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Acciaio – Silvia Avallone

10 settembre 2013

acciaio

Ancora non ho capito bene bene quanto mi è piaciuto.
Considerando che l’ho finito in pochi giorni perché volevo sapere come andasse a finire, tanto schifo non mi ha fatto.
E’ che mi sembra, non so, una bozza di quello che potrebbe essere un libro molto più bello, ecco.
E’ già il secondo romanzo di formazione di fila che mi bevo, ma mentre “Sette Piccoli Sospetti” ha anche una componente di ironia e di leggerezza che, nonostante i drammi veri raccontati, ti fa sempre un po’ sorridere, “Acciaio” tiene fede al suo nome, non è un libro leggero.
Già la storia in sé è uno spaccato mediamente drammatico di persone intrappolate (soprattutto mentalmente) in una periferia squallida, dominata e scandita dai turni dell’acciaieria, dalla quale fanno finta di tentare di uscire.
Come quando devi lavare i piatti: dopo, lo faccio dopo, adesso non mi va.
So che è per il mio bene, so che devo muovermi e sbattermi per cambiare, e che poi starò benissimo dopo averli lavati sticazzo de piatti…. ma adesso non ho tanta voglia, aspetto ancora un pochino.
Ed è così che le mamme delle due protagoniste rimangono appiccicate ai due mariti, uno violento e psicopatico, l’altro furbetto ladruncolo con manie di grandezza.
Invece i ragazzi del romanzo, neanche ci provano. Si accontentano di lavorare nell’acciaieria di Piombino, di arrotondare con qualche furtarello per comprarsi la droga e stravolgersi e magari reggere il turno di 8 ore in fabbrica.
Le uniche che alla fine sembrano muoversi sono Anna e Francesca, le due protagoniste quasi quattrodicenni amiche per semprissimo quasisorelle non ci lasceremo mai e poi a metà romanzo invece litigano.
Litigano perché una si innamora dell’altra, mentre l’altra tende più verso gli amici del fratellone, Alessio.
Il finale è… non saprei. E’ un lieto fine?  Non lo so, non ti lascia per niente lieto. Ma lascia accesa quella piccola speranza di cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno, sempre.
Forse è un finale molto reale, ecco perchè non si inquadra tanto bene.
E’ come se Anna e Francesca si infilassero i guanti per lavare i piatti.

Quello che mi lascia leggermente perplessa, invece, è lo stile narrativo, che sembra come aver bisogno ancora di qualche limatura, a volte alcune costruzioni sintattiche sono un po’ forzate.
Non è “brutto” da leggere; ogni tanto c’è qualche uscita molto felice, qualche espressione un po’ più poetica che ti sorprende, e a volte invece il tutto risulta un po’ stiracchiato, leggermente preso per i capelli, come impastato a forza.

Lo consiglierei?

Sì, ma l’edizione ebook, che costa sui 9 euro. Il prezzo di copertina del cartaceo, invece, è decisamente troppo alto (18 euro).

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