymour, “Un giorno ideale per i Pescibanana”, è uno dei più commoventi mai scritti nella storia della letteratura americana. Si, lo so che non ho letto tutti i racconti della letteratura americana esistenti… Ma sto divagando, e soprattutto non voglio spoilerare un racconto così bello, quindi tornerò al libro in questione.

Il disagio sociale che seguirà per tutta la vita William Sidis, lo condurrà ad abbandonare l’insegnamento della matematica per dedicarsi alla stesura di opere di psicologia, cosmologia, storia, e, curiosamente, di tram.
Non capisco bene quale fosse il suo livello di socialità, sicuramente non è mai stato sposato, anche se ha avuto una lunga relazione affettuosa con una donna, Martha, a cui resterà idealmente legato per tutta la vita. Aveva degli amici, anche se mi sembra di capire che morì in solitudine.

Il libro è scritto con lo stile asciutto tipico degli scrittori nordici che io apprezzo tantissimo, anche se la struttura a balzi temporali (un capitolo sull’infanzia, uno sull’adolescenza, una sull’età adulta e poi via da capo) a volte può risultare un po’ faticosa e sembrare fine a se stessa. La scelta di uno stile letterario semplice e lineare, senza tanti fronzoli letterari pretestuosi, è invece perfetto per esaltare la storia, già straordinaria di suo.

La Scopa Del Sistema – David Foster Wallace

24 settembre 2013

laScopaDelSistema
È imbarazzante tentare di scrivere una recensione su un qualsiasi tipo di scritto di David Foster Wallace. Il problema fondamentalmente è che lui era un genio, e tu? Tu chi ti pensi di essere per dare un giudizio sul primo romanzo di David Foster Wallace?
Tipo NESSUNO, però, visto che mi è piaciuto moltissimo, potrei provare a sprofondarmi in qualche trilione di elogi, cercando di motivarli in maniera decente.

Allora in generale: DFW, quando lo leggi, ti fa sentire intelligente.
Ma non generalizziamo: in questo romanzo in particolare, quasi niente è veramente SPIEGATO. Il 90% della storia e del contesto è semplicemente desumibile da quello che, più che un romanzo, sembra una sceneggiatura, dove il parlante non è quasi mai indicato, ma anch’esso è deducibile dal contenuto delle prime battute. A volte è più difficile di quello che potrebbe sembrare.

La storia in sè in realtà non ha inizio nè fine, è come se fosse una grande piazza al centro di una grande città.
DFW ti spiega a grandi linee l’architettura e la storia della cattedrale e del palazzo municipale e della fontana, e poi ti indica col ditino le viuzze che si dipartono dalla piazza, dicendoti verso di là c’è il panettiere, di là il cinema, di là l’ospedale, ma non te li descrive nè ti porta veramente a visitarli, così tu stai lì e cerchi di immaginarteli, cerchi di capire se sono strani e creativi e geniali e pittoreschi come la cattedrale e la fontana e il palazzo municipale che stai guardando.

Ci sono delle immagini, delle situazioni che ogni tanto mi hanno fatto venire in mente La schiuma dei giorni di Vian. È stato come intravedere dei piccoli bagliori di affinità tra due genialità completamente diverse.

La lettura non è impegnativa come quella di alcuni dei suoi racconti (ad esempio Brevi Interviste Con Uomini Schifosi), manca del tutto il pachidermico ed ingombrante impianto delle note, che più avanti nella produzione letteraria di DFW diventerà un intricato sistema a scatole cinesi che io faccio sempre molta fatica a decifrare.
Certo che non parliamo neanche di un libro scorrevole, eh? Non vi pensate di leggere un abbozzo di storia favolosa nello stile harrypotteriano.
Wallace è Wallace anche nel suo primo romanzo: i periodi sono lunghi ed ingarbugliati e a volte ritrovarne soggetto e verbo e metterli insieme vuol dire come minimo rileggere la frase un paio di volte.
Ma poi la rileggi, la capisci, e ti dici AH QUANTO SO’NTELLIGGGENTE!

Ti da’ soddisfazione, ecco.

Penso anche che il traduttore (Sergio Claudio Perroni) abbia fatto un lavoro strepitoso.

Penso anche che secondo me lo dovete leggere.

Ah e penso pure che, se avete l’edizione Einaudi Stile Libero, dovreste saltare la prefazione di Stefano Bartezzaghi. Semmai la leggete dopo, perchè prima pare di ascoltare la spiegazione di una barzelletta che ancora non avete sentito.
Fastidioso.

