Posts Tagged ‘viaggi’

Malesia, un po’ di pratica – Parte II

30 gennaio 2014

DSC_0655

Ed eccoci alla seconda parte della nostra guida pratica alla Malesia, ai suoi abitanti, alle tradizioni, insomma alle couse.

Alberghi

In generale, dormire in Malesia può rivelarsi un’avventura molto economica. Ma, in generale, un’avventura. Gli standard di pulizia di ostelli e alberghi di fascia economica sono molto scarsi, al pari dei servizi offerti. In compenso, di solito il personale è molto cordiale e di grande aiuto se non si sente criticato.

Evitate come la peste la Guesthouse Lavender, a Melaka, e il ML Inn a Kuala Lumpur. Quest’ultimo, pieno di scarafaggi anche al 3° piano, ed entrambi con bagni scandalosi. Impraticabili, veramente.

Carini i bungalow del The Cabin, a Langkawi, a due passi dalla spiaggia, anche se non proprio economicissimo rispetto alla Malesia in generale; ma era altissima stagione e Langkawi è un po’ la Rimini de noantri (molto più bella, comunque). Per la media degli alberghetti che ho visto, la stanza era un po’ più grande, e veniva pulita tutti i giorni. Simpatica la verandina sul davanti per rilassarsi un po’, anche se le sedioline in ferro battuto non sono proprio il massimo della comodità.

Particolare anche il Muntri House, a Georgetown (Pulau Penang), costruito dentro un’antica residenza Peranakan (i Cinesi dello Stretto). Certo la struttura non è nuova e le camere lasciano parecchio a desiderare, ma il personale è disponibile, le aree comuni molto carine e i bagni ai piani mediamente puliti.

Accettabile anche il China Town Inn, al centro del mercato cinese di Kuala Lumpur, in Jalan Petaling. Difficile accedervi con le valige se arrivate di pomeriggio perché la strada è talmente piena di bancarelle che a stento vedrete i numeri civici, ma hanno bagni decenti in stanza e prezzi più che abbordabili. Si può fumare in reception, ma non ci sono finestre nella maggior parte delle stanze.

Purtroppo non so dirvi nulla di alberghi di media e alta categoria, ho scelto solo catapecchie supereconomiche.

Persone&Lingue

Parlare della “GGENTE” come entità unica è sempre un po’ un rischio, va a finire che stereotipizzi tutti e non dici niente di concreto. Il che, OVVIAMENTE, non mi impedirà in alcun modo di farlo lo stesso.

Dicevo: stereotipizzare blabla la GGENTE MALESE blablah… oltretutto, in Malesia non c’è neanche una popolazione definita e riconoscibile, come uno potrebbe dire: “gli americani” o “i francesi”.

La popolazione malese è costituita grossomodo, oltre che dai malesi originari, da un buon numero di cinesi, anche detti “cinesi dello stretto” (Peranakan), arrivati in Malesia verso la fine del 15esimo secolo, e dagli indiani. Ormai, anche queste popolazioni sono malesi da secoli, ma la cosa bella è che non hanno mai dovuto rinunciare alle loro tradizioni, alle loro lingue e alle loro religioni: è per questo che potete trovare a braccetto un tempio hindù e uno taoista, e non di rado qualcuno che passa a pregare in uno e poi, per non sbagliare, porta dei fiori o accende un incenso anche nell’altro.

Sinceramente non conosco la storia della Malesia, suppongo che vi siano stati (o vi siano ancora) scontri di matrice etnica, ma girando per le strade mi sembra proprio che ognuno si faccia i fatti suoi. Sembra che ogni etnia abbia una sua propria comunità molto ben definita, ma al tempo stesso perfettamente integrata con le culture adiacenti. E’ molto bello da vedere.

Circa metà della popolazione è di religione islamica, ma non ci sono divieti e non ho avuto mai la sensazione di essere “giudicata” per un pantaloncino o una canottiera. Più della metà delle donne porta i capelli coperti, ma in generale non ho percepito quell’aria di disuguaglianza che ci si potrebbe aspettare in un paese a prevalenza islamica, anzi: molti “manager”, che fossero di bancarelle, di alberghi o di negozi alla moda, erano donne col velo.

In generale, i malesi mi sono sembrate persone molto timide. A volte, avvicinandomi per chiedere informazioni, ho avuto l’impressione che avrei ricevuto una risposta brusca: invece pare che un sorriso li “rassicuri” immediatamente, diventano subito molto disponibili e veramente molto gentili.

Inoltre, mi pare di aver capito che i cinesi abbiano un sottile ed innato senso dell’umorismo: sono sicura di aver sentito un sacerdote fare delle battute mentre celebrava un matrimonio in un tempio cinese (non perché ho improvvisamente e miracolosamente imparato il cinese, ma perché gli astanti ridacchiavano insieme a lui).

Fatto invece sgradevole che ci è successo svariate volte, è di vederci piombare degli uomini a saltare completamente le file, per i controlli all’aeroporto, alle casse, a prendere i biglietti della metro etc. E’ molto seccante, e non sono vaghi come possiamo essere noi occidentali cafoni: semplicemente arrivano e fanno quello che devono fare, punto. Inutile dire che oltre a fare delle facce scazzate e lamentarci a voce alta in italiano per non farci capire, non abbiamo fatto un granché per farci rispettare. Siamo pur sempre a casa altrui, perché rischiare?

Un’altra cosa che mi ha parecchio colpito è quanto presto lavorano i ragazzini. Non nei negozi, nei centri commerciali o nei ristoranti, ma nei banchetti di strada o nelle bancarelle ci sono tantissimi ragazzi (12,13 anni) che già lavorano mentre i grandi li guardano e li istruiscono (o comandano… non saprei dire).

Come vi ben dicevo poche righe fa, il mix di culture ed etnie fa sì che l’inglese sia parlato praticamente da tutti e praticamente ovunque.

L’inglese… inglese SECONDO LORO! Parlandolo tutti i giorni da decenni, suppongo che abbiano sviluppato una sorta di dialetto che non è facilmente comprensibile come INGLESE. Diciamo che ci vuole MOLTA fantasia, a volte.

Tra l’altro, loro capivano molto meglio me, che parlo un inglese mediamente corretto ma con una pronuncia ridicola, che la mia amica che ha studiato e vissuto in America. Per dire di che tipo di “inglese” stiamo parlando.

Amichi cari, quando e se troverò del tempo prima che il pesce rosso nel mio cervello si dimentichi tutto, mi piacerebbe molto anche raccontarvi qualcosa più in dettaglio delle città e dei luoghi che ho visitato. Ce la posso fare?

