Posts Tagged ‘sopravvivere dottorato’

Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 6 di ???

8 dicembre 2010

Come scrivere una tesi di dottorato e soprattutto cosa scriverci dentro.

Scrivere una tesi di dottorato è un’opera titanica la cui maggiore difficoltà consiste nel non sapere bene cosa ci si deve mettere dentro. Abbiamo dei risultati scientifici, magari abbiamo anche scritto un paio di articoli, ma una tesi si presenta come qualcosa di molto più ampio, più confuso, più difficile. E siamo tutti soli ad affrontarla.

Iniziamo col capire quali sono gli obbiettivi, in realtà nel loro aspetto più politico e filosofico che scientifico. Innanzitutto una tesi di dottorato è un libro. E condivide con tutti i libri del mondo lo stesso obbiettivo, ossia la benevolenza del lettore. Per ottenerla dobbiamo fare tre cose: scrivere cose corrette (siamo ricercatori seri, noi), scriverle in maniera chiara (siamo didatti), scriverle in una forma comoda e piacevole da leggere (siamo autori di un libro). Anche la prosa più arida, ossia la trattazione scientifica, mette in relazione il nostro lettore con noi: se lo inganniamo, lo confondiamo o lo annoiamo, ci odierà. Visto che poi il nostro lettore è uno che deve scrivere un report sul nostro lavoro, meglio evitare. Iniziamo col dire cosa ci si aspetta dai primi due capitoli della tesi.

Introduzione. L’obbiettivo di questo capitolo è quello di convincere il lettore a leggere il resto. Quello che potrebbe portare il nostro lettore a chiudere il libro è: l’argomento non è interessante, l’argomento è incomprensibile, l’argomento è noioso. Nell’introduzione bisogna disinnescare queste insinuazioni dicendo tre cose

  1. quello di cui ci occupiamo è inserito in un contesto molto ampio (gli accademici sono dei conservatori innamorati del mainstream)
  2. ha molte applicazioni pratiche e teoriche, (mica stiamo scrivendo 120 pagine di pippe mentali)
  3. il nostro contributo è significativo. (siamo dei fichi)

Per farlo abbiamo il diritto/dovere di cedere il rigore per la chiarezza, (senza scrivere stupidaggini però: un conto è essere semplici un conto è essere approssimativi) e di utilizzare la retorica e l’ironia. Usiamo poche formule, poche notazioni, molte chiacchere. Alla fine dell’introduzione c’è sempre una sezione in cui si dice grosso modo cosa si fa in ogni capitolo: serve a garantire il diritto inalienabile di saltare le parti noiose.

Stato dell’arte. Qui si danno al lettore tutti gli strumenti per capirci. Lo stato dell’arte si divide in due categorie di argomenti. Quelli di pertinenza del nostro lavoro servono ad inquadrare le nostre soluzioni nel contesto scientifico degli ultimi anni: il nostro obbiettivo è farci riconoscere il giusto. Dobbiamo portare chi ci legge a capire che il problema che affrontiamo non è banale, e infatti ci lavora un sacco di gente, e che anche noi abbiamo qualcosa da dire.

Nello stato dell’arte devono esserci anche gli strumenti teorici di non diretta pertinenza del contesto in cui lavoriamo. Se andiamo a pescare un teorema di un’altra teoria, va messo qui. Mai dare per scontato che chi ci legge ne sappia quanto noi, mai costringerlo ad aprire un altro libro per capirci. Altrimenti, nel farlo, chiuderà il nostro.

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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) parte 4 di ???