Acciaio – Silvia Avallone

10 settembre 2013

acciaio

Ancora non ho capito bene bene quanto mi è piaciuto.
Considerando che l’ho finito in pochi giorni perché volevo sapere come andasse a finire, tanto schifo non mi ha fatto.
E’ che mi sembra, non so, una bozza di quello che potrebbe essere un libro molto più bello, ecco.
E’ già il secondo romanzo di formazione di fila che mi bevo, ma mentre “Sette Piccoli Sospetti” ha anche una componente di ironia e di leggerezza che, nonostante i drammi veri raccontati, ti fa sempre un po’ sorridere, “Acciaio” tiene fede al suo nome, non è un libro leggero.
Già la storia in sé è uno spaccato mediamente drammatico di persone intrappolate (soprattutto mentalmente) in una periferia squallida, dominata e scandita dai turni dell’acciaieria, dalla quale fanno finta di tentare di uscire.
Come quando devi lavare i piatti: dopo, lo faccio dopo, adesso non mi va.
So che è per il mio bene, so che devo muovermi e sbattermi per cambiare, e che poi starò benissimo dopo averli lavati sticazzo de piatti…. ma adesso non ho tanta voglia, aspetto ancora un pochino.
Ed è così che le mamme delle due protagoniste rimangono appiccicate ai due mariti, uno violento e psicopatico, l’altro furbetto ladruncolo con manie di grandezza.
Invece i ragazzi del romanzo, neanche ci provano. Si accontentano di lavorare nell’acciaieria di Piombino, di arrotondare con qualche furtarello per comprarsi la droga e stravolgersi e magari reggere il turno di 8 ore in fabbrica.
Le uniche che alla fine sembrano muoversi sono Anna e Francesca, le due protagoniste quasi quattrodicenni amiche per semprissimo quasisorelle non ci lasceremo mai e poi a metà romanzo invece litigano.
Litigano perché una si innamora dell’altra, mentre l’altra tende più verso gli amici del fratellone, Alessio.
Il finale è… non saprei. E’ un lieto fine?  Non lo so, non ti lascia per niente lieto. Ma lascia accesa quella piccola speranza di cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno, sempre.
Forse è un finale molto reale, ecco perchè non si inquadra tanto bene.
E’ come se Anna e Francesca si infilassero i guanti per lavare i piatti.

Quello che mi lascia leggermente perplessa, invece, è lo stile narrativo, che sembra come aver bisogno ancora di qualche limatura, a volte alcune costruzioni sintattiche sono un po’ forzate.
Non è “brutto” da leggere; ogni tanto c’è qualche uscita molto felice, qualche espressione un po’ più poetica che ti sorprende, e a volte invece il tutto risulta un po’ stiracchiato, leggermente preso per i capelli, come impastato a forza.

Lo consiglierei?

Sì, ma l’edizione ebook, che costa sui 9 euro. Il prezzo di copertina del cartaceo, invece, è decisamente troppo alto (18 euro).

Sette Piccoli Sospetti – Christian Frascella

5 settembre 2013

Col post di oggi voglio inaugurare quella che spero diventerà una abitudine: scrivere sul telefono mentre vado a lavoro in metropolitana.
Non vi mentirò: è stato MOLTO difficile. Ma forse – e ribadisco FORSE – sarà fattibile. Incrociate i ditini per me.

Sette Piccoli Sospetti

Quando cominciarono a spuntare i cartelloni pubblicitari, che sarà stato? febbraio? marzo 2010? mi sembró molto strano. Certo, “Mia sorella è una foca monaca” era stato un caso editoriale, io lo avevo appena letto e molto apprezzato, ma era la prima volta che vedevo dei poster così grandi per pubblicizzare un LIBRO.
Un libro ITALIANO!
Quindi avevo pensato LO DEVO ASSOLUTAMENTE LEGGERE APPENA ESCE!
Poi uscì, e costava troppo; poi cambiai lavoro, e cominciai ad andare in ufficio in macchina e praticamente smisi di leggere.
Oggi, che sono ricca e non faccio un cazzo dalla mattina alla sera AHAHAHAHAH
dicevo oggi, che son tornata ad usare la metro ed ho accanitamente ripreso le mie attività letterarie, son riuscita finalmente a leggerlo; e mi chiedo ancora il motivo dei cartelloni.
“Sette Piccoli Sospetti” (Fazi Editore, 2010) è un bel libro, è dolce, è delicato a suo modo.
È una storia normale, di una periferia squallida, ambientata a metà degli anni 80′, che va a scavare nella miseria economica per risorgere con la nobiltà d’animo che si ripresenta dove e quando meno te l’aspetti.
Non è un libro epico, né nella storia né nello stile narrativo: la scrittura non è sciatta, ma neanche particolarmente elaborata o con pretese auliche.
E’ solo onesta.
La narrazione di Frascella è narrazione quotidiana, in uno stile semplice e senza fastidiosi fronzoli, senza presunzioni o pretese, che racconta storie semiordinarie nelle quali la bellezza e il coraggio risaltano sullo sfondo della miseria quotidiana di un paesino di provincia.
La storia: 7 dodicenni, in vari modi attanagliati dalle brutture della vita (economiche e sociali), concepiscono un piano per svaligiare la banca del paese. Sullo sfondo, le vicende (principalmente famigliari) dei sette ragazzi/bambini, più quelle del Messicano, figura leggendaria della malavita scomparsa anni prima dal paese, che pensa bene di ricomparire proprio adesso per sconvolgere ulteriormente le vite – già non proprio facilissime – dei sette protagonisti.
Ecco perché non mi spiego la campagna pubblicitaria che gli era stata riservata: non ci vedo la stoffa del best-seller venduto in milioni di copie, non ci sono storie di vampiri sbrilluccicosi o torbidi racconti sessuali per casalinghe frustrate o letteratura aulica da premio nobel scritta in maniera pretenziosa e pomposa.