Incrociamo i ditini.

P.S. Siccome oltre ad essere un’ottima scrittrice, un’attenta critica ed una raffinata cultrice musicale faccio PURE le fotine (oh ma che volete de più? Che ve devo venì a spiccià casa?), potete trovare qualche contributo fotografico qui su flickr. Non mi ringraziate, è un piacere.

Malesia – un po’ di pratica, Parte I

26 gennaio 2014

KL - Contrasti

Perché Malesia? Perché non Messico, Thailandia, Australia? Andare al caldo vabbè, ma novembre-febbraio è anche stagione delle piogge in Malesia, vuol dire beccarsi un bello sgrullone al giorno, come minimo, e poco sole. E tanto tanto caldo. Il caldo quello appiccicoso che non ti fa respirare mai bene, che ti incolla i vestiti addosso col sudore.

E allora? Perché Malesia?

Ma per l’unico e solo motivo che spinge sempre e costantemente ogni nostra piccola decisione, il motore vero ed unico della nostra vita: i soldi. Perché il volo costava praticamente la metà di qualsiasi altra meta; ma d’altronde lo sapevamo, le due settimane a cavallo tra Natale e l’Epifania non potevano certo essere economiche, in nessun paese e in nessun caso, ma con un po’ di adattamento ad orari e voli, siamo riuscite a spendere sotto ai mille euri a/r. Non male, per essere le vacanze di Natale!
E l’itinerario? Mbè per questo periodo dell’anno non è stato difficilissimo scegliere, visto che sulla parte isolana e sulla costa peninsulare orientale avrebbe piovuto costantemente per tutto il tempo. Allora scegliamo la parte occidentale. Ora, incastrare le tappe, i viaggi e i voli interni e decidere quanti giorni dedicare a cosa è stata la parte davvero difficile, e infatti qui abbiamo fatto forse un paio di errori di valutazione, ma considerando come stavamo scegliendo, non potevamo fare di molto meglio.

Il viaggio comincia da Fiumicino, ovviamente. Volendo risparmiare, abbiamo deciso di fare 2 scali e non solo 1, quindi dopo un’oretta di volo ci ritroviamo ancora al freddo e al gelo, a Belgrado, dove per fortuna aspettiamo meno di un’ora prima di imbarcarci sul volo di 5 ore e passa per Abu Dhabi. I voli non sono lunghi, ma cominciamo a macinare fuso orario, quindi nel momento in cui atterriamo a Kuala Lumpur, è ormai il pomeriggio del 2° giorno da quando siamo partite.

Ma parliamo di robetta pratica.

Il Fuso Orario

Il fuso è pesante, a Kuala Lumpur siamo 7 ore in avanti rispetto all’Italia; anche se ciò, all’andata, non mi ha sconvolta più di tanto. L’unico problemino è stato svegliarsi completamente alle 3 del mattino, come se fosse già giorno, per le prime due notti. Ma sarà l’adrenalina, la curiosità, la felicità di essere dall’altra parte del mondo, che non ho sentito effetti diretti, tipo stanchezza estrema o disorientamento; a parte le prime due notti quasi in bianco, stavo benissimo.
Il vero problema è stato il rientro in Italia.
E’ stato un vero dramma, ho avuto costantemente sonno per una settimana. Appena messo piede dentro casa, ho dormito quasi ininterrottamente per 14 ore di fila, e mi sono alzata solo per andare a lavoro, ma per 8-9 giorni non riuscivo praticamente a tenere gli occhi aperti e mi addormentavo alle nove di sera.
Tenetene conto se fate lavori pesanti o molto pensanti.

Taxi

Vi ritroverete spesso e volentieri ad utilizzare il vastissimo servizio taxi della Malaysia, perché fondamentalmente fa talmente tanto caldo che a volte anche solo camminare un paio di chilometri vi farà entrare nel panico; ma, soprattutto, perché costano pochissimo.
L’unico problema reale che incontrerete sono i tassisti.
Che non è proprio un problema trascurabile, soprattutto a Kuala Lumpur.
La maggior parte dei tassisti di KL non conosce la città, e NON ha un navigatore, soprattutto i tassisti delle macchine rosse e bianche o rosse e blu, che sono i taxi economici. Inoltre, dimenticatevi di fargli accendere il tassametro: è quasi sempre impossibile, e preparatevi invece a contrattare. Ricordatevi che vi chiederanno il doppio di quanto paghereste col tassametro; se vi sembrano insistenti o strafottenti, lasciate perdere, tanto ce n’è una quantità abnorme in giro e fermarne o trovarne uno è più facile che trovare un tovagliolo in un ristorante.
Che è quasi impossibile, per la cronaca.
Inoltre, PRIMA di salire in macchina, assicuratevi che conoscano il posto o almeno la strada dove volete andare, e aspettatevi che il 50% delle volte non conoscano neanche le maggiori strade del centro. Ho avuto l’impressione che alcuni conoscessero solo ed esclusivamente l’aeroporto. Il problema è che quando salite, se non sanno dove andare, cominceranno a fermarsi ad ogni incrocio chiedendo indicazioni ai passanti, oppure telefoneranno all’hotel per farsi dirigere da un povero receptionista che probabilmente neanche li capirà, e voi perderete tantissimo tempo.
La buona notizia è che hanno tutti l’aria condizionata.
La cattiva, è che la tengono a palla per farvi prendere un coccolone con l’escursione termica.
Più affidabili e in generale più precisi sono i taxi blu, che però costano il doppio. Anche se il doppio di 2 euro è sempre una cifra abbastanza ridicola.
Tenete conto che per un tragitto di un’ora sull’isola di Langkawi, dove le tariffe taxi sono più alte, su un taxi blu con l’autista più vecchio e più lento dell’universo (media 35 km/h), da tassametro abbiamo pagato una cosa come 12 euro; quindi se siete molto stanchi o semplicemente volete provare il brivido dei taxi economici (e far girare l’economia locale), salite tranquillamente senza preoccuparvi troppo del portafogli e godetevi un po’ di guida spericolata, ma attenti al traffico: a Kuala Lumpur gli ingorghi sono frequentissimi in tutte le zone, e spesso potreste risparmiare parecchio tempo a piedi o con la metropolitana.