10 novembre 2010

Come parlare in pubblico

Il lungo percorso che porta da un’idea ad un risultato scientifico si può articolare nelle seguenti fasi:

1.  farsi venire un’idea, che di solito consiste nell’impercettibile miglioramento di idee avute da altri

2.  dimostrare che la suddetta idea è sensata e scriverla per bene sotto forma di articolo

3. capire a cosa serve questa cazzo di idea, per riempire l’introduzione del suddetto articolo

4. accertarsi che quest’idea non l’abbia avuta nessun altro (no, contrariamente al buon senso è una delle ultime cose che si fanno). Se leggiamo da qualche parte la nostra brillante idea è un risultato “classical, trivial, well known, a direct /straightward/immediate consequence of…, whose proof is left to the reader, a crap” si torna al punto 1. Abbiamo scherzato. Scherzato per mesi.  Che divertimento.

5.  rimpinguare la bibliografia, possibilmente con articoli di nostri collaboratori, nella speranza che loro rimettano a noi l’impact factor che noi rimettiamo ai nostri relatori. Amen. L’impact factor è una misura della validità di un articolo: più viene citato più vale.

6. mandare questo sudato prodotto ad una rivista nella speranza che venga pubblicato. (La scelta della rivista è un mistero che non sono ancora riuscita a permeare. Vi farò sapere)

A quel punto parte il tour promozionale, che poi è il vero oggetto di questo post. Quando si ha un risultato nuovo è fondamentale diffonderlo il più possibile, presentandolo a conferenze, seminari, workshop e quant’altro. In queste occasioni si creano importanti contatti che in realtà sono il vero obbiettivo di un dottorato di ricerca.

Il problema è che parlare in pubblico, specialmente in uno stentato inglese scolastico, può essere una delle esperienze più imbarazzanti della vita. Per esperienza personale vi posso dire che ci si abitua: dopo un bel po’ di figure di merda uno impara. Impara che? Impara a parlare inglese decentemente, impara a superare la paura delle domande alla fine, impara a superare la paura che non ci siano domande alla fine, impara perfino a non far addormentare la platea. Ma fino ad allora sono cazzi. Per sopravvivere al primo talk ci si può regolare così:

1. preparare con cura maniacale le slides: devono essere poco dense, con pochi colori possibilmente riposanti (bianco, grigio, celeste, verdolino), poco tecniche: se uno è interessato ai dettagli se li legge sull’articolo. Se uno non è interessato ai dettagli a sentirli si rompe i coglioni: per quanto ne siate orgogliosi, non imponeteli alla platea. Le figure e le animazioni sono le cose che vengono ricordate di più: esagerate. Ma con sobrietà.

2. preparare con cura maniacale il discorso: non vergonatevi di scriverlo e impararlo a memoria, lo hanno fatto tutti almeno una volta. E di solito questa unica volta è la prima :)

3. scacciate l’idea di essere ad un’interrogazione. Ormai gli esami sono finiti, dal giorno dopo la laurea tutto quello che la gente vorrà sentire da voi sono spiegazioni convincenti. Perchè nel 90% dei casi la gente, questi esimi e terrificanti professori,  ha solo una vaghissima idea di cosa state parlando. E se non li annoierete vi saranno grati per sempre. E forse vi daranno pure un postdoc tra qualche anno.

4. brevità: meglio ma molto meglio finire 5 minuti prima che un secondo dopo il tempo che vi è concesso. Perchè, allo scadere del tempo che vi è concesso, i vostri interlocutori inizieranno ad andare in astinenza da caffeina: dapprima si distrarranno e subito dopo passeranno dall’indifferenza all’odio.

5. informatevi su quanto tempo vi è concesso.

6. avete presente K., il dottorando con gli occhi da bambi in cui parlo in Fair enough for me? Fate come lui, nascondete l’imbarazzo in un sorriso alla gatto di shrek: l’istinto materno è un sentimento potente. Ma anche soggetto a rapida usura: la carta bambi si può usare una volta sola nella vita.Come per il discorso a memoria: la prima va benissimo!

Ultimo consiglio: ricordate sempre chi siete. E se state per parlare dei vostri risultati originali ad una conferenza internazionale, beh tanto schifo non dovete fare!