È un libro troppo dignitoso ed onesto per meritare cartelloni 3×4 alla stazione Ostiense.

Kings Of Convenience @ Villa Ada, Roma, 24/07/2013

30 luglio 2013

E’ strano non rispettare la sequenza temporale dei concerti per pubblicarne le recensioni, ma ieri ho riassaporato il gusto di scrivere di musica e mi è rimasto appiccicato alle dita, allora ho pensato di parlarvi anche del concerto che ho visto mercoledì scorso.

Devo dire che sui Kings Of Convenience non sono ferrata, e confesso che ci sono andata perché avevo promesso la mia presenza (e la mia macchina) a mia sorella, ma sono molto molto molto contenta di aver adempiuto ai miei doveri familiari.

Intanto, non mi aspettavo così tanta gente. Probabilmente anche il misero prezzo del biglietto (15 euro) ha contribuito a rinfoltire le fila dei seguaci, tra cui anche qualche sporadico e coraggioso passeggino. Probabilmente, oltre ai fan “veri”, c’erano anche tanti curiosi come me, che spendono volentieri una cifra così irrisoria per andare ad approfondire un gruppo che ha ascoltato poco e male negli anni.

Anche se, in verità vera, i Kings Of Convenience io li ho sempre usati per sopperire a problemi d’insonnia: non mi vergogno a dirlo. E’ una bella cosa… no?
Le voci vellutate dei due norvegesi ti accarezzano e ti cullano, ti dicono che va tutto bene, e che anche se qualcosa va storto, vedrai, si aggiusterà.
La parola giusta per definirli è PUCCETTOSI.

Il concerto è stato diviso in due parti; nella prima siamo stati deliziati (è proprio la parola adatta) esclusivamente dal duo con chitarre e voci; mentre nella seconda parte sono saliti sul palco a rinforzo anche 3 strumentisti (italiani, tra cui il loro produttore artistico Davide Bertolini), coi quali hanno eseguito anche i singoli famosi, Misread e I’d Rather Dance With You.
Serviva la batteria? No, secondo me no. Certo, non è che il concerto ha fatto schifo nella seconda metà. Però il riempimento… non so, non era necessario, l’ho gradito, ma fino ad un certo punto.

Loro due, superpuccettosi, sono esattamente come sembrano nei loro video: Eirik Glambæk Bøe (quello bello) sempre un po’ timidino, con quel sorriso dolcissimo che ti strappa le mutande (ops scusate, troppo?); e Erlend Øye (lo spilungone simpatico) quello che sembra sempre un pochino svitato, che balla esattamente come nel video di I’d Rather Dance With You, e che smozzica un pochino di italiano (mi pare di aver capito che sta vivendo in Sicilia o che ha comunque molti amici siciliani).
Il che ha portato ad un’esilarante performance di una vecchia canzone degli anni ’60 che conosciamo tutti, purtroppo.
Purtroppo perchè cantavano tutti talmente a squarciagola che coprivano i due puccettoni, che comunque cantavano in italiano molto meglio di parecchi romani che conosco.

Una recensione vera e molto ben fatta la trovate qui.

Quanto ho pagato il biglietto: 15 euri (PAGATO… quando li restituirò)
Quanto avrei pagato: 20-22 euri.

The Wall – Roger Waters @ Stadio Olimpico, Roma, 29/07/2013

29 luglio 2013

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E’ passato quasi un anno esatto dalla mia ultima recensione musicale (ma per fortuna non dal mio ultimo concerto), e anche se la vita è cattiva con me e mi fa invecchiare e lavorare troppo, io non mi dimentico di voi.
Lo SO che non potete vivere un altro giorno senza sapere che cosa ho fatto ieri sera.