Cibo

I malesiani mangiano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Probabilmente considerano un’offesa personale gravissima i nostri 3 pasti al giorno. Ho sentito due signore che si sono incontrate dentro ad un centro commerciale, salutarsi con un “Che hai mangiato a pranzo?”.
A tutto questo aggiungeteci che la Malesia è popolata da 3 diverse comunità molto vaste: oltre ai malesi stessi, ci sono cinesi e indiani, e come potete intuire ciò triplica la già vasta scelta culinaria del paese.
Probabilmente il cibo più buono è quello di strada, dei carretti-cucina che buttano due tavoli e 4 sedie sul marciapiedi e vi fanno accomodare senza troppi complimenti in mezzo a bancarelle, canali di scolo e automobili parcheggiate. Certo, di notte c’è la possibilità di incontrare scarafaggi grossi come la mia mano, ma a dire la verità questa cosa mi è successa una sola volta, a KL, e non proprio ad ora di cena ma verso le 23 e passa. Il coraggioso cameriere-bambino lo ha scacciato prontamente con uno sgabello.
In generale i banchetti per strada non hanno un aspetto molto rassicurante, possono sembrare sporchissimi e creare il panico anche nel meno igienista: ma non vi dovete preoccupare. I malesi tengono talmente tanto al cibo, che ne hanno cura sempre e comunque. Ho visto mangiare i proprietari e i “cuochi” delle bancarelle di strada sempre prendendo da ció che viene servito anche ai clienti. Inoltre, la sera bancarelle e carretti vengono abbondantemente e accuratamente lavati (anche se a dir la verità, non mi ricordo di aver visto mai tanto sapone quanto forse sarebbe necessario….).
Se vi sentite avventurosi e volete calarvi davvero nella fauna locale, provate a mangiare colle mani come fanno gli indiani. Se vi vergognate un po’, andate ad un ristorante indiano (a KL è pieno), e vi vergognerete di mangiare colle bacchette!
Ricordatevi però di lavarvi le mani prima del pasto ai lavandini che spesso si trovano in sala; di usare una mano sola, e di usare sempre le posate per prendere il cibo da un piatto condiviso con altri. Vi assicuro che mangiare il riso con la mano in pubblico è un’esperienza che diverte parecchio.
Il cibo in Malesia è sempre molto condito, e per “condito” intendo strapieno di aglio, cipolla, curcuma ma soprattutto piccantissimo. L’unico modo per contrastare il piccante è riso al vapore, ordinatene una porzione doppia!
Invece per contrastare l’aglio, molto spesso presente in quantità davvero imbarazzanti nel riso fritto di contorno dei piatti, è fenomenale la salsetta rossa agrodolce (non piccante) o, in valida alternativa, il ketchup: renderanno qualsiasi roba agliosamente immangiabile perlomeno ingurgitabile. A volte, anche molto buona! La soia invece fa l’effetto contrario ed esalta l’aglio,
In generale il cibo delle bancarelle costa delle cifre ridicole; un piatto completo con carne o pesce più riso e verdure puó costare 6-8 Ringgit, neanche 2 euro. Anche i ristorantini senza eccessive pretese vi faranno spendere 5-6 euro a testa per pasti completi (ma COMPLETI davvero!).
L’unico problema abbastanza serio che ho dovuto affrontare per tutto il viaggio è stata la colazione. Trovare un caffè è un’impresa disperata, e un dolcetto per la colazione quasi impossibile. Un caffè americano o un cappuccino (cioè un caffellatte con della presunta schiumetta sopra) possono costarvi più di un pranzo. Loro bevono il caffè Kopi, che ho trovato molto buono, e il White Coffee, che invece non mi ha entusiasmata e sa molto di orzo.
Comunque, alle brutte, in giro ci sono abbastanza Starbucks da far fare colazione a chiunque sulla faccia della terra.
Quando girate per bancarelle e mercatini, non fatevi sfuggire la frutta!
Comprate e assaggiate TUTTO. Certo è difficile scegliere della frutta che non conoscete, ma quasi tutti i commercianti vi daranno una mano a scegliere la frutta migliore se glielo chiedete. Per nessuna ragione al mondo dovete perdervi i mangostin, i pomeli e i manghi verdi (quelli gialli non mi hanno particolarmente entusiasmata). Ah, e non rinunciate neanche alla noce di cocco da bere: se siete fortunati ve ne daranno una matura al punto giusto che si può anche scavare con un cucchiaino o con la cannuccia stessa, una volta finiti i 2 litri di latte di cocco all’interno.
Con mio profondo rammarico, devo ammettere di non aver assaggiato il durian. Ne riconoscerete l’odore pungente (che a me sembra di gas) dappertutto, ma attenti a comprarlo: in molti alberghi e luoghi pubblici non si può portare a causa dell’odore, che per molta gente è addirittura nauseabondo.

Ho ancora un sacco di consigli pratici per voi, amichi viaggiatori! Con tanta pazienza (e un’altra influenza, forse) riuscirò a finirli, e magari a dettagliarvi qualche posto imperdibile che ho visitato.

P.S.: La foto non è un granchè, ma mi piaceva farvi vedere il contrasto costante che potete trovare in praticamente tutte le città della Malesia. Avrei potuto pubblicarvi foto della mondezza ai piedi dei grattacieli dorati, ma alla fine ho preferito questa di una casa tipica malesiana sullo sfondo di grattacieli sbrilluccicanti.

Cala Luna, Sardegna.

27 agosto 2012

Cari Amichi, avete finito le ferie?

Spero di no (per voi), così potete continuare a seguire i miei UTILISSIMI consigli vacanziferi.

Dove eravamo rimasti con l’ultima puntata di MetroViaggi?
Aaaaaah sì, vi avevo portato a Cala Gonone!

Ebbene proprio da Cala Gonone vi sono svariati modi per raggiungere Cala Luna, una delle calette più pubblicizzate (e quindi più famose) del Golfo di Orosei.
Una delle possibilità è affittare un gommone al porticciolo di Cala Gonone, che costa sugli 80-100 euro al giorno + benzina, massimo 5 persone, e potete usarlo magari per visitare anche altre calette, invece di stazionare tutto il giorno a Cala Luna. Ci hanno detto che il gommone è facilissimo da guidare: non ha un motore potentissimo e si guida a 16 anni, quindi penso che ce la potete fare anche voi. Purtoppo non ho la più PALLIDA idea di quanto possa consumare un gommone, quindi per la benzina sinceramente non so se siano 20 o 100 euro in più.

Altrimenti potete prendere un’imbarcazione del trasporto pubblico, sempre dal porticciolo di Cala Gonone, che vi carica e vi scarica, da e per Cala Luna.
Noi abbiam fatto solo il viaggio di ritorno che costava 10 euro, non ho idea di quanto si pagasse A/R.
Passano spessissimo, tipo ogni quarto d’ora nella mattinata e nel pomeriggio; verso ora di pranzo sono meno frequenti.

