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Come sopravvivere ad un dottorato di ricerca (una guida semiseria) 1 di ???

30 settembre 2010

La scorsa settimana uno dei tanti piccoli cerchi della vita si è concluso: il mio professore, il mio mentore mi ha chiesto di consigliare un suo studente sulla scelta del dottorato. Il tizio era indeciso tra il dipartimento dove mi sono dottorata e la facoltà dove mi sono laureata e così mi ha scritto chiedendomi la mia esperienza. Ed è lì che si è rinnovata quella consapevolezza in me mai veramente acquisita: ho finito, sono fuori dall’incubo! Rispondergli non è stato per niente facile, ci ho messo più di un’ora a riordinare i pensieri riguardanti un periodo così incerto ed ansioso della mia vita. Ora, ebbra del conseguimento del mio primo assegno di ricerca (YEAHHHHH!), riciclo le mie perle di saggezza a favore del mondo.

1. Cos’è un dottorato di ricerca.

Formalmente è un percorso di studi e di ricerca post-laurea, della lunghezza di tre-quattro anni, che si conclude con la discussione di una tesi contenente tutti i risultati originali ottenuti, più una lunghissima introduzione, più una bibliografia contenente tassativamente tutta la produzione letteraria del proprio relatore: dal tema di licenza elementare alla lista della spesa dell’ultimo sabato prima della consegna del manoscritto.

Teoricamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere del ricercatore.

Praticamente è un periodo di apprendistato in cui si impara il complesso mestiere di sopravvivere alle magagne di dipartimento, all’ambiguità dei professori, all’oblio dell’inattività, alla paura per il futuro, alle infinite frustrazioni dati da temi di ricerca troppo difficili, inutili e/o malposti, alla dipendenza da caffeina.

2. Perchè fare un dottorato di ricerca. E soprattutto perché farlo in Italia.

Il dottorato e l’imparentamento con un rettore sono le uniche vie per accedere al mondo della ricerca o, più in generale, all’altra parte della barricata universitaria. Il solo motivo per cui un neolaureato dovrebbe imbarcarsi in un’impresa del genere è una delicata alchimia di fuoco sacro per la ricerca, amore per la propria materia, snobismo intellettuale, smodata ambizione, idiosincrasia verso gli orari di ufficio e orrore dei soldi. Se manca anche una sola di queste componenti tanto vale lasciar perdere. Non esiste un motivo al mondo per fare il dottorato in Italia, è sconveniente sotto tutti i punti di vista, tranne uno. Un culo troppo pesante. Come il mio, che ai miei tempi manco a Perugia sono voluta andare.

3. Come scegliere un dottorato in Italia.

In Italia esiste un solo criterio per scegliere dove andare: l’influenza dei propri contatti. L’unico contatto che un neolaureato ha è tipicamente il suo relatore ed è da lì che bisogna cominciare. Bisogna parlare col proprio professore dei propri progetti e dare retta a lui. Se vi manda in culo al mondo, andate.

Se invece siete stati scaricati dal vostro relatore, niente di grave ma la questua è l’unica strada percorribile. Prima ancora del concorso di dottorato, bisogna entrare in contatto con qualcuno del dipartimento di destinazione: leggere i suoi lavori più recenti, mettersi in condizione di parlare decentemente e sinteticamente della propria tesi e andare a bussare. Una volta ottenuta udienza, la frase “Ho letto il suo articolo…” deve essere tassativamente pronunciata almeno una volta e possibilmente entro i primi 10 minuti o le 1000 parole. Il professore deve vedere in voi l’affare, qualcuno che lavora, porta risultati e non rompe eccessivamente i coglioni. Visto che state sparando nel mucchio, tanto vale puntare ad uno grosso, possibilmente un neo-ordinario, potente, esperto ma ancora non rincoglionito.

4. La scelta del relatore e del tema di ricerca.

Insomma ce l’avete fatta. Il concorso è stato vinto, tra qualche mese inizieranno a pagarvi, siete dei fichi. I primi tre mesi, finchè non arrivano i soldi, è pacchia. Poi al primo bonifico inizia l’ansia: se mi pagano vorranno qualcosa da me, e mo? La cosa migliore è arrivare a questa fase con un accordo prematrimoniale firmato con qualcuno, di cui al punto 3. Se invece vi siete intrufolati nell’anonimato più completo, bisogna guardare nel dipartimento. E ricominciare con la questua. Non smignotteggiate con più professori contemporaneamente, il paese è piccolo, la gente mormora e ormai siete proprietà del primo con cui avete parlato seriamente di tesi.

Prima di cedere i prossimi tre anni della vostra vita ad un professore, è indipensabile aver appurato la sua disponibilità ad esercitare la propria influenza per mandarvi avanti. Ora, ottenere assicurazioni esplicite è impossibile, gli accademici non sono progettati per farlo ed estorcere loro una promessa è come costringere un prete a dare credito a Darwin. La loro religione, ossia il culto del discarico delle responsabilità, glielo impedisce. Bisogna fidarsi del lato umano e delle oggettive possibilità del professore. Valutate cinicamente e spassionatamente quanto conta, quanti soldi ha, quanti ne è disposto a spendere per voi.

Tenevi lontani dai geni ribelli, dai fighetti, dagli esauriti. Un dottorato è una navigata in acque tempestose, e nei momenti di delirio e follia il vostro relatore sarà la vostra ancora alla realtà. Meglio che sia un catenone piuttosto che una collanina dorata.

Il tema di ricerca è assolutamente marginale in questo discorso. Cercate di fare ricerca su qualcosa che va di moda. Ad esempio per i matematici le equazioni differenziali applicate alla biomatematica vanno benissimo. O, sempre per i matematici, roba da ingegneri: controllo, telecomunicazioni, trattamento di immagini.