EBBENE, ieri sera sono andata all’Olimpico a vedere Roger Waters, e non per merito mio, bensì di due amichici che mi hanno regalato il biglietto a Natale 2012.

Cosa mi aspettavo da questo concerto?

Mi aspettavo un 70enne mediamente ben tenuto, con un gruppo di validissimi turnisti, che seduto su una seggiolina con un basso/chitarra in mano, avrebbe ripercorso i gloriosi viali del suo passato, forse facendomi TENERAMENTE commuovere in alcuni punti; magari, quando la voce gli avrebbe tremato, io avrei pensato: OH! Povero nonno!
Che coraggio, che audacia, alla sua età!

Che cosa ho visto invece?
Non ne ho idea, sono ancora stordita dal concerto più spettacolare che io abbia mai visto nella mia (breve) vita.
E dove per SPETTACOLARE intendo che ho assistito ad uno show vero e proprio, una pièce teatrale, un musical, un numero da circo di 2 ore e 20, capitanato sapientemente da un 70enne che sta MEJO DE ME che c’ho 30 anni!
E la commozione c’è stata, OH se c’è stata… Migliaia di occhi lucidi all’attacco di Another Brick In The Wall, altrettanti per Hey You, forse di più per Comfortably Numb, cori da stadio per Run Like Hell…

Un dramma, uno spettacolo, un evento.

Il muro è ENORME, leggo in giro che parliamo di 150 metri di mattoni bianchi, su cui una cinquantina di proiettori sputano immagini a qualità altissima.
Aerei che si schiantano sul muro, maiali giganti che volano, Teacher Martellone di 20 metri insultato dal coro dei bimbi di Another Brick In The Wall, fuochi d’artificio, foto di gente morta in guerra, video strappalacrime di soldati che riabbracciano i figli, bambini che muoiono di fame e memorial di vittime di guerra e razzismo e terrorismo e chi più ne ha più ne metta.

Roger Waters si fa anche capire in italiano; lo spettacolo è probabilmente adattato ad ogni paese (“Mother should I trust the government?” Risposta scritta sul muro: “COL CAZZO”).

Ora, la vera domanda è: perchè ha suscitato così tanta commozione, così tanta emozione su un pubblico così vasto ed eterogeneo?

Degli altri sticazzi, ma per quello che mi riguarda, lo show in se stesso ha fatto tanto. Il tutto va oltre la musica; musica conosciuta, sentita e risentita e risentita di nuovo in epoche per me anche mezzo lontane. Tra l’altro, The Wall non è neanche uno di quei dischi che ho idolatrato durante la mia adolescenza (nonostante ne abbia sempre riconosciuto la perfezione, e lo abbia ascoltato migliaia di volte); il concerto in sè, musicalmente, non ha avuto nessun picco di rilievo: c’è poco da cambiare in un disco perfetto, d’altronde.

Quindi? Quindi niente; quindi lo spettacolo, quindi quella simbologia che da 40 anni aleggia come marchio dei Pink Floyd, come simbolo di qualcosa di musicalmente e culturalmente inarrivabile, si concretizza davanti ai tuoi occhi e nella maniera più spettacolare che vi possa venire in mente.
Quindi l’elicottero in quadrifonia su tutto lo stadio, il faretto che fruga nella folla prima dell’attacco di Another Brick In The Wall, gli impressionanti filmati degli aerei da guerra che scaricano sulla città le simbologie di totalitarismo e consumismo durante Goodbye Blue Sky, in contrapposizione con il muro chiuso dietro cui esce magicamente Hey You, e la semplice intimità di una chitarra acustica e di Comfortably Numb, tutto ti fa rimanere sull’orlo delle lacrime e con la pelle d’oca fissa per 2 ore, e tutto ti fa commuovere.

Ma non commuovere teneramente, come pensavo che sarebbe successo prima che cominciasse il concerto: ti com-MUOVE, ti sdraia lo stomaco, ti agita l’intestino, ti prende alla gola, ti lascia colla bocca aperta, ti fa dimenticare di respirare.

Se proprio ci devo trovare un difetto per forza, direi che le immagini dei bambini morti di fame e in generale le storie strappalacrime sui bimbi sofferenti forse si potevano evitare; ovviamente siamo tutti d’accordo con la denuncia pacifista del buon Roger, ma usare le foto dei bambini mi da sempre un pochino fastidio.

Comunque, all in all…. Si dai, mi è mezzo piaciuto :D

Quanto ho pagato il biglietto: 52 (Regalo!)
Quanto avrei pagato: anche 80.