Noi abbiamo scelto di arrivarci via terra perchè QUALCUNO ci aveva detto che si trattava sì di una bella scarpinata, ma una scarpinata tranquilla, quasi tutta in piano.
Così ci siamo avviati con la macchina verso l’estremità nord del paese (sempre Cala Gonone, eh?), seguendo una strada che si interrompe bruscamente e dove le macchine cominciano a parcheggiare.
Più o meno qui.
Se scegliete questa PICCOLA e POCO FATICOSA escursione, mi raccomando andate presto per trovare parcheggio (cioè ammucchiare impunitamente l’autovettura ad ogni angolo possibile della strada), e soprattutto girate la macchina perchè al vostro ritorno potreste non riuscire a disincagliarla dalle altre 200 macchine e camper e motorini e tricicli che vi hanno parcheggiato intorno.
Il sentiero si avvia con una ripida scala che scende a picco sul mare, verso Cala Fuili, una caletta piccolina che purtroppo nella durata dell’intera vacanza non sono riuscita a visitare.
Ai primi bivi del sentiero, se guardate bene, ci sono cartelli che indicano le direzioni verso Cala Luna.
Ai primi bivi. Poi, andate a naso.
Il sentiero, comunque, NON E’ IN PIANO. Lo voglio precisare.
Il sentiero sfida qualunque legge della fisica e continua imperterrito ad essere in SALITA per due ore e mezza di cammino su rocce e sassi.
Inoltre il sentiero è ben segnalato…fino ad un certo punto. Quando incrociate un bivio senza indicazioni, mi duole dirvelo ma… non dovete scendere, dovete salire.
Se scendete vi potreste ritrovare in una caletta minuscola. Dico ‘potreste’ perchè non è detto, è una caletta che scompare e riappare con le correnti e cambia ogni anno, quindi poesse che se ci andate l’anno prossimo non la trovate.
Dicevo, ad ogni bivio prendete SEMPRE la strada che va in salita.
Il sentiero in TEORIA è segnalato da dei segni sulle rocce, con lo spray colorato o con un triangolo rovesciato inciso.
Se state camminando da mezzora e non avete più visto nessun tipo di segno da nessuna parte: girate i tacchi e tornate indietro perchè avete sbagliato strada.
Non vi fate prendere dal panico se non vedete più il mare alla vostra sinistra: non è previsto.
Il mare si vede per pochissimo tempo all’inizio, poi vi inoltrerete nella boscaglia e tanti saluti.
Ora non dico che il sentiero è inaffrontabile, nè particolarmente difficoltoso tranne che in paio di punti.
Dico che è lungo, a tratti poco ombreggiato, veramente MOLTO in salita, e che non va affrontato in ciabatte (anche se un paio di amiche lo hanno fatto, non è infattibile ma è un po’ pericoloso in discesa sulle rocce).
Portatevi tantissima acqua, veramente tanta, perchè i litri di sudore che verserete basterebbero per il fabbisogno di acqua di un paese africano nella stagione secca.

Ma basta lamentarci della modesta passeggiata che conduce a Cala Luna.
Devo dire che dopo una scarpinata del genere, che ti fa pensare che raggiungerai un luogo inaccessibile, dimenticato da Dio, intimo, quasi privato e probabilmente molto poco frequentato, le aspettative sono alte.
Quindi quando alla fine ti affacci  su questo spiaggione strapieno di gente con l’acqua che puzza di nafta e duemila yacht e gommoni attraccati a neanche 10 metri dalla riva (..alcuni anche A RIVA), diciamo che ci rimani un po’ male, ecco.
La spiaggia è bella, molto grande e piena di cavernoni naturali che ti permettono di rimanere tutto il giorno senza rischiare la morte instantanea per insolazione.
Ci sono anche molte vie per il climbing, alcune dentro alle grotte, quindi fattibili pure a ora di pranzo e con dei bei tetti, non so di preciso che grado fossero ma quella che correva sopra al nostro “accampamento” aveva parecchi rinvii lasciati a morire lì… quindi suppongo non fosse proprio un 5a, ecco.
Guardando il mare e proseguendo alla vostra sinistra ci sono le Grotte Del Bue Marino, alle quali però si può accedere solo con una imbarcazione e a pagamento (stranamente), quindi dopo la mezza delusione della caletta abbiamo rinunciato a farci spennare ulteriormente.

Cala Luna è un viavai continuo di gommoni e barche che caricano e scaricano turisti.
Neanche lo snorkeling ci ha dato molte soddisfazioni, però c’è da dire che il mare era abbastanza mosso e non ci ha permesso di avvicinarci alla scogliera dove finisce la spiaggia, un vero peccato.

Certo se arrivate con un gommone o con una barca è una bella caletta, in cui potete rimanere comodamente tutto il giorno (c’è anche un bar-ristorante dietro alla mini palude, a cui non mi sono avvicinata), magari anche con i bambini, o se volete provare qualche bella via di arrampicata, non ho controllato ma magari ce n’è qualcuna di quelle che finiscono a picco nel mare e si possono affrontare senza corda ma col costume!

Certo che il paragone con altre calette del golfo, come ad esempio Cala Goloritzè, è nettamente a sfavore di Cala Luna.
Cala Goloritzè, raggiungibile via mare o con una scarpinata simile a quella di Cala Luna (solo che il sentiero per Cala Goloritzè è in discesa all’andata e tutto in salita al ritorno…) circa 5 anni fa era molto meno frequentata, non c’è un approdo a riva per i turisti che devono comunque arrivare a nuoto, è molto più piccola e non c’è niente, non c’è bar, non c’è acqua, non c’è niente.
Neanche la nafta nel mare.

Lo snorkeling è ECCEZIONALE, i pesciolini curiosi ti nuotano intorno, e il sentiero per arrivare alla spiaggia è PIENO di vie per il climbing, tra cui la famosissima Aguglia.

Scusate ho divagato, ma Cala Goloritzè è uno dei posti che ti rimangono per sempre in testa.

A differenza di Cala Luna, che ti rimane nel portafogli e nel naso.

Cala Gonone, Sardegna.

22 agosto 2012

Oggi ho pensato che siccome in ufficio c’è la morte che rotola sotto forma di balle di fieno giganti, per questa settimana mi travesto da Travel Blogger.
Cominciamo dalle vacanze estive: Mare o Montagna?
SOLO ED ESCLUSIVAMENTE PER VOI, quest’anno le ho provate entrambe.
Tra parentesi, mi sento di consigliarvi vivamente le settimane di ferie separate; ve ne sparate una a luglio, poi vi fate quella (che di solito è obbligatoria nelle aziende medio-piccole) di ferragosto.
E’ abbastanza rinfrancante tornare a lavoro a luglio e sapere che tra poco sarai di nuovo in ferie.

Per la settimana di luglio ho scelto la Vacanza Cogli Amichi in Sardegna.
Avendo prenotato il traghetto un paio di mesi prima, sono riuscita a pagare anche un prezzo accettabile, mi pare di ricordare sui 190 euro a/r per 2 persone più la macchina.
La compagnia di traghetti è la Saremar, sarda, l’unica anche solo minimamente avvicinabile per quanto riguarda i prezzi.
Moby & Co. stavano su cifre almeno doppie.

Cala Gonone si raggiunge da Olbia in macchina in un’oretta e mezza, la strada è tranquilla, tranne che nell’ultimo tratto.
Essendo l’Ogliastra il posto DOVE IL MARE INCONTRA LA MONTAGNA, quando arrivate a Dorgali dovete scendere il costone della montagna con 7-8 km di tornanti non proprio ameni. Attenti se andate in camper.

Il campeggio che abbiamo scelto si chiama Camping Cala Gonone.
Prezzi abbastanza abbordabili anche se un pochino sopra la media, in stagione medio-alta 17 euro al giorno per piazzola, macchina e persona (fanno un forfettario, molto comodo).
Di ombra non ce n’è moltissima, gli alberi sono stranamente sfrondicchiati, ma alla fine sei in Sardegna, mica sulle Alpi, cazzo pretendi de sta fresco dopo le 8 del mattino?
I punti forti del campeggio sono:
– Personale molto gentile e disponibile
– Il Baretto, non economico ma abbastanza fornito (al contrario del market completamente vuoto)
– Totale e completa assenza di qualsivoglia tipo di ANIMAZIONE
– Piscina carina e pulita, campetti da calcio e da tennis
– Bagni puliti e grandi
– Docce calde aggratis e in muratura, molto ampie (per farmi fare la doccia tutti i giorni, a ME, in campeggio, ce ne vuole)

Inoltre è situato all’inizio del paese, che in sé è molto piccolo, quindi la figata è che potete andare al mare, a cena, a passeggiare, a bere senza prendere la macchina. LUSSO PURO.

Cala Gonone è un paesino che d’estate si riempie di turisti, ma non al livello della Costa Smeralda. Non ci sono le discoteche e gli yacht da 30 metri attraccati fuori dal porto; ci sono tante famiglie, ma anche tanti ragazzi (per RAGAZZI intendo 30enni senza prole).
Sulla passeggiata sul litorale si mangia ottimamente, abbiamo provato parecchi ristorantini che non sembravano troppo lussuosi e ci siamo sempre trovati a mangiare benissimo e tanto, senza spendere mai cifre eccessive.
Inoltre, se siete attrezzati per cucinare, all’interno del paesino ci sono vari supermercati con prezzi decenti.

Ma basta coi convenevoli, passiamo ai discorsi seri: le spiagge.
A Cala Gonone c’è un porticciolo, da cui principalmente partono le imbarcazioni per le calette del Golfo Di Orosei. Vicino al porticciolo c’è una spiaggia di sassi bianchi. Niente di eccezionale, è la più vicina al campeggio ed è abbastanza affollata di famigliole perché il golfetto ha un’acqua stupenda (come ovunque) e non ci sono troppi scogli.

Per trovare qualcosa di più interessante, basta scendere al lungomare e camminare verso destra: lì cominciano le spiagge con la sabbia o i sassolini. La particolarità è che appena entrati in acqua ci sono scogli scogli scogli, quindi le spiagge non sono frequentatissime dai bambini. In più, se avete una mascheraccia e delle scarpettine per camminare sugli scogli (sono fondamentali, compratele ai negozietti anche di souvenir non appena arrivate: non costanto neanche 10 euro) potete passare delle belle mezzorette ad esplorare le scogliere. L’acqua è abbastanza fredda, devo dire, ma non mancano i pesciolini, le alghe, i ricci, i pomodori e i cetrioli di mare, i polipi, gli anemoni… Insomma non ci si annoia.
Di questo tipo di spiaggia con sabbia+scogli in acqua ce n’è per tutto il lungomare. L’ultima in fondo a destra è anche animata. Non ve la consiglio, anche se in acqua ci sono degli ENORMI giochi gonfiabili, canoe e pedalò da affittare.
Di queste spiagge nessuna è attrezzata, sono tutte libere e non ci sono cabine né docce né bagni (basta risalire sulla strada del lungomare che è costeggiata di baretti e localini).

Per trovare robetta VERAMENTE interessante, invece di andare a destra sul lungomare, scendete verso il porticciolo di Cala Gonone e continuate a camminare verso sinistra, superando il porto.
Troverete una scogliera che prosegue a perdita d’occhio ai piedi di un costone di collina. Se guardate l’acqua vicino agli scogli, potreste notare una strisciata di verde nell’azzurro incredibile: quello è il punto in cui arriva un corso d’acqua dolce che si immette direttamente in mare. Molto molto d’effetto.
Se siete appassionati di fotografia (e chi non lo è ormai) il mare in questo punto assume tutte le tonalità di blu, azzurro e verde che riuscite ad immaginare. Probabilmente anche qualcuna di più.
Seguendo il comodo sentierino sul fianco della collina (non vi perdete alla fonte, se scendete agli scogli sarà difficile proseguire il cammino, cercate di rimanere sul sentiero), potete arrivare alla spiaggia dei nudisti, ma è abbastanza lontana, quindi non vi preoccupate e proseguite finchè non trovate un punto d’ombra.
L’ombra non c’è fino alle 17.30 mi pare, ma se cercate bene ci sono degli scogli che formano un grottino naturale fighissimo, si raggiunge con una ventina di minuti di cammino (anche meno) proprio prima della spiaggia dei naturisti.
Il posto è praticamente deserto, se vedete qualcuno che si avventura di solito va alla spiaggia dei naturisti in fondo, quindi è molto probabile che vi ritroviate completamente soli in un paradiso di acqua verde, di grottine nascoste e pesci che si rincorrono nell’acqua, ci sono piscinette naturali, posti bellissimi per pescare con la canna da punta (ci sono delle belle occhiatine di dimensioni abbastanza ragguardevoli, molto divertenti da tirar su).


Veramente un paradiso terrestre. Portatevi tanta tanta acqua e del cibo perché intorno non c’è niente di niente, dovreste tornare a Cala Gonone se vi servisse qualsiasi cosa.

Bene! La puntata su Cala Gonone è terminata! Vi rimando alla prossima puntata su Cala Luna amici!
Ciaciaciacia.

Mi prudevano le mani: un Weekend in Abruzzo.

20 giugno 2012

Mbè fondamentalmente non scrivo più perché non ho molto da raccontare, o quando trovo una cosa interessante da scrivere poi non ho tempo di farlo, e siccome ho il cervello di un pesce rosso, dopo 3 giorni ho dimenticato tutto.
Siccome però non ho ancora perso la speranza di diventare la blogger più famosa del creato, che può scrivere qualsiasi minchiata e tutti lì a dire OOOHHH com’è creativa la Silently!, e siccome so anche che vi manco molto, ecco qua che ho deciso di raccontarvi cose a caso: il mio ultimo weekend romantico.
Dove per “romantico” intendo “con quella persona che anche se non ci si fa la doccia è uguale”.
Inoltre voglio dare un po’ di visibilità al mare abruzzese, perché io ci sono tanto affezionata che ci andavo quando ero piccolina e secondo me la costa dei Trabocchi è molto sottovalutata come meta vacanzifera.

Partiamo alle 15.00 di venerdì da Ostia: primo errore grave.
Tentare di uscire indenni dal raccordo di venerdì è sempre un azzardo, e come dice D.: “La partenza intelligente non esiste”.
La cosa bella di A24 e A25 però, è che una volta imboccate non ti fermi più: semplicemente questa autostrada non produce traffico.
E questo è già un punto a favore, direi.

Ora io ho un campeggio di fiducia in Abruzzo, che sarebbe questo qua; però ho pensato che una volta tanto, per cambiare, potevamo provare qualcos’altro, e dopo attenta disamina internettistica ho scelto questo qua.
Bello il sito, eh? Tutto curato. Figo. Prezzi decenti. Andiamo, dai.

Arriviamo al Camping Lido Riccio verso le 19, il cancello è aperto, ma non riusciamo ad individuare una reception. Ma neanche un’anima viva, in realtà.
Adocchio una macchina del caffè dentro ad una piccola costruzione. Ah, un baretto!
Un baretto chiuso. Dentro, qualcuno suona un pianoforte.
Immaginate la Scena: un campeggio deserto, un bar chiuso da cui proviene musica di pianoforte.
Cominciamo bene.
La signora dentro ci vede, smette di suonare, ci viene incontro: sembra sorpresa che due persone vogliano soggiornare in tenda. In un campeggio. Vabbè.
Ha un marcato accento tedesco, diciamo che a modo suo comunque ci accoglie bene. Sorpresa ma gentile, fondamentalmente ci dice: fate come ve pare.
E noi lo facciamo, scarichiamo la macchina, montiamo la tenda, tutto molto velocemente (ormai siamo pro).

D. va a chiedere dove poter prelevare dei soldi (siamo con 5 euro in due da inizio viaggio), e incontra anche il proprietario del campeggio che gli dice che siamo gli unici ospiti e ribadisce: fate come ve pare.
E gli orari della chiusura del cancello? Ve lo lascio accostato, fate come ve pare.
Decidiamo di fare come ci pare e ce ne andiamo a Ortona.

Ortona è carina, è una cittadina di provincia ma l’ho trovata abbastanza curata, c’è una bella area pedonale al centro, e le rovine di un castello affacciato sul mare.
Alla sinistra del castello partono delle INTERMINABILI scale dissestate che portano al mare e alla ferrovia. Vale la pena la scarpinata, e visto che siete dei ciccioni non pronti per la prova costume, FATELO.

Anche se avete parcheggiato senza curarvi di tenere a mente il posto, Ortona è abbastanza grande da perdervi romanticamente nelle viuzze, ma abbastanza piccola per ritrovare la macchina.
Prima o poi.

La mattina dopo andiamo al mare. Dal Camping Lido Riccio bisogna attraversare la Statale Adriatica con un sottopassaggio abbastanza inquietante ma fortunatamente molto breve, a rischio capocciata continuo (sarà alto 1.60), però molto comodo:  arriva praticamente dritto al mare.
L’accesso alla spiaggia è un canale di scolo. Vabbé, comunque l’acqua non sembra sporca, è più simile alla fine di un ruscello che a una fogna, ma comunque.
Arrivati in spiaggia ci ritroviamo in una selva di ombrelloni, e ci aspetta una bella passeggiata per scovare un pezzetto di spiaggia libera incastonata tra i lidi balneari.

La spiaggia di Lido Riccio. Avete presente com’è fatta la costa nei dintorni di Ortona? A circa 30 metri dalla riva c’è una cordigliera di scogli, e l’acqua è bassa (MOLTO BASSA) fino a questi scogli.
Io lo trovo abbastanza figo perché se hai freddo puoi passeggiare sul bagnasciuga, altrimenti ti puoi avventurare fino agli scogli e goderti la compagnia dei pesciolini, che per fortuna non mancano e non sono neanche tanto spaventati dalla presenza umana. Ci sono tanti cefaletti (alcuni non tanto etti), i lattarini, gli scorfani, le occhiatine, i saraghetti, i ricci, i granchi, i pomodori di mare, gli amem… amenon… i cosi coi tentacoli, insomma non sono i caraibi ma qualcosina da guardare si trova.
Oltretutto, a ridosso di questa mini spiaggetta libera (non molto frequentata comunque, nonostante il caldo estremo: erano più pieni i lidi) c’è un baretto-tavola calda in cui vale la pena fermarsi a mangiare (OVVIAMENTE, non ne ricordo il nome): il personale è gentilissimo, si mangia bene e si spende relativamente poco (è comunque uno stabilimento balneare).

Il vino bianco non è un granchè, ma sbronza bene. Vero, D.?

Un altro paesino pieno di vita da quelle parti è San Vito Chietino, dove bazzicavo tutte le estati quando ero piccola.
Il paesino è sulla collina e se vi arregge di fare tutti quegli scalini, la vista dalla terrazza panoramica è molto bella. Sotto invece c’è la Marina di San Vito. Cercate di arrivare verso le sette-sette e mezza perché dopo cena si riempie di gente ed è impresa ardua parcheggiare.
Ci sono due posti molto buoni per mangiare: se preferite carne, c’è una braceria vicino al molo, davanti all’Esperia, sotto ai portici: ottimi arrosticini!
Altrimenti sopra, proprio sull’Adriatica (stiamo parlando di distanze di centinaia di metri, il paesino è comunque minuscolo) davanti alla piccola rotonda, c’è una take away di pesce fenomenale, e se riuscite ad accaparrarvi un posto sulle pancacce di legno fuori potete anche mangiare lì.

E niente, erano un paio di giorni che mi prudevano le mani perché volevo scrivere qualcosa, allora ho pensato di raccontarvi una cosa a caso.

Chissà se sono ancora capace a pubblicare i post su WordPress.

New York: i musei, Vol. II – La Neue Galerie.

26 maggio 2011

La Neue Galerie è un piccolo museo su tre piani, e si trova sulla Fifth Avenue, a 4 blocchi di distanza dal MET.
E’ un museo molto pretenzioso, elegantissimo e fin troppo rifinito, pieno di gente con la puzza sotto il naso che vaga per le sale bisbigliando dotti commenti sulle opere.

Allora perchè andarci?

Perchè ci sono i quadri di Klimt.
E quelli di Schiele.

Non so se avete mai visto un quadro di Klimt da vicino.
Mentre esistono altre opere d’arte che viste dal vivo a volte possono deludere, magari per le ridottissime dimensioni (esempio classico? La Gioconda, un francobollo), i quadri di Klimt sono immensi.
Quando te ne ritrovi davanti uno, entri in uno stato confusionale. Sono quadri che ti fanno arrossire, sono grandi, sono spudorati, sono immensi, sono sexy. Molto sexy.
E non parlo dei disegni a matita, quelli superporno fatti apposti per farvi arrossire.
Parlo di questo, di questo, ma soprattutto di questo, sconosciuto ai profani come me, ma che mi ha veramente ucciso e non so perchè.
Non l’avevo mai visto, è bellissimo, giuro.

L’intero museo è focalizzato sull’arte austriaca e tedesca di inizio 900′, non ci sono solo quadri ma anche gli oggetti della Gesamtkunstwerk, cioè complementi d’arredo che siano a loro volta arte, e non meri oggetti d’uso.
Sì, ho scritto MERI.

Oltre a Klimt (che mi pare già più che abbastanza) vi potete anche far sconvolgere dai disegni di Schiele, di Schoenberg, e dai ritratti di Freud. C’è una stanza completamente in legno che riproduce lo studio di Freud, comprensivo di divanetto (dove i visitatori sono invitati a sedersi).

Anche qui potete presentare un tesserino dell’università per farvi fare lo sconto, anche se l’altezzosissima cassiera storcerà il naso se non ci sono data di scadenza e fotina.

A differenza del MET non potrete fotografare le meraviglie che avete intorno, nè entrare con bottigliette d’acqua (un signore gentilissimo che sembra Alfred il maggiordomo di Batman vi perquisirà le borse all’ingresso).

Ah, e attenzione ai radical-chic e alle tardone intenditrici d’arte.

[Silently]

New York: i musei, vol. I – Il MET.

14 aprile 2011

I musei.
Cheppalle, direbbero le mie compagne di questo viaggio.

EVVIVAAAAAA, ha detto la compagna di QUESTO viaggio.

In una settimana ci siamo potute godere solo 5 musei, tra tutti quelli esistenti a New York; ecco cosa ho pensato del primo: il MET (Metropolitan Museum Of Art)

In assoluto il migliore. Forse il Guggenheim e il MoMA vanno più di moda, ma questo museo è IL museo di New York, per eccellenza.
Le collezioni sono tantissime, e un giorno intero non basta a visitarlo tutto: spazia dalle ricostruzioni delle case americane di fine ‘800, alle arti decorative dell’Egitto, dell’Africa, dei nativi americani, fino alle collezioni d’arte moderna e contemporanea che ti spaccano gli occhi.

Io e Ciancy abbiamo deciso di procedere a compartimenti, selezionando inizialmente le aree che ci interessavano: non c’è altro modo di procedere, anche perché ogni collezione è interessante, ma apprezzarle tutte è veramente impossibile, non per un problema temporale, ma di mente.
Voglio dire, dopo che arrivi nella sezione European Paintings e ti trovi davanti robetta come Caravaggio, Goya, Velázquez, Raffaello, ci vuole un po’ per digerirli, anche se di arte non te n’è mai fregato niente.

Poi magari passi alla collezione Robert Lehman, e ci sono queste altre cosette, che ne so, Botticelli, Rembrandt, Monet, Renoir, Matisse, Derain, Canaletto, Leonardo, Van Gogh, e già lì ne esci spossato, sei mentalmente a pezzi, ti senti stanco e stordito e felice come dopo due ore ininterrotte di buon sesso, più o meno.

Allora cambi collezione, e ti dici si vabbè, più di così, che cosa ci può essere ancora?

C’è la sezione Modern Art.
Ci sono tutti quei quadri di Picasso meno ‘famosi’, non-cubisti, i ritratti, i più belli in assoluto, insomma: l’Arlecchino, Il Pranzo Dell’Uomo Cieco, la signora Stein.
Ci sono gli Chagall, ci sono altri Matisse. C’è Kandinsky.
Gauguin. Manet. Degas, più e più sale di ballerine, quadri e sculture.
C’è Klee. Dalì. Mirò. Pollock e De Chirico (un po’ soparavvalutati, secondo me).
Lichtenstein. Botero. Warhol.
Voglio dire, non c’è bisogno di essere esperti d’arte per aver almeno sentito nominare un paio di questi tizi, no?

Lo avete mai visto un quadro di Van Gogh?
Forse è più piccolo di quello che pensate, non so.
Al Met ci sta l’autoritratto, quello famoso.
E ci sono quei due coi cipressi, il campo di grano e l’altro coi cipressi in primo piano.
Anche loro famosissimi.

E fanno parte di quei quadri che li hai visti talmente tante volte sui libri, in tv, sulle cartoline, magari sui puzzle, che quando li vedi dal vivo ti dici CAZZO ma allora esistono davvero!

Io non sono personalmente una grandissima appassionata maniaca dell’arte, non so niente di olii, tempere, linee di fuga, espressionismo puntinismo prospettiva colori pastello pennellate etc.
Però certe opere, inutile negarlo, ti stritolano un po’ lo stomaco, non fosse altro per la loro famosità.

E il MET è il posto giusto per farsi stritolare per bene.

Dei 5 musei che ho visitato, sicuramente il primo della lista. E se dopo tutta l’arte europea ancora riuscite a tenere gli occhi aperti, vi consiglio vivamente la sezione dell’arte africana, è bellissima. E nella sala accanto c’è qualcosina di interessante sull’arte dei nativi americani, roba che avete visto esclusivamente nei film.

Ah e se avete meno di trent’anni potete tranquillamente spacciarvi per studenti. Io l’ho fatto col vecchio badge dell’università e ho pagato 10$ invece di 20.

[Silently]

Giuovin Donzelle al casinò.

29 marzo 2011

Avevo già speso due parole sul Portogallo, qui.

Mentre stazionavamo nell’amena e ridente cittadina di Estoril al nord di Lisbona, alle vostre Giuovin Donzelle sovvenne la brillantissima idea di ‘visitare’ l’enorme casinò della città.
Cerco di rendere l’idea: 4 sgallettate, bionde (per il colore medio del pelo portoghese, biondissime), vestite come delle senzatetto e con l’attitudine di liceali (poco) cresciute.
Gente che bazzica nel casinò: portoghesi e qualche cinese completamente abbrutiti dal gioco, incantati davanti alle slot machine, con appese alle labbra tumefatte sigarette dalla cenere chilometrica tenuta insieme con qualche strano rito voodoo.

Le 4 Giuovin Donzelle si appropinquano, dopo eterne peregrinazioni nelle sale impestate di fumo, ai tavoli della roulette, tanto agognati da V.
Scelto un tavolo, (e schiamazzando come liceali, ricordiamolo), esse decidono di acquistare delle fiches da 5 euro.

4 fiches, una a testa.

Appena ricevuta la sua fiche in mano, G. la fa svolazzare nell’aere, ed esclamando ’33!’ la posa con un voluttuoso gesto perculatorio e strafottente sul tappeto verde.
La povera e solitaria fiche violetta si perde nei meandri delle cinquantadue fiches arancioni di un cinese, le quarantacinque blu di un brutto ceffo presumibilmente portoghese e le altre timide fiches colorate altrui.
Ridendo come delle oche giulive, le 4 bionde a malapena guardano la roulette che gira.
La vostra Giuovin Donzella preferita (io), mentre ciò che state pregustando accade, sta guardando la faccia di V. che, sempre ridacchiando e cazzeggiando, occhieggia la roulette.
Quando V. smette di ridere e sgrana gli occhi, la vostra Giuovin Donzella preferita esclama, testualmente:

“Maccheccazzostaiaddì”.

E invece, nonostante l’incredulità della Vostra Preferita, causando il gelo immediato e totale in tutti gli astanti, la pallina si ferma proprio sul 33 di G.
Mentre il croupier invita un’altra trentina di fiches a far compagnia alla nostra solitaria Violetta, noi stiamo ancora imitando i pesci dell’Oceanario di Lisbona, mentre tutti gli altri ci riservano occhiate di disprezzo e d’invidia.
Tranne il croupier.
Lui si stava chiaramente schiantando dal ridere sotto ai baffoni virtuali.

[Silently]

Appunti Portoghesi.

22 marzo 2011

Cosa ho visto in Portogallo?

Mare, mare, mare e coste, bellissime coste.

Abbiamo visitato i paesini a nord di Lisbona, ampiamente snobbando la capitale, e questo è quello che abbiamo trovato:

– A Peniche, scogliere e sentieri improbabili:

– A Óbidos, un pesino dell’entroterra vicino Peniche, le mura circondano interamente il paesino. La passeggiata è leggermente da brivido, dato che, come potete ben constatare dall’ottima diapositiva sottostante, non esiste nessuna barriera architettonica tra te e il suolo, 20 metri più in basso.

– A Ericeira, la spiaggia di Ribeira D’Ilhas: una cosetta per niente suggestiva dove si tiene annualmente la tappa del mondiale di surf ASP (Association of Surfing Professionals).
In questa foto, una giornata praticamente piatta.

– Sempre a Ericeira: belle scogliere e posti divertentissimi da esplorare:

– A Estoril e Cascais, le Rimini del Portogallo, Casinò e ville e alberghi per ricconi (ne riparleremo):

Considerazioni generali: i portoghesi sono brutti e parlano una lingua brutta, che sembra un misto tra calabrese ed abbruzzese malpronunciato.
Non hanno termosifoni in casa, occorrenza che ha provocato la necessità di dormire sotto 15 coperte e relativi pigiami accroccati con felpe su felpe.
I portoghesi sono ospitali e servizievoli, e se ti alzi per pagare o vuoi bere un caffè in piedi ti fulminano istantaneamente, intimidazione che ti spingerà a sederti immediatamente anche se stai per perdere l’aereo.
Il Portogallo sta arrancando sull’onda della crisi e offre dei prezzi spaventosamente bassi sia per gli alloggi in hotel che per il cibo, quasi tutto a base di pesce, nonché ottimo (però Italians Do It Better, eh?).

La cultura del surf è sviluppatissima, e anche se noi siamo state parecchio sfortunate con il tempo (freddo, pioggia et similia) e con le onde, trovare uno spot surfabile decente è facile come ordinare un caffè seduti a un tavolo (NON in piedi al bancone) anche nelle giornate più piatte.
Evviva l’oceano.
La costa a nord di Lisbona ti catapulta in paesaggi rocciosi veramente spettacolari che cozzano amabilmente con gli spiaggioni turistici.
Le città non sono esattamente pulitissime (vi sembrerà di stare a casa); i portoghesi sono rumorosi e chiassosi nei posti pubblici esattamente come noi.
Solo con un accento pecoraro che ti fa torcere le budella ad ogni maledetta sillaba.

[Silently]

Cosa ho fatto in vacanza.

2 settembre 2010

– Ho scoperto che le sogliole non vivono nei banchi frigo delle pescherie, ma che effettivamente nuotano nel mare, così come le stelle marine.
– Ho visto tartarughe in mezzo alla strada (e rischiato d’investirle) e asinelli bianchi e libellule giganti.
– Ho scoperto che 300 euro al meccanico per far controllare la macchina prima di partire non bastano ad evitare che l’abs e gli airbag non funzionino e la Clio si distrugga. (Sospetto che dovrei cambiare meccanico).
– Ho scoperto che alla spiaggia della Marinedda, all’Isola Rossa, arrivano onde di 3 metri.
– Ho bevuto litri di Ichnusa.
– Ho smesso di fumare.
– Mi sono abbronzata.
– Sono stata lontana da ogni forma di tecnologia per 12 giorni.
– Mi sono amaramente resa conto che l’80% degli uomini della mia vita che incontro ha dei bambini attaccati al collo.

[Silently]